Manganellano una donna trans, due vigili a processo: in aula versioni contrastanti dell’aggressione

Uno ha ammesso di aver "sbagliato", l'altro, invece, nel tentativo di difendersi si è contraddetto più volte fino ad arrivare a dire di non aver avuto "la percezione corretta e precisa di quel che stava accadendo" e di aver usato lo spray urticante per interrompere l'aggressione. È questa la sintesi delle dichiarazioni rese oggi, venerdì 13 marzo, in aula dai due agenti della polizia locale di Milano, accusati di lesioni nei confronti di Bruna, la donna trans che a maggio 2023 era stata aggredita a manganellate nonostante fosse a terra "in posizione di resa" e "con le mani alzate" dopo essersi opposta alle procedure di identificazione.
Nell'inchiesta, coordinata dalla pm Serafini, un vigile è stato condannato in abbreviato a 10 mesi e altri due sono stati prosciolti. Mentre la trans 43enne è a processo sia come parte civile sia come imputata per lesioni, resistenza a pubblico ufficiale, rifiuto di indicazione della propria identità e ricettazione in merito a una tessera per i trasporti pubblici che le era stata trovata addosso. Il prossimo 13 aprile sarà lei a rendere l'esame.
Le dichiarazioni dei due vigili a processo
Il primo a essere interrogato è stato l'autista della pattuglia allertata che ha parlato della vicenda come di un evento avvenuto in due fasi. La prima avrebbe riguardato l'intervento al parco Trotter in seguito a una segnalazione per una persona che stava dando fastidio, con gesti anche a "sfondo sessuale". E che, quando "ha capito che doveva venire in ufficio, ha iniziato ad agitarsi, si mordeva, sputava e diceva ‘sono malata'".
Caricata in macchina per essere portata in una delle sedi della polizia locale, oltre a cercare di ferirsi con un fermacapelli, ha cominciato a "battere con le mani sui finestrini, con la testa". È a quel punto che gli agenti, durante il tragitto, si sarebbero fermati su una corsia preferenziale e avrebbero aperto le portiere dell'auto per assicurarsi che non "stesse male". La donna è scappata ed è stata inseguita e aggredita. Un'operazione che il vigile definisce di "contenimento" e di cui, sebbene non abbia portato ad alcun fermo, è stata redatta in via eccezionale un'informativa finita in procura, poi smentita oltre che dalle indagini e dai filmati rimbalzati sul web.
Il secondo vigile, colui che ha steso il rapporto firmato anche dal collega, ha cercato di difendersi dando riposte e poi aggiustando il tiro fino al punto da sostenere che lo spray al peperoncino da lui usato quando Bruna era a terra "era l'unico strumento" per tenere lontana "una persona che minacciava di infettarci" e per fare in modo che i colleghi "non andassero avanti: era il modo migliore per fermare tutto". Pur non negando che era "scorretto" il modo in cui era stato usato il "distanziatore", l'agente ha ritenuto che non fosse suo "compito" segnalarlo ai superiori. Anche perché in quel momento "non avevo la percezione corretta e precisa di quel che stava accadendo".