Ezio Guaitamacchi: “Milano è stata la prima città del rock italiano, vi spiego perché quell’anima non c’è più”
Scrittore, musicista e autore radiotelevisivo italiano è un punto di riferimento per gli appassionati del rock americano. Parliamo di Ezio Guaitamacchi. Dalla volta in cui incontrò Carlos Santana "Il rock italiano secondo me, ha avuto, come prima città rock, Milano", ha affermato a Fanpage.it per poi aggiungere che "Milano è stata quella che meglio di altre città ha incarnato questo spirito".
Quali sono state le cause dell'ascesa e del declino del rock americano?
L’ascesa è da far risalire ai primi anni '60, più precisamente, al '65-'66, quando vivevamo in un altro mondo, di sogni e di
speranze, come viene chiamata l’America in generale e la California in particolare. Qualcuno, come l’Architetto Frank Lloyd Wright, che ha ideato le case in legno e vetro, immerse nella natura, sosteneva che l’America fosse come un piano inclinato: tutto scorre verso ovest.
Se ci pensi, la California è un po' l'ultima frontiera degli Stati Uniti, ma anche della civiltà occidentale. Se tu da lì vai ad ovest, arrivi in Oriente. Quindi, dalle radici di una terra tormentata, come la Mesopotamia di 2000 anni fa, la civiltà occidentale è arrivata fino a questa terra che ha tante caratteristiche, anche dal punto di vista fisico: è varia ed è un posto che, ai quei tempi,
per raggiungerlo, ci voleva del coraggio e spirito di avventura, al tempo stesso, anche un clima rilassato.
Tutto ciò, ha fatto sì che alla metà degli anni ’60, tutte quelle vibrazioni, che venivano dalle intuizioni di molti artisti, fossero scrittori, cineasti, scultori, pittori, ma soprattutto musicisti, venissero tradotte in musica. In California trovarono terreno fertile, in tutti i sensi, per cui dal sud della California, partirono musiche e protagonisti fantastici, come i Beach Boys, i Mama’s and Papa’s e, invece, più a nord, a San Francisco, ci fu una vera e propria rivoluzione artistico-culturale, con una filosofia pacifista,
perché in quel momento l’America era in guerra con il Vietnam e l’esercito era obbligatorio, ma al contempo anche molto libertaria.
Il “peace and love”, era libertà sessuale. Fu un momento straordinario, io lo definisco una sorta di nuovo Rinascimento delle arti e del pensiero. Poi, adagio adagio, come tutte le forme d’arte, ha avuto la genesi, il momento di massimo picco artistico e culturale e, successivamente, lentamente, c’è stato un declino. Cominciato in maniera più decisa, nella seconda metà degli anni ’90. Il mondo, l’11 settembre del 2001, è cambiato. Soprattutto è cambiata la funzione che ha avuto la musica, quella della California in
particolare, per noi ex ragazzi degli anni ’70.
Per noi, la musica era una forma di identità collettiva straordinaria ed era anche un modo per farci sognare una terra e un mondo diverso, che in California si stava realizzando.
Il tuo incontro con il rock, in che circostanza è avvenuto? Ed è stato un colpo di fulmine?
Io ho avuto la fortuna di avere un fratello maggiore di 5 anni, appassionato di questa musica. In casa, quando avevo 11-12 anni,
queste note, queste vibrazioni, questi ritmi, li vivevo. Lui amava la batteria e aveva degli amici con cui suonava, uno dei quali, diventato poi, per un periodo, un autore televisivo molto affermato, Icio De Romedis, suonava la chitarra.
Io ricordo che, quando Icio arrivava a casa nostra, non vedevo l’ora che aprisse quel fodero con quella chitarra, la stessa che aveva John Lennon. Restavo inebriato dal profumo di legno. Lì scattò il colpo di fulmine. Poi, grazie a mio fratello, che andava a vedere i concerti – considerato che a 14 anni non sarei mai andato da solo con l’approvazione dei genitori – aggregandomi a lui, ho potuto vedere tutti i concerti: dai Jethro Tull ai Led Zeppelin. Piano piano, quel colpo di fulmine si stava trasformando, dapprima in un vero e proprio innamoramento e, successivamente, nel grande amore della mia vita.
Il tuo ultimo libro California Dreaming-Ascesa racchiude testimonianze particolari, interviste esclusive, aneddoti curiosi con artisti e personaggi famosi. Ce ne racconti qualcuno?
Esattamente 50 anni fa, nell’estate del 1976, che coincideva peraltro con il bicentenario della nascita degli Stati Uniti d’America, sono andato negli Usa per la prima volta. Poi ci sono andato così tante volte che ho calcolato che, pur non avendo mai avuto un periodo vero di residenza lì, ho messo insieme quasi due anni, spalmati in 50.
Ho visto una grande evoluzione fino ad oggi. Un po' per diletto e un po' per lavoro, ho avuto la possibilità di fare una miriade di incontri. Nel libro, li incastro all’interno di ciascun capitolo, un paio per capitolo, ecco. Uno dei miei idoli chitarristici, era Carlos
Santana.
Fui folgorato, quando lo vidi nel documentario di Woodstock. Un anno ero andato nell’isola di Maui, nelle Hawaii, perché era il mio decimo anniversario di matrimonio, mi ero sposato proprio lì ed io e mia moglie avevamo voluto tornarci. Un giorno, in un grande negozio di abbigliamento, al mattino, mi urta un tipo e tra me e me dico: "Ma con tutto lo spazio che c’è, questo mi viene addosso?". Mi giro e vedo uno in bermuda, con un cappellino da baseball e gli occhiali da sole.
Lo guardo bene e dico a mia moglie: "Guarda bene quel tipo … Non ti sembra Carlos Santana?". Lei mi risponde: "Assomiglia, ma se fosse lui, tutti i commessi sarebbero eccitati". Aveva appena finito la frase, che un commesso arriva con una pila infinita di camicie. Lì ho capito che era lui. Alla fine l’abbiamo salutato e poi l’ho intervistato più volte. E, una di queste, mi raccontò che lui vive per la metà dell’anno a San Francisco (è nato in Messico, poi seguì da ragazzino suo papà, che si era trasferito appunto
a San Francisco), e per l’altra metà, nell’isola di Maui.
Quando deve andare a suonare, ci va negli altri sei mesi. Un altro aneddoto, è questo. Nel mio libro, ci sono due prefazioni. Una delle due è di un mio amico-collega, il più grande storico del rock californiano: Per 30-35 anni è stato il critico musicale del San Francisco Chronicle. Il suo nome è Joel Selvin. È un tipo buffo. Una volta, mentre ero in città, mi telefona e mi dice: "Vuoi conoscere Grace Slick, la cantante dei Jefferson Airplane?". "Certo – rispondo -. È uno dei miei miti giovanili". "Guarda – mi dice – fa una mostra di suoi quadri. Ti passo a prendere e poi andiamo all’inaugurazione".
Arriva con la sua Chevrolet Corvette degli anni ’60, mi carica e andiamo in questo hotel a San Francisco. Nella hall, c'era un bellissimo spazio che ospitava la mostra. Joel mi dice: "Guarda, i quadri di Grace fanno veramente schifo, la cosa più interessante
è la sua firma, in basso a destra". Entro e vedo questa donna all'epoca 65enne, con i capelli bianchi, ex hippie, dal forte carattere. Siamo stati un'ora a chiacchierare. Ad un certo punto dico: "È vero che non andrai più sul palco?". "Verissimo", mi risponde.
Poi aggiunge: "Vedi quel quadro, piccolo?". Era un piccolo dipinto in cui aveva raffigurato la sua amica rockstar, Janis Joplin. “Ho impiegato 20 minuti a realizzarlo. Lei era completamente ubriaca. Sai quanto mi danno per quel quadro? 35 mila dollari. Chi me lo fa fare a salire ancora sul palco?” Questo, per dirti un altro degli incontri che racconto nel mio libro.
Altri luoghi particolari che hai visitato?
Anche in questo caso, sono tantissimi. Mi vengono in mente gli studi di registrazione nella bellissima cittadina di Sausalito. Si
attraversa il Golden Gate, arrivi nella contea di Marina e, dopo 5 chilometri, c’è questa cittadina che chiamano la “Portofino californiana”. Per tantissimi anni, c'è stato uno studio di registrazione, famosissimo in tutta America, dove tutti hanno registrato. Tra questi, anche Zucchero.
Corrado Rustici, il suo produttore, viveva lì e utilizzava spesso quegli studi. Tra gli altri, sono passati di lì: Santana, i Fleetwood Mac e via dicendo. Allora sono andato quando lo studio era parzialmente fermo, cioè, una parte era visitabile, a mo’ di museo. Lì vedi i mixer dove hanno registrato, tutto ancora in stile, i divani a fiori, tutto colorato. È stata un’altra delle emozioni che racconto.
Albero Fortis e Davide Van De Sfroos, in che modo hanno contribuito e quali altri nomi puoi citare tra i prestigiosi contributi avuti?
Tutti i contributi li ho raccolti in un’appendice e li ho chiamati “Californiani d’Italy”. Sono quindici amici, tra artisti vari, personaggi del mondo dello spettacolo che, come me, hanno avuto la passione della musica, della California. Uno vive
là da una vita: è Armando Gallo, amatissimo da tutti gli appassionati dei Genesis (e dintorni), perché è stato il biografo di questa band inglese, ma è anche un fotografo molto conosciuto, un giornalista che a Los Angeles è ormai dentro il
Circolo dei giornalisti della stampa estera.
Poi ci sono Carlo Massarini, noto conduttore, Rossana Casale, che condivide con me l’amore per Joni Mitchell, Andrea Mirò, Omar Pedrini, Cristiano Godano. Poi, personaggi meno conosciuti come Gabriella Belloni, regista e fotografa, che ha vissuto 35 anni a Los Angeles. Con Alberto Fortis ho fatto uno spettacolo, tratto da un altro mio libro, all’Istituto di Cultura Italiana, a Los Angeles. Con Davide Van de Sfroos, abbiamo fatto per tre anni spettacoli di racconti, suoni e visioni, in giro per l’Italia, l’ultimo dei quali, dedicato a Jim Morrison, un altro mito, con i Doors, del rock, in California.
Tra le mille cose che hai fatto, hai scritto vari saggi e guide sulla storia del rock. Che cosa ha rappresentato e rappresenta il rock, per te?
Qualcuno, come il regista Wim Wenders, ha detto: "Il rock mi ha salvato la vita". Nel mio caso, non mi ha salvato la vita, sicuramente ha contribuito a renderla molto migliore. In un certo senso me l’ha cambiata. Io mi sono laureato in Bocconi, in marketing, nel 1980 e, per una decina d’anni, ho fatto un altro lavoro. Quando, poi, per una serie di circostanze, la musica, da
grande passione è diventata una professione, credo di avere fatto una cosa che è un privilegio assoluto: riuscire a trasformare in lavoro un hobby che ha assorbito tutta l’emotività e la passione della mia vita.
Da questo punto di vista, ho avuto questa fortuna. Aggiungo anche, senza falsa modestia, che mi ha aiutato la bravura e ne sono felice ed orgoglioso. Ecco cosa è stato il rock per me. In qualche modo, la mia vita va oltre l’amore, nel senso che non riesco a pensare che non ci possa essere più. Diciamo che mi porterò una chitarra nella bara.
Il personaggio rock che avresti voluto incontrare e che, per vari motivi, non hai potuto incontrare?
Non è californiano, ma è americano e si chiama Bob Dylan, Premio Nobel per la letteratura, unico personaggio della storia
della cultura rock ad avare ricevuto questa onorificenza. Devo dire che è stato quello che, più di tutti, se l’è meritato. Dylan è un personaggio totalmente imperscrutabile e, ovviamente, difficilissimo addirittura da incontrare, se non, seduto in un teatro, più o
meno da vicino. Io l’ho visto in California, più di una volta. Quella con più nitidezza, quasi 20 anni fa. Era in un locale di Hollywood, da 2000 posti.
Lui faceva cinque sere. Grazie a un'amica che aveva i biglietti, fummo fortunati a sederci in posti liberi, praticamente di fronte al palco. Fu la volta che lo vidi veramente da vicino, a pochi metri di distanza. Ad un certo punto ho avuto la sensazione che Bob Dylan mi guardasse. Poi, ho visto che, vicino a me, non c’era la mia amica, ma una donna molto più avvenente, per cui la
mia autosuggestione finì in un attimo. Non so nemmeno cosa potrei dirgli, se lo incontrassi, se non… grazie!.
Il podio dei tre interpreti del rock, secondo Ezio Guaitamacchi.
È una domanda davvero difficile. Più che tre, te ne dico sei. È un’altra cosa che ho messo nel libro. Era l’autunno del 2016. Un organizzatore aveva deciso di mettere in piedi un evento, che si rivelò poi unico, in California, nella zona del deserto, molto vicino a Indian Wells, sede del famosissimo torneo di tennis. Tra l’altro io, appassionato, sono riuscito a giocarci. L’evento si chiamava “Viaggio nel deserto” ed era un weekend in cui, ogni sera, c’erano due grandi leggende del rock degli anni ’60.
La prima sera, i Rolling Stones e Bob Dylan che, quello stesso giorno, ricevette la notizia del Premio Nobel. Il giorno dopo Neil Young e Paul Mc Cartney e, alla fine, gli Who e i Pink Floyd. Questo è il mio ideale podio a 6, del periodo d’oro del rock, che va dalla seconda metà degli anni sessante, sino al ’72-‘73.
Tu abiti a Milano 2 e sei nato a Milano. Ecco, secondo te, Milano è una città rock? Se sì, sotto quali aspetti?
Lo è stata sicuramente negli anni ’70. Il rock italiano secondo me, ha avuto come prima città rock Milano. Pensa alla PFM, ad Eugenio Finardi, agli stessi Area, romagnoli, ma che a Milano hanno avuto la loro consacrazione. Pensa anche al Festival di Re Nudo, al Parco Lambro, la Woodstock italiana. Poi è ritornata a esserlo negli anni ’90 con gruppi come gli Afterhours e tutta quella scena rock milanese e rock indipendente degli anni’90, che ha visto in Milano una sorta di capitale.
Anche dal punto di vista dei luoghi dove fare musica, delle case discografiche, dei manager degli artisti. Adesso, tutto è cambiato, perché la musica ha cambiato la sua funzione.
Sino alla fine degli anni’90, la musica ha avuto una funzione identitaria. Per dirti, vedevo da ragazzino uno che non conoscevo, con la maglietta dei Led Zeppelin e istintivamente mi era simpatico. Milano è stata quella che meglio di altre città ha incarnato questo spirito. Oggi, questo spirito, ahinoi, non c’è più. È rimasta una funzione di intrattenimento. Oggi le nuove generazioni hanno altre forme di identità, come i social. Il significato così profondo, che ha avuto per le nostre generazioni, è scomparso. Se ce l’ha, lo ha con altre forme di musica.
Un'ultima domanda. Ti senti più un milanese d’America o un Americano di Milano?
Un milanese d’America. Come ti dicevo, non ho mai vissuto là, ma già dalla prima volta, mi sono sentito soprattutto californiano, perché gli abitanti sono i meno americani di tutti e la California, come Stato, è il meno americano. Ha una grande varietà di cultura, di climi, di atmosfere. Per certi versi, è più familiare al nostro modo di intendere le cose. Quindi, io mi sento milanese, sono nato a Milano, ci ho vissuto tutta la mia vita.
Gli Stati Uniti, la California, soprattutto per la musica, sono stati un sogno che ho avuto la possibilità di realizzare. Ed è un
sogno che, comunque, non morirà mai.