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18 Luglio 2026
11:37

L’Ispra boccia il Ddl sulla caccia: “Non in linea con criteri scientifici e non coerente con i principi della conservazione”

Riforma della legge sulla caccia, arriva il parere negativo dell’ISPRA: il Ddl 1572 potrebbe compromettere tutela della fauna, biodiversità e i principi di gestione sostenibile.

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L’Ispra è l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e i suoi tecnici sono stati auditi in Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati sul Disegno di Legge 1572 che mira a riformare la legge 157/92 che attualmente regola le attività venatorie in Italia.

La cosiddetta "legge sparatutto" è particolarmente osteggiata da tutte le associazioni animaliste e ambientaliste, da esperti del settore e ha ricevuto un netto "no" anche dall'Unione europea. Ora un altro parere negativo alla riforma fortemente voluta dal Ministro della Sovranità Alimentare è arrivata dalla maggiore autorità in materia nel nostro paese cui è demandata la gestione della fauna selvatica. L'ISPRA infatti è il principale ente pubblico di ricerca italiano che opera sotto la vigilanza del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica. Il suo ruolo è fondamentale per la tutela del territorio, la valutazione dell'impatto ambientale e il monitoraggio dello stato di salute del Paese.

Nella relazione presentata in Commissione, il direttore del Dipartimento monitoraggio e tutela dell'ambient Luigi Ricci ha sottolineato diversi aspetti considerati non conformi agli "obiettivi generali di tutela della biodiversità e dell’ecosistema e quindi non del tutto aderenti alla nuova visione di un evolutivo e qualificato esercizio venatorio che sia rispettoso di criteri scientifici e coscientemente coerente con i principi della conservazione della natura nonché alla tutela delle specie selvatiche".

L’Istituto, pur non opponendosi a una revisione della normativa del 1992, ha evidenziato però che l’attuale testo rischia di compromettere decenni di sforzi per la conservazione della fauna, partendo dalla mancata esclusione dal prelievo venatorio di specie oggi in grave declino, come la pernice bianca e l’allodola. Secondo gli esperti, aumentare il numero delle specie cacciabili senza considerare lo stato di salute di quelle più vulnerabili rappresenta un passo indietro rispetto ai criteri di sostenibilità richiesti a livello internazionale.

Altra questione sollevata da Ricci riguarda il progressivo indebolimento del rapporto tra il cacciatore e il territorio, considerato importante per la gestione della fauna selvatica. "Le modifiche introdotte all'articolo 14 tendono a indebolire il legame tra cacciatori e territorio ed appaiono pertanto non in linea con i principi della caccia sostenibile". La riforma invece pare spingere verso una visione più "consumistica" dell’attività venatoria, come dimostra la possibilità di convertire le aziende faunistiche in strutture agrituristico-venatorie senza una valutazione scientifica preventiva del valore naturale dei siti coinvolti. A questo si aggiungono perplessità su pratiche specifiche, come la braccata al cinghiale su terreni innevati, che potrebbero avere impatti negativi imprevedibili su altre specie non protette.

Nel documento viene messa in luce anche la questione della possibilità di cattura di uccelli selvatici da utilizzare come richiami vivi, una pratica vietata dalla Direttiva Uccelli e che ha già comportato all’Italia diverse condanne da parte dell’Alta Corte di Giustizia europea.

Gravi inoltre, sempre secondo i tecnici, le previsioni di riforma sull’estensione dell’attività venatoria alle specie migratrici oltre il termine del 10 febbraio che, sottolinea l’Istituto, “rischia di portare a contrasti con la Commissione europea poiché la Direttiva Uccelli esclude il prelievo venatorio durante la migrazione prenuziale e la riproduzione”.

Ultimo ma non ultimo tra i problemi sollevati è proprio il rischio di depotenziamento dello stesso istituto con un depotenziamento del ruolo tecnico-scientifico a favore del Comitato tecnico faunistico venatorio nazionale (CTFVN). Una sovrapposizione di competenze che viene valutata negativamente, non solo perché generebbe una duplicazione di risorse, ma perché affiderebbe compiti di valutazione a un organismo la cui legittimità costituzionale è attualmente oggetto di contenzioso giuridico. Il Consiglio di Stato, infatti, ha sollevato dubbi di legittimità costituzionale sulla norma che ha permesso al Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste di riorganizzarlo con un decreto, estromettendo diverse associazioni.

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