Quattro marzo 1984, da ‘Melamara', discoteca di Castiglione delle Stiviere, quattrocento ragazzi si scatenano a una festa in maschera. Nel buio della sala appare un ventenne magro vestito da Pierrot. Ha un’espressione seria, se ne resta defilato da un lato mentre da una porta di sicurezza, quasi nello stesso istante, avanza verso di lui un giovane con due grandi borse. Il secondo arrivato estrae piano due grosse taniche e senza che qualcuno ci faccia troppo case, con l'aiuto del Pierrot versa il contenuto in circolo intorno alla pista lasciato cadere qualcosa  si affretta all'uscita con il compagno. Dal pavimento si alza una lingua di fuoco che rapidamente si estingue, ma qualcuno urla, si ustiona, il panico si scatena tra i quattrocento ballerini e gli sguardi puntano tutti contro i due piromani che vengono acciuffati, picchiati e trattenuti fino all'arrivo della polizia. Mentre spingono in auto gli unici due piromani che tentano di dar fuoco a una moquette ignifuga, gli agenti si figurano già una lunga serata a verbalizzare le farneticazioni di due balordi, ma quella notte le cose andranno diversamente. E qualche tempo dopo, l'Italia intera parlerà dei due ragazzi della Melamara.

Tutto aveva avuto inizio sette anni prima a Verona, quando la polizia si era trovata di fronte un cadavere carbonizzato in una a Fiat 126. Chiuso in auto e bruciato vivo con due molotov, era Guerrino Spinelli, un senzatetto che dormiva abitualmente nella sua Fiat 126. Allora si pensò a un omicidio occasionale, l'accanimento di qualche crudele teppista contro un emarginato. Un anno dopo Luciano Stefanato, sommelier, fu trovato riverso sull'asfalto a Padova con due lame conficcate nella schiena, anche qui mancava il movente. Strano, ma anche in questo caso non c'erano altre piste. A Venezia, l'anno successivo il 22enne Claudio Costa viene trovato accoltellato, ancora una volta senza un movente. Il cerchio degli omicidi senza un perché si chiude nel 1980, a Vicenza, quando il corpo di Alice Maria Beretta, cinquantadue anni, viene trovato deturpato da colpi d’ascia e martello.

Due giorni dopo, alla redazione de Il ‘Gazzettino' di Mestre arriva un volantino: “Rivendichiamo l’omicidio di Alice Maria Beretta”. Sulle prime si pensa a uno scherzo di pessimo gusto, ma un'ultima frase che fa riferimento al colore e alla marca del martello utilizzato come arma del delitto, cancella ogni dubbio sull'autenticità di quel messaggio. Il volantino, vergato in caratteri dell'alfabeto germanico e siglato con ‘Gott mit uns'  (Dio con noi), motto nazista, è firmato ‘Ludwig'. Tutto torna, la matrice di estrema destra e quella insensata serie di omicidi unita da un filo rosso: l'odio. Spinelli era una senzatetto, Stefanato un omosessuale, Claudio Costa un tossicodipendente, Alice Beretta, una prostituta. E Ludwig niente altro che un gruppo di assassini. Nessuno sa come e dove possano colpire, l'unica certezza è che non hanno pietà. Tutti i corpi delle vittime, infatti, sono straziati: dal fuoco, da lame affilate, da martelli massicci e accette possenti. Chiunque siano i killer, non vogliono solo eliminare l'obiettivo: vogliono farlo in maniera plateale, esemplare. ‘Rieducare' la società secondo le ideologie neonaziste.

Quando sembra che le cose non possano andare peggio, quando l'aria nelle città è viziata dalla nausea e dal terrore, i delitti più cruenti della serie si consumano proprio sotto il naso della polizia. È il 20 luglio 1982. Vittime sono due anziani frati di Monte Berico a Vicenza, Mario Lovato e Giovanni Battista Pigato, aggrediti a martellate. Un anno dopo, Armando Bison, un prete di Trento viene ammazzato con le stesse modalità, ma questa volta Ludwig lascia una firma: un punteruolo con un crocifisso, confitto nella testa della vittima. Il solito volantino di rivendicazione, recita: "è stato punito chi tradisce il vero Dio”. Chi è, allora, questo Dio?A marzo finalmente la svolta, l'uomo che si nasconde dietro Ludwig viene arrestato. Silvano R. assistente universitario che stava tenendo un corso alla Facoltà di fisica di Povo, a pochi chilometri da dove il prete era stato ammazzato, aveva addirittura contattato il rabbino di Padova per avvertirlo che, secondo le sue previsioni, la prossima vittima sarebbe stata scelta dalla comunità ebraica. Il ‘professor Ludwig', come venne ribattezzato, finsce sulle prime pagine di tutti i giornali, odiato dalla massa e sezionato dagli psichiatri dell'ultim'ora, salvo essere scarcerato otto giorni dopo, per mancanza di prove. E tante scuse per essere stato dato in pasto ai giornali come mostro.

Nel maggio le cose cambiano. Ludwig depone il coltello e imbraccia la tanica di benzina. A Milano l'incendio dell'Eros Sexy Cente', un cinema a luci rosse, miete sei vittime e lascia 32 feriti; il 17 dicembre successivo il sexy club "Casa rossa" di Amsterdam va a fuoco, bilancio: 13 morti. Pochissimi giorni dopo, nel gennaio 1984, il rogo di una discoteca a Monaco di Baviera si conclude con una vittima e numerosi feriti. "Al Liverpool non si scopa più!" è il beffardo volantino degli assassini, che hanno cambiato modus operandi. Sono passati dall'omicidio alla strage, dalla lama, al fuoco ‘purificatore' e hanno normalizzato il linguaggio dei volantini. In una parola: sono diventati sicuri di sé, si sentono invincibili. Poi un giorno di marzo del'84 la polizia sventa un rogo alla Melamara e porta in centrale due ragazzi.

Il vero volto di Ludwig è quello di Mario Furlan, 26enne laureato in fisica, figlio di un noto primario di Verona e Wolfgang Abel, 27 anni, dottore in matematica, figlio di un consigliere delegato di una compagnia assicurativa tedesca. ‘Quei bravi ragazzi' cresciuti a drink e odio nazi a piazza Vittorio Veneto a Borgo Trento, in famiglie alto-borghesi. A differenza di Furlan, Abel, ritenuto la vera mente del duo, non confessa. La sentenza per loro arriva diversi anni dopo l'arresto, nell'aula del processo Dozier al tribunale di Vicenza, dove neanche si presentano. Grazie alla seminfermità mentale, Furlan e Abel scongiurano l'ergastolo e vengono condannati a 30 anni. Ne sconteranno molti meno. Non riveleranno mai il motivo per cui si facevano chiamare Ludwig, ma qualcuno crede che l'ispirazione sia venuta dal libro Avventura di un povero cristiano, do Ignazio Silone, di cui una copia fu trovata nell'appartamento di Abel. Nel libro il frate Ludovico da Macerata combatte contro la deriva della Chiesa dai dogmi.

Nel febbraio 1990, quando sono ormai dietro le sbarre, a Firenze, un gruppo di giovani con maschere di carnevale si scaglia contro ambulanti stranieri e nordafricani. Anche stavolta arriva un messaggio di rivendicazione: Gott mit uns, Ludwig. L'odio non muore mai.