Invece di risolvere il problema dello spaccio nel bosco di Rogoredo, Milano lo vuole spostare per le Olimpiadi

Milano si prepara a ospitare le Olimpiadi invernali e, per farlo, ha già investito milioni di euro tra sponsorizzazioni, cantieri e svariate riqualificazioni della città. Sotto questa superficie luccicante resta, però, una domanda scomoda: che fine fanno i problemi che non stanno bene in cartolina? Perché il rischio, sempre più concreto, è che invece di affrontarli si scelga di spostarli, o meglio, di nasconderli.
Proprio come sta accadendo – o rischia di accadere – con il cosiddetto "bosco della droga" di Rogoredo e San Donato, dove Fanpage.it è stata nelle scorse settimane per documentare cosa accade davvero al suo interno: quello che abbiamo trovato è un "non-luogo" più "vivo" e più grande che mai, dove l'eroina costa due euro e la vita spesso ancora meno, e dove, ogni giorno, transitano migliaia di persone invisibili agli occhi delle amministrazioni.
Cosa rischia di succedere al "bosco della droga" di Rogoredo
"Da tempo l'area tra Rogoredo e San Donato non assomiglia più al luogo che aveva fatto il giro delle cronache nazionali. Il bosco è stato bonificato, ripulito, riconsegnato alla città. Ma lo spaccio non è affatto scomparso: semplicemente si è spostato", ha spiegato a Fanpage.it l'assessora al Welfare di San Donato, Francesca Micheli, in un momento storico in cui le Olimpiadi rischiano di accentuare ancor di più il fenomeno, trasferendolo a San Donato.
Ed è proprio qui il punto politico, prima ancora che sociale. Perché se lo spaccio "si sposta", significa che non è stato risolto. È stato solo accompagnato altrove. Detto in altre parole: nascosto dagli occhi dei riflettori e, soprattutto, a quelli dei turisti. In questo caso: "Lungo i binari, sotto i cavalcavia della tangenziale, negli spazi irregolari e marginali che non appartengono davvero a nessuno e che, per questo, diventano terreno fertile per un'economia criminale che non interrompe mai il proprio flusso".
In questo scenario, secondo Micheli, non reggerebbe più la logica del "spostare il problema", una formula che, già in passato, ha guidato interventi emergenziali, soprattutto in vista di grandi eventi. In questo caso, "se le Olimpiadi dovessero spingere il fenomeno ancora più a sud della città, il risultato sarebbe soltanto una sua ulteriore frammentazione, in territori più difficili da monitorare e ancora meno attrezzati per assorbire un flusso così complesso", ha continuato l'assessora. Perché l'illusione che basti "allontanare" ciò che disturba la vista dei quartieri più centrali cancella un fatto ormai evidente: lo spaccio si adatta, cambia forma, occupa ciò che trova. Non scompare.
Quale potrebbe essere, dunque, la soluzione? Secondo Micheli, "risposte multilivello", capaci di mettere attorno allo stesso tavolo istituzioni locali, enti sovraterritoriali, livelli regionali e autorità statali. E un "lavoro interdisciplinare stabile, non episodico, tra forze dell'ordine, servizi sanitari per le dipendenze, operatori sociali, unità di strada, medici, psicologi, associazioni del terzo settore, esperti urbani e chi conosce le dinamiche del lavoro e dell'inclusione".
C'è poi una parola che viene spesso usata e su cui servirebbe fare una riflessione: sicurezza. "Significa davvero sicurezza aumentare il numero delle pattuglie?", si è domandata l'assessora. La risposta è no, se quella presenza non è inserita in una strategia più ampia. Perché "militarizzare non è mettere in sicurezza. Sicurezza è continuità, è presa in carico, è luce negli spazi abbandonati, è presenza sociale prima ancora che repressiva". E, soprattutto, è impedire che il problema rinasca cento metri più in là.
E se è vero che nell'area intorno a Rogoredo e San Donato esistono realtà che lavorano ogni giorno per dare assistenza a chi vive o frequenta il bosco, è altrettanto vero che lasciarli soli mentre la politica pensa solo a "ripulire" in vista di un evento internazionale è un errore. "Serve un approccio straordinario, un vero fare insieme", ha rincarato Micheli a Fanpage.it, prima di concludere. "Lo dobbiamo alle persone delle nostre città, a chi si sposta ogni giorno con i mezzi e vive tra paura e compassione, alle famiglie dei tanti invisibili di Rogoredo, compresi anche gli spacciatori, spesso vittime di un sistema che li rende insieme vittime e carnefici. Lo dobbiamo ai nostri spazi nelle città e al futuro dei figli, affinché possano vivere in sicurezza e con dignità". Perché altrimenti l'alternativa, come dicevamo, è nasconderli, ma i problemi nascosti, prima o poi, tornano sempre a chiedere il conto. E lo fanno nel modo peggiore.