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Egregio Ministro Bonafede, chi le scrive è un praticante avvocato del distretto della Corte d’Appello di Napoli, deluso dalle tante ingiustizie ed iniquità dell’attuale sistema di accesso alla professione, e per il terzo anno consecutivo non ammesso alle prove orali dell’esame di abilitazione.

Quest’esame non è per nulla meritocratico, piuttosto sembra una sorta di lotteria. Personalmente ritengo che chi come me, laureatosi con un voto superiore a 100 in Giurisprudenza in una delle facoltà più prestigiose in Italia qual è la facoltà di Giurisprudenza presso l’ateneo Federico II di Napoli, dopo aver svolto una pratica forense seria e proficua come certificato anche dal COA di appartenenza, debba abilitarsi di diritto.

Non è assolutamente giusto vedersi negare la possibilità di esercitare una libera professione per causa di un esame irragionevole, i cui criteri di valutazione non sono omogenei in fase di correzione degli elaborati tra le varie Corti d’Appello, basti pensare che aNapoli ha superato la fase scritta appena il 33% dei circa 4200 candidati mentre a Milano la percentuale è stata del 50% circa, ed a Roma del 40% circa. Inoltre è ormai da anni che i candidati della Corte d’Appello di Napoli sono penalizzati, con percentuali di promossi sempre basse e tra lepiù basse in Italia.

Vi si aggiunga che dalla sessione di esame del dicembre prossimo con l’entrata in vigore delle norme sul nuovo esame di abilitazione previste dalla legge n. 247/2012, quest’esame sarà ancora più ingiusto ed ancor più penalizzante nei confronti dei tanti aspiranti avvocati, con il dichiarato scopo di indurre a rinunciare ad esercitare questa professione. Tutto ciò è puramente folle, penso di poter parlare anche a nome di tanti giovani che come me ritengono assolutamente ingiusto l’attuale sistema che va profondamente riformato. Se il numero degli avvocati in Italia è altissimo non è certo colpa di un giovane che è riuscito a laurearsi inGiurisprudenza ed ha svolto una pratica forense proficua.

Non ha alcun senso consentire di svolgere una pratica forense presso uno studio legale, frequentare gli uffici giudiziari, ed al termine di tutto ciò negare la possibilità di abilitarsi e divenire dunque avvocato a pieno titolo. Peraltro anche i concorsi pubblici non costituiscono una valida alternativa all’esercizio della professione di avvocato, basti ricordare di un recente concorso per la figura di assistente giudiziario ove furono messi a bando 800 posti con circa 300.000 candidati, il che rese necessaria una prova preselettiva, la quale poteva essere superata solo ottenendo il punteggio massimo di 50 su 50, chi come me aveva conseguito un punteggio pari a 48.65 su 50, veniva comunque escluso dalle fasi successive del concorso.

Signor Ministro, vorrei chiederle, che prospettive può avere un giovane laureato in Giurisprudenza? Tanti anni di studio, di sacrifici anche economici, a cosa sono serviti? Se lei sa indicare un’alternativa all’avvocatura a tanti giovani ce la illustri, ma resta comunque che questo esame è inidoneo a verificare la preparazione di un aspirante avvocato. Non è infatti attraverso la redazione di complicatissimi e cervellotici pareri che si verifica la preparazione di un aspirante avvocato. Voglio sperare che tra le tante riforme in calendario del nuovo Governo e di questa maggioranza parlamentare, vi sia anche quella di riformare quest’esame.

Massimo Venturi