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22 Ottobre 2026
12:30

L’influenza aviaria è arrivata anche tra gli orsi polari della Groenlandia

L'influenza aviaria ha raggiunto anche gli orsi polari della Groenlandia. Un nuovo studio ha trovato anticorpi contro il virus, probabilmente trasmesso dagli uccelli migratori.

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Nel sangue di alcuni orsi polari che vivono in Groenlandia sono stati trovati gli anticorpi contro il virus dell'influenza aviaria

L'influenza aviaria continua a diffondersi tra gli animali selvatici e ha raggiunto anche gli orsi polari della Groenlandia orientale. Un nuovo studio ha infatti individuato per la prima volta anticorpi contro il virus nel sangue di alcuni orsi, dimostrando che questi grandi carnivori sono entrati in contatto con il patogeno e che almeno alcuni sono riusciti a superare l'infezione. La ricerca, pubblicata sulla rivista Emerging Infectious Diseases, è stata coordinata da Kayla Buhler, ricercatrice della Cornell University e della University of Inland Norway.

I risultati suggeriscono che gli uccelli migratori che ogni anno raggiungono l'Artico per riprodursi potrebbero contribuire alla diffusione del virus anche tra i mammiferi che vivono in queste regioni remote. Per gli orsi polari, già minacciati dalla progressiva scomparsa del ghiaccio marino a causa del riscaldamento globale, si tratta di un ulteriore possibile fattore di rischio.

Gli orsi polari della Groenlandia sono entrati in contatto con il virus

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Gli orsi potrebbero aver contratto il virus entrando in contatto con uccelli o mammiferi marini infetti

Per ricostruire la diffusione dell'influenza aviaria tra gli orsi polari, i ricercatori hanno analizzato 109 campioni di sangue raccolti tra il 2016 e il 2025 nella regione di Scoresby Sound, nella Groenlandia orientale. I campioni sono stati ottenuti grazie alla collaborazione con i cacciatori Inuit locali, che praticano una caccia di sussistenza regolamentata dalle autorità groenlandesi.

Per i primi anni non sono emerse tracce di esposizione al virus. La situazione è cambiata però nel 2024, quando gli anticorpi contro i virus influenzali di tipo A sono stati individuati nel 21% dei 14 orsi esaminati. Nel 2025 la percentuale è salita al 43%, sempre su 14 individui. Analisi più specifiche hanno poi identificato quattro orsi con anticorpi riconducibili a virus dell'influenza aviaria ad alta patogenicità.

I numeri riguardano campioni relativamente piccoli e non permettono quindi di stabilire quanto sia diffusa l'infezione nell'intera popolazione groenlandese. Tuttavia, dimostrano comunque che il virus è riuscito a raggiungere anche questi grandi predatori. Al momento, non sono state riscontrate infezioni attive, ma solo passate. È un dato importante, perché suggerisce che gli orsi polari possano contrarre l'influenza aviaria, ma riescono a sopravvivere senza necessariamente sviluppare forme gravi della malattia.

I cambiamenti climatici potrebbero aumentare il rischio di contagio

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Con gli orsi polari sempre più costretti a trascorre tempo sulla terraferma a causa del riscaldamento globale, il rischio di contagio potrebbe aumentare

L'arrivo dell'influenza aviaria tra gli orsi polari è particolarmente preoccupante anche per le trasformazioni climatiche e ambientali che stanno interessando l'Artico. Con la progressiva riduzione del ghiaccio marino, questi carnivori sono costretti in alcune regioni a trascorrere molto più tempo sulla terraferma e a cercare fonti di cibo alternative alle foche, le loro prede principali. Alle Svalbard, per esempio, sono stati osservati orsi polari predare renne e attaccare colonie di uccelli marini per mangiare pulcini e uova.

Proprio gli uccelli migratori, che raggiungono l'Artico attraverso le grandi rotte atlantiche, potrebbero aver contribuito alla diffusione del virus tra gli orsi polari. Gli orsi potrebbero infettarsi mangiando uccelli malati o morti, ma anche nutrendosi di altri mammiferi marini già contagiati. Il rischio non è soltanto teorico. Nel 2026, alle Svalbard, è stata documentata la morte di un giovane orso polare per influenza aviaria dopo che si era nutrito di un tricheco infetto. Nello stesso arcipelago il virus H5N5 era stato individuato anche nelle volpi artiche, mentre in Groenlandia sono già stati trovati numerosi uccelli morti positivi ai sottotipi H5N1 e H5N5.

Resta invece da chiarire se il virus possa trasmettersi direttamente da un orso polare all'altro. Questi predatori sono generalmente solitari, ma possono incontrarsi intorno alle carcasse o nei pressi degli insediamenti umani, dove talvolta cercano cibo tra i rifiuti. Per gli scienziati sarà quindi importante capire se i virus che circolano in Groenlandia abbiano sviluppato mutazioni capaci di facilitarne l'infezione nei mammiferi e soprattutto quali conseguenze possano avere sulla salute e sulla conservazione degli orsi polari.

L'aviaria continua a diffondersi in tutto il mondo

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Non è ancora chiaro quanto frequentemente si infettino, né quali possano essere le conseguenze a lungo termine dell'influenza aviaria per gli orsi polari

Il caso degli orsi polari si inserisce in un contesto di emergenza sanitaria globale che ormai da anni colpisce la fauna selvatica di quasi tutti i continenti. I virus dell'influenza aviaria ad alta patogenicità, in particolare quelli del sottotipo H5N1, hanno provocato la morte di milioni di uccelli selvatici e decine di migliaia di mammiferi in tutto il mondo. Tra le specie colpite ci sono pinguini, albatri, sule, rapaci, foche, leoni marini e persino cetacei.

Negli ultimi mesi l'attenzione si è concentrata soprattutto su Australia e Nuova Zelanda, due paesi che erano rimasti a lungo isolati dalla diffusione dell'aviaria. In Australia, dove le prime infezioni sono state confermate nel giugno 2026, il virus si è rapidamente diffuso lungo le coste e ha raggiunto anche diversi mammiferi marini, tra cui delfini, otarie e i minacciati leoni marini australiani.

Anche in Nuova Zelanda sono arrivate le prime conferme. Per il momento non sono state documentate morie di massa, ma le autorità hanno intensificato la sorveglianza e avviato un programma di vaccinazione per proteggere gli uccelli più minacciati, tra cui il kakapo e il takahe. Per gli orsi polari, invece, a scoperta degli anticorpi rappresenta un primo segnale da approfondire: non sappiamo ancora quanto frequentemente si infettino, né quali possano essere le conseguenze a lungo termine. In un ambiente che sta cambiando così rapidamente, anche le malattie infettive potrebbero diventare un fattore di rischio in più per il futuro della specie.

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