
Nella cosiddetta Terra dei Fuochi è stato ampiamente dimostrato l‘enorme danno causato all'ambiente e che ha aumentato la mortalità a causa di tumori di molti cittadini. Si tratta dell'area tra Napoli Nord e parte del Casertano in cui per decenni ci sono stati sversamenti abusivi di rifiuti sottoterra.
Ora uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università Federico II di Napoli ha preso in considerazione altre vittime degli abusi compiuti dalla camorra con la complicità di imprenditori e operatori economici: i cani randagi della zona.
Dalla ricerca, condotta su 40 esemplari maschi, sono emerse delle alterazioni del tessuto testicolare e della qualità degli spermatozoi, compatibili con una compromissione della funzione riproduttiva. A spiegare a Kodami i risultati e la genesi dello studio è uno degli autori, il professor Orlando Paciello, attuale Direttore Sanitario dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno (IZSM).
Perché avete scelto di studiare proprio i cani della Terra dei Fuochi?
Ci interessa capire come l’ambiente possa influire sulla salute di tutti gli esseri viventi. I cani che vivono in un territorio condividono con le persone parte dell’ambiente e delle possibili esposizioni, ma sono innanzitutto animali la cui salute ha valore in sé: studiarne le malattie significa anche cercare di proteggerli e curarli meglio.
In questo caso abbiamo esaminato i testicoli prelevati durante interventi di sterilizzazione già previsti nei normali programmi di contenimento delle nascite. Non è stato necessario sottoporre gli animali a procedure aggiuntive per la ricerca: abbiamo potuto valorizzare tessuti che altrimenti sarebbero stati smaltiti, ricavandone informazioni utili per la salute animale e, in una prospettiva One Health, anche per comprendere meglio i possibili effetti ambientali sull’uomo.
Quali sono i risultati più significativi del vostro studio sulla fertilità dei cani della Terra dei Fuochi?
Abbiamo analizzato 40 cani e osservato che le alterazioni più marcate del testicolo si associavano a una minore concentrazione di spermatozoi e a cambiamenti nella loro qualità. La mediana della concentrazione era di 700 milioni per millilitro nei cani con spermatogenesi normale, 210 milioni in quelli con degenerazione moderata o grave e 100 milioni nel gruppo con alterazioni tumorali.
Abbiamo inoltre rilevato anomalie nella condensazione della cromatina degli spermatozoi e segnali di squilibrio ossidativo nei tessuti. Sono risultati importanti perché aiutano a descrivere meglio le patologie riproduttive dei cani e a capire che cosa accade nei loro testicoli. Non significano, da soli, che i cani fossero infertili: per stabilirlo servirebbero anche dati sulla capacità effettiva di riprodursi.
Esiste un collegamento tra l’inquinamento ambientale e le alterazioni riproduttive che avete riscontrato?
Il nostro studio più recente ha approfondito le alterazioni del testicolo e degli spermatozoi, ma non ha misurato direttamente l’esposizione ambientale di ciascun cane. Non possiamo quindi affermare che l’inquinamento abbia causato le alterazioni osservate.
Un precedente studio del nostro gruppo di ricerca, condotto su testicoli di 50 cani della stessa area, ha rilevato differenze nei livelli di cadmio, nichel e uranio tra gruppi con diverse caratteristiche istologiche. Nel complesso, questi lavori forniscono segnali che meritano di essere approfonditi, sia per comprendere e prevenire le malattie degli animali, sia per valutare meglio gli effetti dell’ambiente sulla salute umana. Parlare di associazioni, oggi, è corretto; parlare di un rapporto causale dimostrato non lo è ancora.
Quali sostanze inquinanti potrebbero essere maggiormente responsabili dei danni osservati?
Nei nostri studi sui testicoli dei cani sono emersi elementi come cadmio, nichel e uranio, che meritano ulteriori approfondimenti. Non possiamo però indicare una singola sostanza come responsabile delle alterazioni: gli animali, come le persone, possono essere esposti a miscele di contaminanti attraverso diverse vie, tra cui suolo, acqua e alimenti.
Inoltre, nello studio sulla qualità degli spermatozoi abbiamo misurato indicatori biologici di stress ossidativo, non gli inquinanti presenti nell’ambiente. Il passo successivo sarà collegare, nello stesso animale, le informazioni sull’esposizione con quelle sulla salute e sulla funzione riproduttiva.
I cani possono essere considerati sentinelle dei rischi per la salute riproduttiva umana?
Sì, possono offrire indicazioni preziose perché vivono negli stessi territori delle persone e possono condividere alcune esposizioni ambientali. Ma non guardiamo agli animali soltanto come sentinelle per l’uomo: la loro salute è un obiettivo fondamentale della ricerca. Comprendere le malattie che li colpiscono può aiutare a migliorare prevenzione, diagnosi e cura in medicina veterinaria e, allo stesso tempo, offrire elementi utili per la tutela della salute umana. È questo il senso dell’approccio One Health: considerare insieme salute animale, umana e ambientale.
Quali ulteriori studi servono per dimostrare un rapporto diretto tra inquinamento e infertilità?
Servono studi più ampi, con cani provenienti da aree diverse e gruppi di confronto, che misurino nello stesso individuo l’esposizione ai contaminanti e gli indicatori di salute riproduttiva. Occorre considerare anche età, alimentazione, condizioni sanitarie, eventuali farmaci e altri fattori che possono influenzare la spermatogenesi.
Sarebbe utile seguire nel tempo sia la salute degli animali sia i dati ambientali, e valutare in modo più completo la qualità del seme e gli esiti riproduttivi. In parallelo, i risultati andrebbero integrati con studi sulla popolazione umana. Così potremo capire meglio quali esposizioni incidono, su chi, con quali effetti e in quali condizioni.
Quale messaggio emerge dalla vostra ricerca per le istituzioni e per chi vive nella Terra dei Fuochi?
Il messaggio è che la salute dell’ambiente riguarda tutti gli esseri viventi che lo abitano. Le alterazioni riscontrate nei cani meritano attenzione perché riguardano la salute degli animali stessi e, insieme ad altri dati, possono contribuire a comprendere meglio i rischi ambientali per le persone.
Per le istituzioni, questo significa sostenere monitoraggi e studi integrati e continuativi, rafforzando la prevenzione e la tutela ambientale. Per chi vive nel territorio, significa poter contare su informazioni chiare e trasparenti: i risultati sono segnali da approfondire, non una prova che l’inquinamento abbia causato infertilità nei cani o nelle persone. Studiare e curare gli animali ci aiuta a prenderci cura dell’intero ambiente condiviso.
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