L’apertura di Matteo Renzi e del Pd, discussa durante la direzione del partito di oggi, non è sufficiente per convincere Mdp a tornare sui suoi passi e a discutere con i dem per un’alleanza alle prossime elezioni politiche. “Cambiano i toni ma non la sostanza”, afferma Arturo Scotto, esponente di Mdp, intervistato da Fanpage.it. Secondo Scotto l’unica possibilità che ha il Pd per dare un vero segnale di apertura ai suoi alleati di sinistra è quella di puntare concretamente su alcuni temi, come il Jobs act. E il messaggio si fa poi ancora più chiaro: “Il 20 novembre arriva in aula un nostro disegno di legge che ripristina l’articolo 18. Se vogliono discutere con noi diano un segnale in Parlamento già da ora”.

Come commenta le parole di Renzi e l’apertura del Pd a un’alleanza anche a sinistra?

“Al di là del cambio dei toni la sostanza mi sembra sempre la stessa. Renzi parla di essuna abiura, ma nessuna gliel’ha chiesta. Non ha messo in discussione Il Jobs act, la politica ambientale, la scuola. Cambiano i toni ma non la sostanza”.

Secondo lei sono parole solo ‘di facciata’?

“Siamo di fronte al classico gioco del cerino, ma il cerino l’hanno spento gli italiani. Vedono una sinistra che prende i voti delle persone di sinistra ma poi fa le politiche di centrodestra. Se Renzi vuole portare fuori il Pd da quell’impianto o se continua con la retorica del ‘abbiamo fatto tutto bene’, gli italiani non capiscono e non andiamo molto lontano. Basta pensare alla Sicilia, una sconfitta derubricata come se fosse un fatto locale. Intanto è la prima volta nella storia che il voto utile va al M5s”.

Il problema è solo Renzi? Senza di lui ci può essere un dialogo?

“Oggi sono stato a Pomigliano d’Arco con i delegati della Fiom per il futuro dello stabilimento e dell’automobile. L’Italia non ha una politica industriale sulla mobilità perché ha appaltato tutto alla Fiat di Marchionne che comincia a pensare al proprio futuro fuori dall’Italia. Questi sono gli effetti di scelte politiche sbagliate, di avere immaginato che bastava qualche pacca sulla spalla con Marchionne per governare meglio l’economia di questo paese. Oggi i risultati sono oggettivi, con un paese che non ha una idea di sviluppo e il paese è destinato a non avere le chiavi del futuro. E se penso che Marchionne è il modello principale seguito da Matteo Renzi, l’impressione è che sia molto difficile che l’allenatore che fino ad oggi ha giocato a zona si convinca a giocare a uomo”.

Quindi senza Renzi cambierebbe qualcosa? 

“Il tema sono le politiche. E dunque dovremmo fare un tagliando sul Jobs act, per esempio. Oppure il 20 novembre arriva in aula un disegno di legge che ripristina l’articolo 18. Se vogliono discutere con noi diano un segnale in Parlamento già da ora, è quella la sede deputata per farlo. Abbiamo un Jobs Act che, ormai, dopo 23 miliardi di incentivi, ha dimostrato che aumentano i contratti a termine e diminuiscono quelli a tempo indeterminato. Aumenta il precariato dei giovani, l’alternanza scuola lavoro è una modalità con cui utilizzare la manodopera giovanile gratuitamente, la buona scuola ha separato il nostro mondo dal mondo delle famiglie. Lì si costruisce un recupero dei rapporti. L’idea che tutto sia ridotto a una tecnicità, a un accordo sui collegi, è un errore. L’elettorato è sempre più avanti di noi, quello di centrosinistra non si unisce mai sul terreno della convenienza ma sul terreno della convinzione”.

Alcuni di questi temi sono stati approvati come elementi su cui fondare la coalizione nell’odg odierno del Pd. Non basta?

“Renzi dice nessuna abiura, dice di aver fatto bene. Su questo terreno mi pare non ci sia disponibilità reale a discutere. Poi il 20 arriva il nostro disegno di legge che ripristina l’articolo 18, se vogliono riaprire una discussione questo è il terreno. Finora gli atti concreti sono state le fiducie sulla legge elettorale, non mi sembrano un buon inizio di discussione”.