Ingerisce acido al Cpr di Milano e va in coma, il fratello: “Portato in ospedale dopo ore, aveva sangue alla bocca”
"Come è entrata questa sostanza nel suo corpo? Perché sono trascorse così tante ore prima che venisse portato in ospedale?". Sono solo alcune delle domande del fratello di Mouchine Ettabouti, 37 anni, finito in coma dopo aver ingerito una sostanza contenente acido cloridrico nel Cpr di via Corelli a Milano.
Ora, attraverso Fanpage.it, il giovane chiede un'indagine per ricostruire ogni passaggio di una vicenda che, qualunque sarà l'esito degli accertamenti, "non avrebbe mai dovuto verificarsi". "Non chiediamo vendetta contro nessuno. Chiediamo soltanto la verità. Chiediamo un'indagine seria e trasparente. Chiediamo giustizia per mio fratello", ha rincarato.
Dal fermo al trasferimento in Cpr
Ettabouti vive in Italia dal 2015. Secondo quanto raccontato dal fratello a Fanpage.it, nel corso degli anni il 37enne ha vissuto e lavorato regolarmente nel Paese, cercando di regolarizzare la propria posizione. "Proprio mentre si stava recando dall'avvocato è stato fermato dalle forze dell'ordine", ha iniziato a raccontare il fratello.
Dopo il fermo è stato portato in commissariato e successivamente trasferito al Cpr di via Corelli. Lì, secondo il fratello, sarebbe cominciata una sequenza di eventi sulla quale oggi vengono chiesti chiarimenti. Il fratello ha raccontato che, una volta entrato nella struttura, Ettabouti avrebbe iniziato a soffrire di forti dolori alla gamba. Avrebbe chiesto assistenza medica, chiedendo di essere portato in ospedale.
È allora che qualcosa sarebbe cambiato. "Mouchine è scomparso dalla vista degli altri presenti. Hanno iniziato a cercarlo e lo hanno trovato in una stanza, con sangue che gli usciva dalla bocca e in condizioni gravissime", ha ricordato il fratello a Fanpage.it. "Secondo le informazioni che ci sono state riferite, questo sarebbe avvenuto intorno alle ore 10:00 del mattino". Ma l'arrivo in ospedale, sempre secondo le informazioni ricevute dai familiari, sarebbe avvenuto soltanto intorno alle 17:00. Circa sette ore. Le stesse che oggi il fratello vuole vedere ricostruite senza omissioni e senza zone d'ombra.
L'acido e il ricovero
Quando Ettabouti è arrivato all'ospedale Niguarda, la situazione era drammatica. I medici hanno accertato la presenza nel suo corpo di una sostanza estremamente pericolosa. Secondo quanto spiegato da Nicola Cocco, medico infettivologo della Rete Mai più Lager, NO ai Cpr e della Società italiana di medicina delle migrazioni a Fanpage.it, si trattava di un prodotto contenente acido cloridrico al 7 per cento, una sostanza corrosiva che ha provocato "ulcere gravissime a carico dell'esofago e dello stomaco", con rischio di perforazione, emorragia e morte. Ora Ettabouti sarebbe fuori pericolo di vita, ma le condizioni restano molto gravi.
È a questo punto, però, che una domanda diventa inevitabile: come è possibile che una persona sottoposta alla custodia dello Stato sia arrivata a ingerire una sostanza così pericolosa all'interno della struttura? Non è una domanda alla quale la famiglia pretende di rispondere. Al contrario: proprio perché non conosce la risposta, chiede che ora siano gli organi competenti a trovarla.
Come è entrata questa sostanza nel suo corpo?
Nel suo appello a Fanpage.it il fratello mette in fila le domande. "Come è entrata questa sostanza nel suo corpo? Che cosa è successo realmente all'interno del centro? Perché sono trascorse così tante ore prima che venisse portato in ospedale?". E ancora: "È stata chiamata un'ambulanza? Chi era responsabile di mio fratello in quelle ore? Esistono telecamere, rapporti o registri che possano aiutare a ricostruire ciò che è accaduto?".
Sono interrogativi che chiamano in causa non soltanto la dinamica dell'ingestione, ma l'intera gestione dell'emergenza. Perché se Ettabouti aveva effettivamente chiesto assistenza medica, quando è stata raccolta la sua richiesta? Chi l'ha presa in carico? Quando è stato valutato il suo stato di salute? Quando sono stati avvertiti i soccorsi? E, soprattutto, cosa è successo nell'intervallo di tempo tra il momento in cui sarebbe stato trovato in condizioni gravissime e il suo arrivo in ospedale?
"Non vogliamo accusare nessuno senza prove", ha spiegato il fratello a Fanpage.it, sottolineando di non voler puntare il dito contro qualcuno senza avere prove e non intende accusare ingiustamente alcuna istituzione. Ma proprio per questo chiede un'indagine che, secondo la famiglia, dovrebbe essere "urgente, indipendente, imparziale e trasparente" e che dovrebbe passare dall'acquisizione delle immagini delle telecamere, dai referti medici, dai registri della struttura e da qualsiasi altra documentazione possa permettere di ricostruire ciò che è accaduto.
Perché in una vicenda del genere non basta sapere che cosa è successo alla fine. Bisogna capire che cosa è accaduto prima. Bisogna ricostruire quelle ore. "Mio fratello era sotto la responsabilità dello Stato e noi crediamo che la vita e la dignità di ogni persona debbano essere tutelate, indipendentemente dalla sua nazionalità o dalla sua situazione amministrativa", è questo il punto sul quale insiste il fratello di Ettabouti. "Non chiediamo vendetta contro nessuno", ha ribadito, prima di concludere: "Chiediamo soltanto la verità".