Procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Milano Alessandra Cerreti
in foto: Procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Milano Alessandra Cerreti

La Lombardia è al centro anche di questa seconda ondata Covid. Lo era già stata dallo scorso febbraio, da quella prima diagnosi al pronto soccorso di Codogno, e da allora il Coronavirus non se ne è più andato. Ma il Sars-Cov2 non è l'unico "virus" a infettare la Lombardia: da anni il territorio lotta contro la criminalità organizzata che si infiltra nell'economica sana e la fa propria. La prima grande e vera "diagnosi" è stata nel 2010 con l'operazione Infinito della Direzione distrettuale antimafia di Milano che elencò tutte le locali di ‘ndrangheta presenti in Lombardia. A risvegliare i cittadini dall'omertà del Varesotto sono stati anche gli ultimi arresti del luglio 2019 e del settembre 2020 quando l'operazione Krimisa portò alla luce i legami tra la locale di Legnano-Lonate Pozzolo e funzionari pubblici. A coordinare le indagini c'è il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Milano Alessandra Cerreti, insieme alla dottoressa Vassena, che in un'intervista a Fanpage.it mette in guardia gli imprenditori a non cedere alla criminalità organizzata in questi tempi di emergenza sanitaria ed economica.

Procuratore, questa nuova chiusura di attività commerciali aumenta il rischio di un avvicinamento tra imprenditori e criminalità organizzata?

Non è tanto la decisione di chiudere o tenere aperto a far aumentare il rischio, quanto piuttosto la tempestività con cui lo Stato interviene per stanziare aiuti. Più gli aiuti saranno concreti e veloci, più il piccolo e medio imprenditore lombardo non si lascerà tentare dalla liquidità sempre presente nelle mani della criminalità organizzata. La ‘ndrangheta sul territorio è abile ad adattarsi alle realtà socio economiche del momento e infiltrarsi nei nuovi mercati.

Soprattutto in momenti di emergenza sanitaria come questi? 

Sì, abbiamo avvisaglie che la criminalità organizzata stia puntando al mercato delle mascherine e dei tamponi. Ovvero il business più lucroso che ci sia in questo momento. Dalla loro hanno tanta liquidità che possono facilmente investire. Tra le ipotesi, quella di acquistare mascherine dal mercato illegale e rivenderle sul territorio a un prezzo molto più alto. Potrebbe succedere anche per tamponi e vaccini: in tanti sarebbero disposti a pagare a prezzi spropositati se necessario pur di avere una dose per il parente più anziano. Per questo la sanità pubblica deve intervenire tempestivamente e non può permettersi ritardi. Mentre sul territorio locale è necessario creare un fronte comune tra enti statali, associazioni di categoria e rappresentanze sindacati per supportare l'imprenditore.

Qualcosa che manca in Lombardia?

Qui si fa poca rete. Cosa che invece succede nelle regioni del Sud dove, ahimè, le stragi sono state sì un duro colpo per il territorio, ma hanno fatto anche prendere consapevolezza al cittadino della presenza delle mafie. In Calabria e in Sicilia ci sono tante associazioni antiracket, l'imprenditore sa quindi a chi rivolgersi per chiedere aiuto.

Lei ha lavorato sia in Calabria che in Lombardia e ora soprattutto sul caso di Lonate Pozzolo. La ‘ndrangheta qui agisce in modo diverso rispetto al Sud?

Assolutamente no. Occupandomi del Varesotto ho notato le stesse dinamiche di giù: il cittadino comune a Lonate Pozzolo si rivolgeva alla ‘ndrangheta per risolvere i suoi problemi. Non si rivolge allo Stato. Esattamente lo stesso succede in Calabria. Eppure in Lombardia è più comodo pensare che la ‘ndrangheta resti sempre un problema del Sud. Si sbagliano. In Lombardia però c'è silenzio totale. Basti pensare che nessun Comune o altri enti istituzionali si costituiscano parte civile nei processi. Cosa che invece avviene sempre in regioni come la Calabria e la Sicilia.

C'è chi però ha avuto coraggio. Un filone delle indagini sulla locale di Lonate Pozzolo è iniziato grazie alla denuncia di un giovanissimo imprenditore: una cosa più unica che rara?

Non capitava da anni che un imprenditore lombardo denunciasse, ha avuto coraggio. Oggi è l'unica denuncia, durante il processo a Busto Arsizio contro la locale di ‘ndrangheta c'è stato persino qualcuno che davanti ai giudici ha preferito prendersi una denuncia per falsa testimonianza piuttosto che andare contro gli ‘ndranghetisti. Piuttosto negano tutto pur di denunciare.

Perché secondo lei?

Per pura convenienza. L'imprenditore non denuncia e diventa colluso con la ‘ndrangheta perché gli conviene. Ma non capiscono che una volta che fai entrare la criminalità organizzata nella tua azienda poi ne diventi schiavo. Non te ne liberi più. Come quello che può succedere ora con la pandemia, non è che se chiedi liquidità alla ‘ndrangheta finita l'emergenza te ne liberi. No, diventa padrone della tua azienda.

Lo stesso vale per il rapporto tra politica e ‘ndrangheta, esattamente come è successo a Lonate Pozzolo?

La ‘ndrangheta mira al centro del potere e quindi alle amministrazioni politiche. Cercano un canale comunicativo e spesso lo trovano nei piccoli paesi di provincia. Ma non per questo vuol dire che non cerchino di infiltrarsi nella politica delle grandi città. È sicuramente più difficile perché il politico è più esposto mediaticamente, ma ci provano. A Lonate Pozzolo era tutto alla luce del sole: c'erano reati spia come incendi, linciaggi e percosse nel centro della piazza del paese. Ma nessuno ha detto o fatto nulla.

La ‘ndrangheta è un "virus" di cui la Lombardia non si libererà mai?

No, ma bisogna insistere. L'operazione Infinito di dieci anni fa è stato un duro colpo alla criminalità organizzata, per tanti indagati poi si sono aperte le porte del carcere. Ma una volta scontata la pena, i boss sono ritornati al loro posto e hanno ripreso il controllo del territorio. La loro grande capacità è quella di adattarsi alle nuove realtà socio economiche. Per questo i cittadini devono prendere coscienza della presenza della ‘ndrangheta sul territorio e lo Stato deve insistere per contrastarla.