Quando pensi alla Calabria, così lontana dalla Lombardia, pensi anche ai suoi imprenditori coraggiosi. Persone che non solo hanno denunciato il tentativo di estorsione della ‘ndrangheta ma hanno fatto nomi e cognomi esponendosi mediaticamente, diventato sul territorio un esempio da seguire e da ammirare. Quando pensi alla Calabria, pensi a imprenditori come Tiberio Bentivoglio che ha pagato sì a caro prezzo il suo coraggio – ogni giorno davanti alla sua Sanitaria Sant'Elia nella centralissima Reggio Calabria c'è una camionetta dell'esercito che sorveglia sulla sua famiglia e sulla sua attività – ma non c'è studente in Italia che non lo conosca: le sue lezioni nelle scuole da Nord a Sud hanno lasciato il segno. Se pensi a Palermo, anche lei così lontana dalla Lombardia, pensi ai suoi imprenditori coraggiosi. Non c'è 29 agosto che non si ricordi il sacrificio di Libero Grassi, nel 1991 ha pagato con la vita il suo coraggio. Anche oggi a Palermo ci sono imprenditori, italiani e stranieri, che senza paura non cedono a Cosa Nostra: si rivolgono alle forze dell'ordine e si affidano alle tante associazioni antiracket presenti sul territorio, come Addio Pizzo. L'ultimo che ci ha messo le faccia è Giuseppe Piraino, l'imprenditore edile che per ben due volte ha filmato con una telecamere nascosta chi veniva a chiedergli il pizzo. I video poi sono finiti nelle mani delle forze dell'ordine e sono scattati gli arresti.

Mancano associazioni antiracket credibili in Lombardia

Perché in Calabria e Sicilia c'è chi denuncia e quindi la criminalità organizzata, come avevano spiegato dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, il più delle volte, sa a quale imprenditore chiedere il pezzo, o meglio la "messa a posto", e a chi no. Sa quando rischia la denuncia e quando no. Una cultura, quella della denuncia, quasi del tutto assente in Lombardia. Qui piuttosto gli imprenditori raccontano il falso davanti ai giudici nelle aule di tribunale. "Gli conviene", come ha spiegato a Fanpage.it il procuratore antimafia di Milano Alessandra Cerreti. Poco presenti in Lombardia sono anche le associazioni antiracket, gruppi di persone non rappresentanti dello Stato che accompagnano l'imprenditori verso la denuncia. Sia chiaro, in Lombardia esiste il movimento antimafia: non è un caso che il primo corso di dottorato in Italia dedicato alla criminalità organizzata sia all'Università degli Studi di Milano. Ma scarseggiano ancora organizzazioni antiracket e antiusura credibili sul territorio. Indispensabile per affiancare, soprattutto oggi, il lavoro di magistrati e forze di polizia in questi mesi di pandemia. Un'assenza che oggi, forse più di ieri, si fa sentire.