
L'addio a Varenne ha qualcosa di non detto. Riguarda il rapporto che abbiamo con gli animali o, meglio, solo con alcuni di essi. Il grande trottatore è diventato negli anni simbolo di forza, vittoria, possanza e potere. E tutte queste caratterische, va da sè, derivano dal possesso di un altro essere vivente che è stato trattato da semi dio, fondamentalmente, rappresentando una vera e propria miniera d'oro per chi lo deteneva.
In un'analisi che non presta il fianco al sentimentalismo, e senza nulla togliere all'affetto che avrà circondato questo unico esemplare, una visione antispecista della sua esistenza non può non essere portata alla luce in modo quasi asettico, per andare oltre le narrazioni dell'animale bello e invincibile e vedere il rapporto che noi esseri umani abbiamo con l'oggettivazione delle altre specie.
Varenne è stato unico nel suo genere? No, lo è stato nel nostro. Perché dovrebbe essere abbastanza banale la considerazione che un cavallo non nasce per partecipare allo "sport" delle corse ma che lo alleviamo e lo gestiamo per farlo diventare parte di un mercato, quello dell'ippica, che genera milioni di euro all'anno. Ma a cui anche lo Stato italiano dà molti fondi: la Legge di Bilancio 2026 ha stanziato complessivamente 152,1 milioni di euro a supporto del comparto ippico, destinati a montepremi, impianti e gestione delle corse.
Siamo noi esseri umani, allora, fautori e autori della costruzione dell'immagine di alcuni animali che sono la proiezione delle nostre ambizioni. E quando è il danaro a regolare le scelte di alcuni è facile che poi degli esseri viventi quando diventano dei "vincenti" si trasformino in mere operazioni di marketing che colpiscono al cuore delle persone. E questo è un dato di fatto nella storia di Varenne, assurto al rango di oggetto del desiderio di tanti, che ha comportato poi anche la speranza di riproduzione di cavalli identici a lui, arrivando a "generarne" oltre 2 mila per un business che è stato quantificato in decine di milioni di euro.
Nell'effluvio di condoglianze che si stanno riversando da tutto il Globo per la morte del "Capitano", non può essere taciuta o anche solo non ricordata però l‘esistenza del sottobosco illegale delle corse clandestine di cavalli che ancora attanaglia il nostro paese e che in molte realtà del sud Italia non è poi nemmeno un fenomeno così nascosto: basta un account sui social network per vedere i video di cavalli lanciati in strada in corse forsennate tanto in Sicilia quanto in Campania. Il collegamento a questo mondo non è peregrino e non significa nemmeno che vi sia un nesso di causa ed effetto automatico, ma sicuramente la cura e l'attenzione che vengono destinate al comparto legale meriterebbero di essere altrettanto determinanti per fermare lo sfruttamento costante e perpetuo di tanti individui della stessa specie di Varenne.