"Ci si appiglia a sminuire la gravità del reato cercando una sorta di concorso di colpa da parte della vittima, sento illazioni e giudizi del tipo ‘beh, se vai a feste del genere un po’ te lo devi aspettare'". Sara Pezzuolo è la psicologa forense scelta per assistere in sede processuale la giovane diciottenne vittima della violenza sessuale che ha denunciato l'imprenditore Alberto Genovese, in custodia cautelare anche per le accuse di sequestro di persona, lesioni e spaccio di droga. Fanpage.it ha intervistato la dottoressa: un colloquio senza voyeurismo né morbosità, nel pieno rispetto della vittima e della fase istruttoria in corso. Come all'indomani di un terremoto ci vuole cautela, perché in questi giorni, dice la psicologa, la vittima è come una terremotata "nella cui casa è come se continuassero a tornarci i ladri dopo un terremoto".

Dottoressa Pezzuolo, posto che il dolore altrui conserva sempre qualcosa di insondabile, specie in presenza di un trauma di tale portata, non posso non chiederle come sta la ragazza.

Come una terremotata. Scesi a L’Aquila il terzo giorno dopo il terremoto, quando le persone, passata la fase iniziale del “siamo vivi”, iniziavano a fare la conta, “quello è morto… quello non c’è più… la mia casa è distrutta”, cercando di capire cosa era rimasto della propria casa e della propria vita.

Il nostro corpo è la nostra prima casa.

È così, e nella casa della mia assistita è come se continuassero a tornarci i ladri dopo un terremoto.

Si spieghi meglio.

La ragazza ha pochi ricordi e l’origine di questa amnesia secondo me è multifattoriale. Lei si immagini di ricordare poco, chiedersi costantemente cosa è successo, e intanto essere bombardata rispetto a quello che avrebbe subito in quelle ore.

Ormai circolano dappertutto video in cui si sentono degli audio inviati dalla vittima a Daniele Leali, l’amico di Genovese che si occupava di organizzare le feste. Chi ha dato l’autorizzazione a diffonderli?

Nessuno, men che meno la vittima.

Audio-messaggi per altro estrapolati dal contesto.

Non sappiamo il motivo per cui li ha mandati, perché ha avuto un contatto con questo signore, cosa si sono detti prima, cosa si sono detti durante, cosa si sono detti dopo eccetera. Non sappiamo in che condizioni psicoemotive era la ragazza, non sappiamo cosa ha detto lui. Devo pensare che il signor Leali sia stato zitto tutto il tempo? Perché se si registra un vocale audio un motivo ci sarà.

Crede che insistere mediaticamente così tanto sul caso e ricostruire i dettagli possa avere un effetto deterrente nei soggetti già violenti?

Al contrario, favorisce il voyeurismo e l’attrazione per la violenza. Poi certo, dipende da soggetto e soggetto.

I giornalisti stanno sbagliando qualcosa nel trattare questo caso?

C’è un’eccessiva morbosità nei confronti degli aspetti più cruenti, ma non dimentichiamoci che sono dettagli di una violenza. È come se la violentassero una seconda volta. Il diritto all’informazione è sacrosanto, ma la morbosità rende l’informazione dis-informazione, e il confine lo dà il giornalista. Io sono il consulente tecnico di parte incaricato a seguire il caso ma non ho le informazioni che avete voi.

E nel dibattito pubblico che si è creato c’è qualcosa che non le va giù?

Ci si appiglia a sminuire la gravità del reato cercando una sorta di concorso di colpa da parte della vittima, sento illazioni e giudizi del tipo “beh, se vai a feste del genere un po’ te lo devi aspettare”. Ho letto da qualche parte – se informazione veritiera – che anche Bélen e Cracco hanno partecipato alle feste di Genovese, ma nessuno si sognerebbe di dire a loro, personaggi famosi, “beh, partecipando a queste feste devi mettere in conto che possa capitarti di venire segregato e stuprato per ore”.

Non ha ancora menzionato il ruolo dei genitori della ragazza.

Su questo, posso assicurare che i genitori sono presenti, sono vicini alla figlia insieme alle sorelle, e non meno importante è il filo diretto che, sia la vittima che la famiglia hanno con gli avvocati con i quali si sentono almeno un paio di volte al giorno e vogliono essere informati sull’evolversi della situazione.

In generale, nella sua esperienza professionale, cosa può dirci del ruolo dei genitori nella formazione di un giovane e nella sua capacità di superare un trauma?

Potrei dirle molte cose: purché dotati di adeguate capacità genitoriali, la madre e il padre sono figure insostituibili, ciascuno dei due dà un apporto. Pensiamo alla figura paterna. C’è tutta una letteratura scientifica che ha dimostrato come il padre giochi un ruolo protettivo rispetto alle gravidanze premature, all’abbandono scolastico, e all’ideazione suicidaria, si tratta di ricerche che da noi sono iniziate negli anni ’80, ma che in America circolavano già negli anni ‘50 e ’60.

Cosa chiede la sua assistita?

Lei vuole avere una voce. Man mano che cresceva la morbosità intorno alla sua vicenda, mi è stato chiesto espressamente questo, che si sentisse anche la sua voce. Per me non è facile, sono abituata a studiare le carte processuali in aula, non nei talk televisivi e sui giornali. Ma quella ragazza merita di avere una voce.

Crede nella riabilitazione del reo?

Io credo che gli esseri umani siano recuperabili, lo prevede anche il nostro ordinamento che nel recupero del reo “investe”. Ma la riabilitazione del reo non può partire se il reo non capisce di avere commesso un reato.