"Conseguenze ce ne sono, il covid esiste. Non è vero come dicono gli altri che il covid non esiste". Vito Romaniello, 52 anni, giornalista varesino, caporedattore dell'agenzia LaPresse, per molti anni narratore delle cronache calcistiche di mezza Italia, parla ancora con la voce un po' rauca. È uno degli effetti delle cinque settimane di coma che ha passato, sospeso tra vita e morte, in un letto dell'ospedale di Varese. Non era un paziente a rischio, non aveva patologie, ma si è preso il virus nella forma più violenta. E dopo quattro mesi ne sta ancora pagando le conseguenze. Vito ha raccontato a Fanpage.it la sua storia per rispondere a chi ancora non crede alla pandemia o pensa che la malattia non sia grave.

Porti sul corpo e nella voce i segni delle settimane passate a lottare contro l'infezione, eppure c'è chi non crede che tutto questo sia reale.

Io so cosa ho passato e cosa ho visto. Ho negli occhi la sofferenza dei miei "colleghi di covid", chiamiamoli così. Io sono stato fortunato, sono uscito sano, mentalmente sano. Molti di loro stanno ancora in ospedale, e sono stati ricoverati con me, oppure si trovano a dover combattere con una fase di riabilitazione psicologica davvero dura.

Come è iniziata la tua battaglia contro il covid?

Inizia che prendo la febbre, una cosa che mi accade molto di rado. Il 9 marzo mi sento male, il 10 marzo mattina dopo la doccia ho ancora 39 e mezzo di febbre. Chiamiamo il dottore e invece arriva subito l'ambulanza. Mi prendono e mi portano in pronto soccorso. Scoprono che ho il covid. Io in quel momento penso di andare via e curarmi da casa. Poi il medico vede la mia saturazione e dice: "Tu resti qui". Io però questa parte non me la ricordo, me l'hanno raccontata dopo. Infatti appena entrato in terapia intensiva mi hanno mandato in coma farmacologico.

Quanto sei rimasto in coma e ventilato?

È durato più di quattro settimane, quasi cinque. Per me dopo un'ora è finito tutto. La mia testa è andata per i fatti suoi, mi ricordo tutto, ricordi i sogni. Tutti sogni strani e molto reali.

La tua famiglia come ha vissuto quelle settimane?

Mia moglie e mia figlia hanno vissuto il dramma allo stato puro. Io invece l'unica volta che ho realizzato di essere in ospedale è stato proprio alla fine di questo viaggio. I miei un giorno hanno telefonato, hanno chiesto le mie condizioni e hanno avuto la risposta peggiore a parte "se n'è andato". I medici hanno detto "suo marito non collabora, non reagisce, sembra rassegnato". Non sapevano cosa fare. Un aggiornamento di 15 secondi, loro erano distrutte. Quella sera stessa ho realizzato di essere in ospedale. Ho sentito la voce del medico che mi chiamava e mi sono detto "ma io non posso stare qui, ho troppe cose da fare". Il giorno dopo mia moglie ha chiamato in ospedale e le hanno detto: "Guardi che suo marito è vigile, ha chiesto di fare fisioterapia e ha chiesto una birra".

Con la ripresa clinica è finita la battaglia contro il covid?

No, è un percorso lungo. Qui, nel mio giardino, faccio ancora fisioterapia di rinforzo, di equilibrio e di respiro. Gli effetti della malattia sono pesanti: ho una parte del corpo ancora poco sensibile, all'inizio camminavo male, i muscoli dopo il coma non lavoravano quasi più e avevo perso quasi del tutto la voce. Per fortuna ho avuto tempi di recupero molto rapidi.

Da tutto questo hai capito come si vince la partita contro questa malattia?

Io ho fatto giornalismo sportivo per gran parte della mia vita professionale, quindi ora dico che è stata una vittoria della squadra. Oss, infermieri, medici che mi hanno salvato la pelle e hanno anche rischiato del loro. Paolo Severgnini, il primario di Terapia Intensiva cardiochirurgica dell'ospedale di Varese, Massimo Raso, anestesista rianimatore dello stesso ospedale, e Sandro Noto della Sezione Pneumologia riabilitativa della Clinica Le Terrazze. Ci tengo a citarli. Grazie a loro sono qui a raccontare questa storia.

Che rapporto si è creato in questi mesi?

Un rapporto molto forte. Se dal malato arriva l'input a sdrammatizzare la situazione, trascina anche i medici che sono preoccupatissimi e che vivono con lui questo dolore. Quando mi hanno portato via dalla terapia intensiva ho cercato di trovare la forza di parlare per farmi sentire. "Muovetevi, io sto andando, vi voglio rivedere di sopra". Ho visto un ragazzo di 30 anni, ho ancora i brividi, alzare le braccia come se avesse fatto goal. Un signore più anziano fare fatica per alzare il pollice e farmi un segno. Queste sono le cose che mi ricordo dei miei "colleghi di covid", persone che insieme a medici e sanitari diventano una parte di te.