Femminicidio Pamela Genini

Un anno dal femminicidio di Pamela Genini: “C’è ancora chi si pone la domanda più infame: ma non se l’è cercata?”

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Pamela Genini, uccisa a 29 anni da Gianluca Soncin
Oggi, 14 ottobre 2026, è un anno esatto dalla morte di Pamela Genini, la 29enne uccisa a coltellate a Milano dall’ex compagno Gianluca Soncin, attualmente a processo per femminicidio. L’avvocato della famiglia Genini ha ricordato la vittima in un lungo post social: “Viene processata anche dopo la morte, quando non può più difendersi”.

14 ottobre 2025 – 14 ottobre 2026. Oggi è un anno esatto dal femminicidio di Pamela Genini, la 29enne uccisa a coltellate nella sua casa di via Iglesias a Milano dall'ex compagno Gianluca Soncin (55 anni), attualmente a processo con rito immediato. L'accusa è di omicidio pluriaggravato. Rischia l'ergastolo.

La donna, sepolta nel cimitero di Strozza (Bergamo) il 28 ottobre scorso, "è stata uccisa una seconda volta" – come detto dalla famiglia – quando ignoti hanno profanato la sua tomba: cadavere decapitato e testa portata via e non ancora ritrovata. Caso questo su cui indaga la Procura di Bergamo con un'inchiesta in cui è stato inserito nel registro degli indagati un unico nome: Francesco Dolci, 41 anni, amico e presunto ex fidanzato della vittima.

"Oggi ricorre il primo anniversario del femminicidio di Pamela Genini, un anno fa è stato colpito a morte il suo corpo, quotidianamente viene ferita la sua anima e il suo ricordo, a memoria il caso più emblematico di vittimizzazione secondaria", ha detto a Fanpage.it Gualtiero Nicolini, referente a livello nazionale di Scarpetta Rossa, associazione contro la violenza sulle donne che cura la comunicazione della famiglia Genini.

"Un anno da una morte che, a quanto pare, non riesce ancora a ottenere il diritto più elementare: essere pianta senza riserve, ricordata senza postille, riconosciuta senza quell’asterisco morale che accompagna le donne quando non corrispondono all’idea rassicurante che qualcuno ha di loro", ha detto e scritto sui propri canali social l'avvocato Nicodemo Gentile, legale della madre di Pamela, Una Smirnova. 

"Ma non se l’è cercata?"

"Pamela viveva come voleva, come sapeva, forse anche come poteva. Come, in fondo, facciamo tutti. Ma il suo sangue era rosso come quello di qualsiasi altra donna. E anche la sua paura era identica, come il suo grido d’aiuto. Eppure, davanti a lei, c’è chi non riesce a trattenere la domanda più infame: ma non se l’è cercata? È una domanda che sistema tutto in fretta: la vittima diventa imputata, il carnefice quasi una conseguenza, la violenza un incidente con responsabilità da ripartire. Come se il coltello, prima di affondare, dovesse consultare la condotta morale della donna. È la doppia morale. È l’empatia selettiva", ha detto ancora l'avvocato Gentile.

E ha continuato puntando il dito contro chi continua a esprimere giudizi a sproposito: "È una violenza di genere sbiadita, dimezzata dal tribunale dei benpensanti. Non basta che una donna venga uccisa: bisogna anche stabilire se fosse abbastanza irreprensibile da meritare la nostra indignazione. Così persino l’oltraggio al suo corpo sembra diventare, per qualcuno, una conseguenza del suo presunto disordine esistenziale".

"Processata anche dopo la morte, quando non può più difendersi"

Pamela viene processata anche dopo la morte, quando non può più difendersi. Viene in mente il vecchio professore della Città vecchia di De André: quello che disprezza pubblicamente e cerca, nell’ombra, ciò che a parole condanna. Cambiano le epoche, cambiano le piazze; l’ipocrisia conserva una straordinaria capacità di adattamento. Ieri si nascondeva nei vicoli, oggi distribuisce sentenze sui social. Intanto restano le domande che contano: i ritardi negli interventi, i protocolli eventualmente ignorati, le prassi operative da verificare, la protezione che avrebbe dovuto funzionare. Domande che meritano risposte rigorose, non processi sommari. Riposa in pace se puoi, bella, giovane, irrequieta", ha concluso l'avvocato.

Il processo per femminicidio e le prime parole di Gianluca Soncin

Nella terza udienza del 5 ottobre scorso, davanti alla Corte d'Assise di Milano, Gianluca Soncin ha parlato per la prima volta dall'inizio del processo. In un'aula in cui era calato un silenzio agghiacciante, Soncin, in piedi accanto ai suoi legali, ha letto a voce bassa alcune righe scritte a mano su un foglio. Poche parole, con cui ha rivolto le proprie scuse alla famiglia della donna che ha massacrato a morte.

"In questo momento di grande dolore e profonda tristezza porgo le mie scuse alla famiglia di Pamela. Da quel giorno le nostre vite sono profondamente cambiate. So che il perdono non si può pretendere. Non mi resta che assumermi fino in fondo le conseguenze per il dolore che ho causato con senso di responsabilità". Poi è tornato a sedersi in prima fila, accanto ai suoi avvocati.

"Non accettiamo nessuna scusa, vogliamo l'ergastolo nessun sconto di pena", ha subito replicato e riferito a Fanpage.it la sorella di Pamela, seguita da Scarpetta Rossa, associazione contro la violenza sulle donne. "Deve vergognarsi di stare al mondo".

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