“Il fallimento dell'esperienza di governo regionale e nazionale del Pd, e le divisioni della sinistra, non lo rendono un competitore credibile dell'ondata ribellista, pauperista e giustizialista rappresentata dal Movimento Cinque Stelle. Il confronto a livello nazionale è tra noi e i Cinque Stelle”. Sono queste le parole con cui Silvio Berlusconi ha salutato la vittoria in Sicilia di Nello Musumeci, proiettandola in un orizzonte più ampio, che investe le prossime elezioni politiche. Un successo che è diventato carburante per alimentare la grande macchina per la completa riabilitazione di Silvio Berlusconi, che procede spedita sui media e tra l’opinione pubblica.

Come già capitato dopo le ultime elezioni amministrative, l’opinione dei commentatori è stata praticamente unanime su un punto: Silvio is back, Berlusconi è il trionfatore delle elezioni regionali e ora torna al centro della scena politica, con la concreta possibilità di giocarsi la vittoria alle politiche. A dare il colpo decisivo alla narrazione del ritorno epocale di Berlusconi è stato poi Luigi Di Maio, che, incartatosi nello strategico sentimentale contro Matteo Renzi, ha di fatto investito il Cavaliere del ruolo di competitor principale.

Così, le opinioni e le suggestioni sono diventate un fatto inappellabile: Berlusconi è tornato a furor di popolo. Per chi avesse bisogno di capire il punto in cui è arrivato tale processo, basta un semplice esempio. Nel corso del confronto televisivo fra Renzi e Floris, a un certo punto è comparsa sullo schermo gigante l'immagine di Berlusconi, abbronzato, camicia aperta e sorriso smagliante, presentato come l'uomo del destino; alle timide obiezioni di Renzi sul fatto che Forza Italia avesse meno della metà dei voti del PD (secondo tutti i sondaggi), Floris ha replicato con un serafico "lui è un uomo che unisce, lo sa?". Ecco, all'uomo più divisivo della storia italiana (almeno dal dopoguerra in poi), all'uomo che ha vissuto tre scissioni negli ultimi tre anni, che non ha un programma comune con nessuno dei suoi alleati, che non può candidarsi alle elezioni e che è appena stato tirato in ballo in una vicenda oscura e complessa, basta una ridicola torta con la glassa e uno slogan simpatico ("il patto dell'arancino"), per presentarsi come elemento unificante di un intero campo di forze.

Attenzione, perché questo passaggio è del tutto coerente con la narrazione che Berlusconi sta sovrapponendo alla sua storia personale. Ne avevamo scritto poco tempo fa, notando come il percorso di riabilitazione berlusconiana mirasse a rioccupare l’area moderata, attraverso un incredibile capovolgimento della storia personale e della prassi politica del Cavaliere: “Uno dei politici più divisivi della storia repubblicana si è trasformato nello statista bonario che accetta le mediazioni e non minaccia rappresaglie; l’uomo che ha calpestato rituali e pratiche politiche si è riciclato nel politico che ha come unica bussola il senso di responsabilità per il Paese; il leader politico che ha stracciato il tessuto sociale italiano, azzoppandone il welfare e incentivando le contrapposizioni a tutti i livelli, si è trasfigurato nel nonno bonario che, in nome di un presunto buonsenso, ricompone le fratture della famiglia; l’imprenditore della paura è mutato nell'amico che rassicura; colui che ha portato post fascisti e secessionisti al governo del Paese è diventato tutto a un tratto invisibile quando si parla di razzismo, xenofobia, discriminazioni; l’uomo che per decenni ha fatto di sessismo e machismo quasi un vanto è ora pronto a diventare alfiere della parola rispetto (così come in tema di diritti civili si è scoperto "improvvisamente liberale", ma questo è in parte un altro discorso)”.

Ma la riberlusconizzazione si basa anche su una lettura tendenziosa e parziale dei dati, della quale forse converrebbe parlare. Sono mesi e mesi che i sondaggi continuano a indicare come Forza Italia tra il 12 e il 14%. Mesi inchiodata a una percentuale sideralmente distante non solo da quella che prendeva in pieno berlusconismo, ma anche da quelle prese alle politiche del 2013, quando si fermò al 22% (con Alfano), e alle Europee del 2014, quando scese al suo minimo storico, il 16,8%. Anche elettoralmente, dunque, la riberlusconizzazione del Paese non esiste. E viene spesso confusa con la capacità del Cavaliere di intestarsi vittorie non esattamente a lui riconducibili (il referendum del 4 dicembre e la Sicilia di Musumeci sono due esempi clamorosi) e con l'abilità nel muoversi nell'intricato mosaico dei posizionamenti pre-elettorali.

Torniamo per un attimo, così, al Berlusconi che unisce, all'uomo che dovrebbe guidare il centrodestra alla vittoria della prossima consultazione elettorale. Allo stato, il centrodestra non solo non esiste, ma non ha né un programma, né un nome spendibile, né una intesa di massima. In aggiunta, Berlusconi non è candidabile, non potrà essere eletto in Parlamento né essere nominato in ruoli istituzionali, né comparire come "leader" della sola Forza Italia alle elezioni. In aggiunta ulteriore, Lega e Forza Italia hanno distanze clamorose su punti chiave delle loro rispettive piattaforme programmatiche (liberismo, sovranismo, euro, diritti civili, mercato del lavoro); Berlusconi non ha appoggiato Meloni in un momento chiave della sua esperienza politica; Salvini non può e non vuole cedere a un moderato forzista il risultato di anni di riposizionamento della Lega nel campo della destra. In aggiunta, a completamento del tutto, Berlusconi dovrebbe presentarsi come "argine al populismo", da alleato di due partiti "simbolo" della destra populista.

Perché funziona il racconto dell'imminente ri-berlusconizzazione del Paese, insomma? Perché fa comodo a molti, se non a tutti. Al PD, che avrebbe un avversario affidabile aka un potenziale sostenitore delle larghe intese. Al M5s che, tra le altre cose, si scrollerebbe di dosso un competitor come Salvini e avrebbe campo libero nella contestazione al grande inciucio imminente. Alla sinistra, che resusciterebbe l'antiberlusconismo con annessi e connessi. Ai media, ça va sans dire.