Due esponenti della comunità islamica nella lista della Lega a Vigevano, il partito prende le distanze: è polemica

Nella Lega – dove esistono "regole chiare" e un'identità granitica – è successo che a far discutere non siano stati gli avversari, ma i candidati scelti in casa propria. A Vigevano, nel Pavese, due esponenti della comunità islamica – Hussein Ibrahim e Hagar Haggag – si sono candidati per le comunali, salvo poi essere sconfessati, a distanza, dai vertici regionali dello stesso partito che li ha messi in lista.
La toppa, però, rischia di essere peggio del buco. Perché mentre sul territorio qualcuno ha provato a tradurre in pratica la parola "integrazione", ai piani alti del partito è stato ribadito che quella scelta è "in antitesi rispetto ai nostri valori". Parole nette, quelle del coordinatore lombardo Andrea Monti, che non lasciano spazio a interpretazioni: la linea del Carroccio sull'islam resta quella di sempre. E se una sezione locale decide diversamente, tanto peggio per lei. O per i candidati, verrebbe da dire.
Il risultato, però, è una scena quasi surreale: un partito che, nel tentativo di allargare il proprio bacino e intercettare una realtà sociale che esiste, finisce per smentire sé stesso. O meglio, per smentire i propri stessi rappresentanti. Una sorta di autocensura politica, in cui l'inclusione viene tollerata solo finché resta invisibile, salvo essere immediatamente rinnegata quando diventa pubblica.
Eppure, le parole di Hussein Ibrahim raccontano un'altra storia. Quella di chi rivendica di essere un "vero esempio di integrazione", di chi lavora, cresce una famiglia, rispetta le regole e partecipa alla vita della comunità.
Nel frattempo, il quadro politico locale resta quello delle alleanze tradizionali: Lega, Fratelli d'Italia e Noi Moderati a sostegno di Riccardo Ghia, mentre Forza Italia corre con Paolo Previde Massara.
È difficile, però, non notare come, dietro a una facciata unitaria, si consumi una frattura ben più profonda: quella tra la realtà dei territori e l'ideologia del partito. Anche il governatore Attilio Fontana ha provato a smorzare, liquidando la questione come materia interna alla segreteria. Ma il punto è proprio qui: quando una forza politica arriva a prendere le distanze da candidati che portano il suo stesso simbolo, il problema non è più solo "interno". Diventa politico, culturale, perfino identitario.