Tracciamento tra gli operatori sanitari e socio-sanitari in Lombardia? No, no, neanche a parlarne ma la Regione guidata da Attilio Fontana riesce perfino a fare di peggio e chiede a tutto il personale dei propri ospedali venuto a contatto con un positivo Covid di continuare tranquillamente a lavorare e però di mettersi in isolamento fuori dall’orario di lavoro. È il famoso inno alla produttività lombardo, incurante dell’enorme pericolo di diffusione del contagio all’interno degli ospedali che sta tutto scritto nella comunicazione Protocollo G1.2020.0036106 del 26/10/2020 inviata alle Direzioni Generali delle Ats, di Asst e di Fondazioni Irccs di diritto pubblico (ma anche, secondo quanto risulta, ai farmacisti) e firmata dalla Direzione generale Welfare di Regione Lombardia nella persona del direttore generale Marco Trivelli.

Nella missiva vengono richiamate le solite procedure di sicurezza: "La mascherina chirurgica, come dispositivo di protezione collettivo, produce efficacia nel momento in cui viene indossata correttamente, ovvero coprendo naso e bocca, e da tutti i soggetti che coabitano il medesimo spazio ambientale e il suo utilizzo non costituisce una misura preventiva alternativa al distanziamento interpersonale di almeno 1 mt, pertanto ne è raccomandato l’utilizzo continuativo da parte di tutti gli operatori, anche durante le fasi operative extra assistenziali; l’igienizzazione frequente delle mani è efficace nella riduzione delle trasmissioni virali da contatto diretto con persone e superfici; il distanziamento interpersonale di almeno 1 mt è efficace nella riduzione delle trasmissioni virali da droplet. Ma il punto più paradossale è quello dove si scrive che gli operatori "individuati quali contatti asintomatici di caso (verosimilmente, di norma casi extraospedalieri) […] non sospendono l’attività".

In sostanza se un infermiere, solo per fare un esempio, sa di essere stato a contatto con una persona positiva va lo stesso al lavoro e finisce il suo turno, viene sottoposto a una "rilevazione anamnestica dei sintomi suggestivi a cadenza quotidiana", viene monitorato con "effettuazione di tampone nasofaringeo per ricerca di Antigene virale al giorno 0 e giorno 5 + test molecolare al giorno 10 per conclusione del periodo di quarantena" e deve sospendere l’attività solo, scrive Regione Lombardia, "nel caso di sintomatologia respiratoria o esito positivo".

Ma non è tutto: "Si precisa che gli operatori sanitari – scrive il direttore generale del Welfare lombardo – durante il periodo di sorveglianza attiva, che coincide con il tempo della quarantena, sono tenuti a rispettare la quarantena nelle restanti parti della giornata, ovvero nel tempo extra lavorativo". Abili solo per andare al lavoro quindi, al contrario delle indicazioni generali per tutti coloro che sono contatti asintomatici di casi positivi, per cui la Regione prescrive la quarantena. Per quanto riguarda infine i contatti degli infermieri esposti a un caso positivo con gli altri colleghi, Regione Lombardia raccomanda "ove possibile" di mettere a "disposizione spogliatoi dedicati per le procedure di vestizione e svestizione e gestione separata dei rifiuti".

Il sindacato degli infermieri: Inammissibile

Sulla questione interviene Angelo Macchia, responsabile regionale del sindacato degli infermieri Nursing Up in Regione Lombardia: "Con questo sistema stanno mettendo a dura prova tutta la tutela sanitaria negli ospedali – dice a Fanpage.it -. Innervosiscono tutto il personale: come è possibile che uno che ha avuto il fratello o la moglie positiva con sintomatologie debba continuare a lavorare e poi fare la quarantena a casa. E durante il trasporto? Molti prendono i mezzi pubblici. È inammissibile. Anche perché nel nostro lavoro, tra colleghi diventa molto difficile mantenere le giuste distanze. Servirebbero anche dispositivi idonei, non semplicemente mascherine chirurgiche. Non condividiamo questo atteggiamento, per niente".