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Cosa dice la perizia psichiatrica su Alessia Pifferi dei test fatti dalle psicologhe del carcere, ora indagate

Alessia Pifferi, secondo la perizia psichiatrica superpartes depositata ieri, era capace di intendere e di volere quando, a luglio 2022, ha lasciato la figlia di 18 mesi Diana che è poi morta di stenti. Lo psichiatra Elvezio Pirfo nel rispondere ai quesiti, oltre che specificare che l’imputata non ha alcun disturbo psichiatrico, ha evidenziato che lo studio svolto dalle psicologhe del carcere sulle capacità cognitive non è conforme ai protocolli di riferimento e quindi “l’esito del predetto accertamento non può essere ritenuto attendibile”.
A cura di Ilaria Quattrone
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Alessia Pifferi in tribunale
Alessia Pifferi in tribunale

Alessia Pifferi, secondo la perizia psichiatrica superpartes depositata ieri alla Corte d'Assise di Milano, era capace di intendere e di volere quando, a luglio 2022, ha lasciato la figlia di 18 mesi Diana che è poi morta di stenti. La donna è accusata di omicidio volontario. Lo psichiatra Elvezio Pirfo nel rispondere ai quesiti, oltre che specificare che l'imputata non ha alcun disturbo psichiatrico, ha evidenziato che lo studio svolto dalle psicologhe del carcere sulle capacità cognitive non è conforme ai protocolli di riferimento e quindi "l'esito del predetto accertamento non può essere ritenuto attendibile".

Alessia Pifferi e l'alessitimia

Stando alle valutazioni del perito, Pifferi "ha vissuto il proprio contesto familiare e sociale di appartenenza come affettivamente deprivante". Questo l'avrebbe portata ad avere "una visione del mondo e uno stile di vita caratterizzati da un’immagine di sé come ragazza e poi donna dipendente dagli altri (e in particolare dagli uomini) per condurre la propria esistenza".

Per questo motivo ha quindi sviluppato un funzionamento di personalità che sarebbe caratterizzato da alessitimia che altro non è che un'incapacità "di esprimere emozioni e provare empatia verso gli altri". Per il perito la 38enne "ha un funzionamento mentale adeguato e coerente al proprio grado di acculturazione e di esperienza esistenziale e non è portatrice di disabilità intellettiva". Inoltre dalla visione delle videoregistrazioni degli interrogatori emerge "che le modalità di interloquire, l’atteggiamento mentale, le posture, i contenuti principali, sono del tutto sovrapponibili a quelli emersi nei colloqui peritali".

Questo ha consentito di affermare che "nulla di quanto osservato dal perito possa essere connesso a condizionamenti dovuti alla detenzione (che pure potrebbe costituire un problema molto significativo per una persona alla sua prima esperienza in tal senso) o alla terapia farmacologica in atto che è articolata con principi attivi che potrebbero risultare sedativi. Al contrario anche in quelle circostanze, come nei colloqui peritali, emergenza una ‘resistenza alla fatica' che questi contesti possono comportare".

Nell'imputata emergerebbe "una resilienza, una capacità cioè di sopportare gli eventi avversi, superiore a quanto ci si possa aspettare in una persona segnata da un’esistenza complessa e per certi versi infelice. Anche in questo materiale video emerge comunque precisione delle risposte e integrità della memoria".

I test effettuati su Alessia Pifferi

All'interno della relazione si è letto come le valutazioni che avevano poi portato all'ipotesi di una disabilità intellettiva non siano state effettuate "secondo una metodologia corretta e risultano inattendibili". Pifferi non è "affetta da Disturbi Psichiatrici Maggiori" né è portatrice di "Gravi Disturbi di Personalità pur presentando come caratteristiche personalogiche la dipendenza e l'alessitimia".

Pirfo ha poi proseguito sostenendo che la 38enne al momento dei fatti "ha tutelato i suoi desideri di donna rispetto ai doveri di accudimento materno verso la piccola Diana e ha anche adottato ‘un'intelligenza di condotta' viste le motivazioni diverse delle proprie scelte date a persone diverse che richiedevano rassicurazioni sulla collocazione della bambina".

Alla luce di queste affermazioni, il perito ha spiegato che l'imputata è capace di partecipare "coscientemente al processo" e che al momento dei fatti fosse capace di intendere e di volere. Di particolare importanza sono le dichiarazioni in merito ai test ai quali è stata sottoposta dalla psicologhe del carcere, che attualmente sono al centro di un'inchiesta per falso ideologico e favoreggiamento proprio in merito ad Alessia Pifferi.

"Lo studio già eseguito sulle capacità cognitive della Pifferi, comprensivo del monitoraggio e dei colloqui che hanno preceduto la somministrazione del test di Wais, non è del tutto conforme ai protocolli di riferimento e alle buone prassi in materia di somministrazione di test psicodiagnostici e quindi l'esito del predetto accertamento non può essere ritenuto attendibile e compatibile con le caratteristiche mentali e di personalità dell’imputata per come emergono dagli ulteriori atti del procedimento e dall’osservazione peritale", ha specificato lo psichiatra.

"Tenuto conto dei riferimenti disciplinari della psicologia e clinica e della psicologia nonché dei criteri organizzativi dettati dalla Regione Lombardia e dal Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria (in attuazione delle normative nazionali) è possibile affermare che le scelte di effettuare l’attività clinica per come emerge dal Diario e dai Protocolli Testistici risulta Non Appropriata secondo la definizione di Appropriatezza Clinica dettata dal ministero della Salute, vista la numerosità e continuità dei colloqui condotti anche in coppia laddove dal Diario della Casa Circondariale non emergono le indicazioni cliniche che possano aver supportato questa scelta di lavoro in assenza di una significativa disponibilità di risorse professionali".

In assenza però di video registrazioni o audio dei colloqui e degli accertamenti testistici "e disponendo di soli aggiornamenti sintetici, non è possibile dare una valutazione compiuta circa l’eventuale induzione o suggestione dell’imputata durante tali occasioni", conclude Pirfo.

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