Poteva andare diversamente, anche se non sappiamo come, l'emergenza sanitaria che ha colpito la zona della Bergamasca provocando migliaia di vittime nelle aree di Nembro, Alzano e tutta la Val Seriana. Nel 2007 l'allora Asl di Bergamo, successivamente diventata Ats, aveva preparato un piano pandemico per il territorio che, tra le altre cose, prevedeva lo stoccaggio di dispositivi di protezione e procedure studiate per le Rsa per non farle cogliere di sorpresa. Inoltre, anche l'assistenza domiciliare era maggiorata. Ma non è stato preso in considerazione.

Presidente Ordine medici Bergamo: Le cose sarebbero andate diversamente

E dire che "se avessero applicato il piano della Asl – spiega Guido Marinoni, presidente dell'Ordine dei medici di Bergamo – le cose sarebbero andate diversamente". A rivelare quanto scritto nel protocollo programmato dall'allora Asl è l'Agi, che spiega di essere entrata in possesso del "documento per la gestione delle emergenze sanitarie in caso di pandemia influenzale". L'agenzia spiega che nella quarantina di pagine del dossier ci sono numeri e contatti di decine di funzionari di riferimento e dirigenti incaricati alla sua attuazione. Molti di loro, però, nel tempo, erano andati in pensione, motivo per cui a tratti risulterebbe obsoleto, poiché mai aggiornato. Il dossier tocca alcuni temi che hanno messo in crisi il sistema di difesa lombardo, come quello delle protezioni per gli operatori sanitari, duramente colpiti dalla pandemia. Un altro capitolo riguarderebbe la "valutazione del fabbisogno dei presidi di protezione per MCP (medici delle cure primarie), per MCA (medici di continuità assistenziale) e relativi assistiti: dall'acquisto del materiale alla sua distribuzione.

Le fasi individuate per un'eventuale pandemia

La Asl di Bergamo aveva individuato sei fasi all'interno di un'eventuale pandemia influenzale, dalla prevenzione al momento in cui non si può più fare nulla per arginarla prima che colpisca. Nelle fasi 1 e 2, la Regione e le Asl avrebbero dovuto monitorare e sorvegliare. Nelle fasi 3, 4 e 5 avrebbero dovuto coordinare l'assistenza primaria e specialistica, mentre nella fase 6 sarebbero dovute essere affiancate dalla Prefettura e dall'Unità di crisi per interventi in tutte le strutture operative, tecniche e sanitarie addette al soccorso. Sentita dall'Agi, l'allora Asl bergamasca, ora Ats, rimanda ogni tipo di responsabilità all'Oms che "ci ha mandato una serie di alert sbalestrati. Siamo andati avanti – hanno continuato – fino a metà aprile a fare cose che erano sbagliate".

La cura per le Rsa

Anche l'assistenza domiciliare, scomparsa nei mesi più duri dell'emergenza nella Bergamasca, era prevista dal piano della Asl. Anche in questo modo molte vite potevano essere salvate. Le Rsa, si capiva, erano le strutture da salvaguardare e le più difficili con cui farlo. L'Agi cita parte del documento che recita: "Nel corso dell’ordinaria attività di vigilanza sui requisiti di accreditamento, programmata annualmente in tutte le unità d’offerta socio-sanitarie provinciali, verrà svolta un’azione di sensibilizzazione e accompagnamento affinché in ogni struttura venga redatta una procedura ad hoc da adottarsi nell’eventualità di ogni pandemia". Nella premessa del dossier ci sarebbe poi scritto che nell’ottobre del 2006 fu stato redatto un Piano pandemico regionale lombardo. E secondo Pier Paolo Lunelli, autore di un dossier ora in mano alla procura, senza un piano pandemico da attuare a livello nazionale, la situazione è stata maggiormente difficile da gestire, motivo per cui sarà complicato trovare dei responsabili.