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3 Novembre 2026
12:35

Dentro le “tiger farm”: così il commercio delle tigri in cattività minaccia una specie ancora a rischio estinzione

È in corso a Ginevra, fino al 6 novembre, l’81ª riunione del Comitato Permanente della CITES. Il WWF denuncia il fenomeno delle "fattorie di tigri" tra il commercio di animali in cattività stipati in allevamenti, zoo turistici e vittime di traffici illegali.

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A Ginevra è in corso l'81ª riunione del Comitato Permanente della CITES (SC81). E' un evento che durerà fino al 6 novembre 2026, di cui poco si parla ma che è fondamentale per la tutela dell'ecosistema. Si tratta infatti di un incontro internazionale dedicato alla protezione delle specie animali e vegetali selvatiche minacciate dal commercio internazionale e la CITES ("Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora") è la Convenzione firmata attualmente da 184 Stati, nata il 3 marzo del 1973 a Washington e ratificata anche dall'Italia con la Legge 19 dicembre 1975, n. 874.  La sigla "SC81" invece significa "Standing Committee", ovvero che si tratta appunto dellla riunione del Comitato Permanente della Convenzione.

Tigri ancora a rischio per il commercio di esemplari in cattività, l'allarme del WWF

Queste premesse sono fondamentali per capire la cornice nella quale si sta puntando anche quest'anno l'attenzione a tutti gli abusi che vengono perpetrati a livello internazionale rispetto alla tutela delle altre specie inserite in business illegali che hanno per protagonisti poi animali classificati come in pericolo di estinzione, tra cui le tigri.

Lì dove infatti recentemente sono arrivate notizie positive sul ripopolamento della Panthera tigris, come il recente annuncio che in Nepal è stato raggiunto il numero record di 429 esemplari in natura, il WWF ha lanciato l'allarme proprio in occasione dell'incontro di Ginevra rispetto al fatto che questo splendido felino non può ancora dirsi salvo. Come emerge dal Living Planet Report 2026, infatti, la specie è sì un simbolo di speranza grazie agli interventi di conservazione che hanno migliorato le sue condizioni, ma servono ancora ulteriori sforzi soprattutto perché le "tiger farm" continuano il loro lavoro di produzione di animali in cattività per diversi scopi commerciali.

Dove sono le fattorie di tigri

Le fattorie di tigri esistono in diverse regioni del mondo. Secondo i dati del WWF però non si riesce a distinguere correttamente quali esemplari sono fatti riprodurre per il commercio di animali vivi o di parti del loro corpo e quanti invece sono detenuti in cattività ad esempio i strutture turistiche a fini turistici. I numeri che ad oggi sono stati estrapolati, secondo il WWF, sono dunque inferiori rispetto al fenomeno nel suo complesso. Ciò che emerge è che la Cina è il paese con la maggiore concentrazione di allevamenti commerciali di tigri, con oltre 200 strutture e circa 6.500 animali in cattività. Seguono la Thailandia, con circa 1.600 esemplari, il Laos con 450 e il Vietnam con 370. Complessivamente, nell'Asia orientale e sudorientale si stimano almeno 8.900 tigri detenute in oltre 300 strutture. Anche in Sudafrica  il commercio è fiorente, soprattutto per l'esportazione di tigri vive e anche di parti degli animali che vengono invece richieste per la medicina tradizionale dai mercati asiatici. Il fenomeno riguarda inoltre Stati Uniti, Myanmar e altri Paesi.

Nel documento di lavoro congiunto presentato dalle ONG alla riunione di Ginevra vengono dunque indicati singoli Stati e qual è la fotografia reale, secondo le associazioni, delle tigri nelle aree coinvolte. In Sudafrica, ad esempio,"manca un quadro normativo nazionale unitario e una documentazione esaustiva sui depositi di parti di tigri". In Cina permangono incertezze sulla distinzione tra uso medico e commerciale. Nel Laos "strutture commerciali precedentemente individuate continuano a operare senza un piano di chiusura o conversione trasparente". Aree africane e asiatiche a parte, anche gli Stati Uniti vengono segnalati da chi si occupa della tutela degli animali:
"Hanno aggiornato la normativa interna ("Big Cat Public Safety Act") – scrivono le ONG – ma necessitano di un sistema che permetta l’individuazione di strutture non accreditate".

Secondo i documenti ufficiali predisposti per l’incontro del comitato, il WWF sottolinea anche che soltanto sei paesi (Cina, Messico, Slovacchia, Thailandia, Stati Uniti e Vietnam) hanno presentato i rapporti relativi alle misure adottate per monitorare gli allevamenti. "Nessuno di questi Paesi ha però fornito dati sufficienti – come il numero totale di strutture attive e il numero esatto di esemplari detenuti- per verificare se la riproduzione sia effettivamente limitata a fini di conservazione". Sudafrica, Laos e Myanmar, invece, non hanno presentato nulla di quanto sarebbe stato dovuto, lasciando enormi ombre sulla gestione degli esemplari in cattività.

Il nostro paese, in questo scenario, non è estranea al commercio illegale dei grandi felini. “Purtroppo anche l’Italia contribuisce ad alimentare il mercato illecito – precisa Gianluca Catullo, responsabile specie e habitat di WWF Italia – I nostri porti e aeroporti sono spesso luoghi di transito o destinazione di pelli e altri prodotti derivati da questi maestosi animali e nei nostri confini esistono strutture in cui le tigri vengono riprodotte e commercializzate per scopi non legati alla conservazione. Le operazioni delle forze di polizia e l’azione della Commissione scientifica CITES sono fondamentali per prevenire e reprimere il fenomeno ma servono investimenti pubblici e maggiore consapevolezza nelle persone".

Altro elemento da non dimenticare è quanto noi cittadini, soprattutto quando vestiamo i panni di turisti, contribuiamo alla sofferenza di migliaia di animali. Una fetta importante del business infatti è quella che appartiene al fenomeno del "tiger zoo", ovvero delle strutture in cui questi felini vengono detenuti per puro scopo di "divertimento" per gli avventori. Nel documento del WWF questi luoghi vengono descritti come posti "che fungono da copertura per la riproduzione incontrollata e alimentano il mercato nero". Infine il traffico di tigri è anche integrato con la criminalità organizzata transnazionale, inclusi narcotraffico, deforestazione illegale e allevamenti fraudolenti che reinvestono i propri profitti illeciti nel commercio di fauna protetta. 

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