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27 Luglio 2022
6:28

“Lo Stato ci ha abbandonato”, parlano i familiari delle vittime della strage di via Palestro

Ventinove anni fa la strage di via Palestro a Milano. Quella sera morirono cinque persone tra cui il giovanissimo vigile del fuoco Carlo La Catena. A raccontare a Fanpage.it quel giorno il cognato Nicola Perna.
A cura di Giorgia Venturini
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Era la sera del 27 luglio 1993. Carlo era il vigile del fuoco più giovane del distaccamento di via Benedetto Marcello, aveva 25 anni. Solo poche settimane prima aveva finito l'addestramento ed era entrato in servizio. Quel giorno aveva lasciato la sua Napoli, la sua famiglia, per ritornare a Milano. Con lui quella sera c'erano anche Sergio Pasotto e Stefano Picerno. Sono tre delle cinque vittime della strage di via Palestro, avvenuta quella sera d'estate di 29 anni fa. Gli altri sono l'agente di polizia municipale Alessandro Ferrari e Moussafir Driss, un uomo che dormiva su una panchina. A far esplodere la bomba era stata Cosa Nostra. Negli anni la giustizia darà i nomi dei mandanti e degli esecutori materiali. Ma le indagini sono veramente finite? Cosa manca per capire veramente cosa è successo? A Fanpage.it ha spiegato tutto Nicola Perna, il cognato della giovane vittima Carlo La Catena.

Cosa è successo quel giorno?

Erano le 20 quando Carlo prende servizio a Milano. Nella stazione dei vigili del fuoco si festeggia il compleanno di Sergio Pasotto. Sono le 22.30 quando la serenità viene interrotta: arriva la chiamata di un'auto sospetta in via Palestro, poco distante dalla loro sede dei vigili del fuoco. Carlo è il più giovane della squadra, aveva da poco preso servizio. Una volta sul luogo c'è una pattuglia della polizia locale che avverte dell'auto fumante. Alle 23 la gente che nella sera d'estate frequentava quella via centrale era stata già tutta allontanata. Tutti tranne Moussafir Driss, un immigrato marocchino che dormiva su una panchina. Intanto la strada viene chiusa da un lato dalla macchina della polizia locale dall'altra dalla camionetta dei vigili del fuoco.

La bomba era stata posizionata nel bagagliaio dell'auto. Spostano il camion dei vigili del fuoco di altri trenta metri e mettono in sicurezza la zona. Ma da lì a poco si scoprirà che tutta questa sicurezza non c'era. Sergio Pasotto e Stefano Picerno comunicano con il comando centrale e chiedono l'ausilio degli artificieri. Nessuno si accorge della miccia e la macchina esplode. Oltre alle cinque vittime, altre dodici persone rimangono ferite in modo lieve.

Come ha saputo dell'attentato?

Lo abbiamo saputo dalla tv, abbiamo avuto modo di capire cosa stava succedendo perché si erano interrotte tutte le trasmissioni. Abbiamo cercato di contattare Carlo con il suo cerca persone. Prima ancora di avere l'ufficialità da parte dei vigili del fuoco la sua foto era stata trasmessa su tutti i telegiornali. Solo alle 3 di notte ci fu un atto ufficiale del comando. Una parte della famiglia così è partita per Milano. Siamo arrivati alle 7 del giorno dopo.

Cosa ha trovato una volta arrivato in via Palestro?

Un campo di battaglia. Pompe di benzine che non c'erano più. Tabelloni pubblicitari e alberi abbattuti. Pezzi della macchina trovati a metri e metri di distanza. L'esplosione colpisce anche una condotta del gas che stava sotto via Palestro. Dobbiamo considerare che tutto è accaduto trent'anni fa: una volta a Milano io ho chiamato la mia famiglia attraverso le cabine telefoniche e tanti tanti gettoni. Mio suocero mi chiedeva quello che stava accadendo.

Si è saputo subito che si trattava di un attentato di mafia?

Sì, fu subito chiaro dai telegiornali. In quel momento ci sono altre due esplosioni: la notte tra il 27 e il 28 a San Giovanni in Laterano e alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Tutto studiato da Cosa Nostra: Giovanni come il presidente del Senato Giovanni Spadolini e Giorgio come il presidente della Camera Giorgio Napolitano. Le bombe erano segnali di morte rivolte a queste persone, alle istituzioni. Tutto questo perché la mafia chiedeva l'eliminazione del carcere duro, del 41 bis, e le pene inflitte ai boss da parte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino durante il Maxiprocesso.

Come la definita lei "un vero colpo di Stato"…

Via Palestro è l'ultima strage di mafia in Italia. Dopo, altri due attentati vengono evitati. Come quello allo stadio Olimpico a Roma. A Milano polizia e vigili del fuoco sono le vittime della lotta alla mafia. Un momento storico per il nostro Paese. C'è un discorso unificato del presidente Oscar Luigi Scalfaro che parla in modo indignato per quello che sta succedendo. In via Palestro uccide i vigili del fuoco, ovvero una squadra di soccorso.

Ci sono ancora punti poco chiari su quanto accadde in via Palestro?

Abbiamo i nomi di chi ha trasportato i materiali, chi ha deciso quali erano i posti dove andare a colpire. Chi è stato la regia di questi attentati. Ma oggi c'è ancora qualcuno che sicuramente non è ancora stato indagato. Solo pochi mesi fa è tornata alla ribalta Rosa Belotti, la donna bionda che ha lasciato la macchina in via Palestro. Se sia stata coinvolta o meno nell'attentato deciderà la Procura. Certo è che ancora non è tutto chiaro su queste stragi. I servizi segreti non hanno funzionato, gli apparati dello Stato hanno accettato diverse situazioni. Bisogna ancora fare delle indagini.

Come si è comportato lo Stato nei confronti di voi parenti delle vittime?

È stata molto molto dura. Difficile da digerire per l'abbandono e per le cose che non abbiamo avuto. Noi non abbiamo avuto nulla, solo alcune liquidazioni a carattere economico perché previste per legge. Non abbiamo avuto supporto psicologico, non abbiamo avuto un'assistenza legale per determinate situazioni. Non siamo stati informati dei nostri diritti. Lo Stato non ci ha supportato. Si poteva fare molto di più. Un fatto del genere ti cambia la vita. Ci è voluto 5-6 anni per tornare a una parte di normalità. Non possiamo tornare indietro. La nostra tranquillità si è interrotta il 27 luglio: non esistono più Capodanni e Natali. Il papà di Carlo si è lasciato morire nel 1997, era consumato. Sono stati tempi non facili.

Negli anni avete fondato un'associazione in memoria di Carlo La Catena

Noi famigliari abbiamo cercato di riscattarci attraverso l'associazione Carlo La Catena. Ho cercato di dare dignità alla famiglia: abbiamo cercato di non scomparire con la morte di Carlo. Oggi 27 luglio, per il secondo anno, grazie a una proposta della nostra associazione si ricordano tutte le vittime del dovere appartenenti ai vigili del fuoco.

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