Anna Maria, docente precaria a Milano: “Anni di servizio non riconosciuti. Non valgo nulla, chiedo solo rispetto”

La nostra redazione ha ricevuto una lettera firmata da Anna Maria, docente precaria in servizio a Milano. Decidiamo di riportarla perché offre uno spunto di riflessione sulla condizione di molte insegnanti nella scuola italiana e permette di riflettere sul tema della stabilità lavorativa in un sistema caratterizzato da continui cambiamenti normativi. Se anche tu vivi un'esperienza simile, scrivici a segnalazioni@fanpage.it o clicca qui.
La lettera aperta di una docente precaria a Milano
"Sono una docente precaria della scuola italiana e, come tanti colleghi, ho seguito per anni tutte le regole che ci sono state richieste". L'insegnante racconta di aver maturato circa nove anni di servizio tra scuola dell'infanzia e primaria, un'esperienza che per lungo tempo è stata classificata come "aspecifica" con la conseguenza di un punteggio ridotto rispetto ad altri percorsi.
Nonostante questa penalizzazione, Anna Maria ha sottolineato di aver continuato "a lavorare con impegno, convinta che l'esperienza maturata nelle classi avesse comunque un valore". Nel tempo, però, alcune modifiche introdotte a livello ministeriale hanno portato a una progressiva riduzione del riconoscimento di quel servizio, fino a determinare una parziale svalutazione, nonostante anni di lavoro, formazione e responsabilità: "Quel servizio veniva considerato aspecifico e il mio punteggio valeva la metà rispetto ad altri percorsi". A fronte di tale situazione, la docente ha anche evidenziato come il riconoscimento di un solo anno di servizio "specifico" non sia stato sufficiente a garantire una prospettiva di stabilizzazione.
Un ulteriore passaggio riguarda l'esperienza nel concorso Straordinario Bis che la docente ha descritto come il risultato di studio e sacrificio. "Eppure, quest’anno, a noi idonei non è stato nemmeno consentito l'inserimento negli elenchi regionali", ha spiegato. "Ancora una volta ci siamo trovati esclusi, senza una reale possibilità di valorizzare il percorso già compiuto".
La lettera si sofferma poi sulla dimensione personale della precarietà: "Non è semplice ricominciare da zero o cambiare professione. Come molti altri precari nella scuola, ho investito anni della mia vita in questo lavoro, accettando incarichi temporanei, spostamenti, incertezze e continui cambiamenti normativi", ha scritto Anna Maria. "La sensazione è quella di essere considerati strumenti da utilizzare quando c'è bisogno e da accantonare quando cambiano le regole. Ogni anno vengono introdotti nuovi requisiti, nuovi percorsi, nuove certificazioni da conseguire, spesso senza una reale valorizzazione dell’esperienza maturata sul campo. La scuola italiana dovrebbe premiare il lavoro svolto nelle aule. Invece, troppo spesso, sembra prevalere una corsa ai titoli e alle certificazioni, dove chi ha anni di esperienza si ritrova superato da chi possiede requisiti formali ma non necessariamente un percorso di insegnamento consolidato".
Infine, la lettera si chiude con una richiesta di riconoscimento: non privilegi, ma attenzione al lavoro svolto e al valore dell'esperienza educativa. "Chiedo che le istituzioni ascoltino la voce di migliaia di docenti precari che da anni garantiscono il funzionamento della scuola pubblica italiana", ha concluso la docente. "Dietro ogni graduatoria, ogni punteggio e ogni norma ci sono persone, famiglie, vite professionali costruite con fatica. Ignorarlo significa impoverire non solo i lavoratori, ma anche la scuola stessa".