
La certificazione italiana "Acquacoltura Sostenibile" è tra quelle che prevedono meno requisiti per la tutela del benessere degli animali allevati. A evidenziarlo è la quinta edizione dell'Aquaculture Certification Schemes Benchmark, il report pubblicato dall'Aquatic Life Institute (ALI), un'organizzazione internazionale che si occupa del benessere degli animali acquatici nel settore alimentare.
Il documento ha analizzato 12 schemi di certificazione e due agenzie di rating internazionali, prendendo in esame quanto e come il benessere animale venga considerato nei rispettivi standard. Si tratta della più ampia analisi comparativa realizzata finora da ALI.
E tra i sistemi valutati c'è anche "Acquacoltura Sostenibile", il disciplinare italiano inserito nel Sistema di Qualità Nazionale Zootecnia e riconosciuto dal Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF) sviluppato nel 2020 insieme alle associazioni dei produttori di pesce (API) e molluschi (AMA) e aggiornato con decreto ministeriale lo scorso maggio. Questa certificazione viene concessa agli operatori del settore dell'acquacoltura che ne fanno richiesta e che dimostrano di rispettare i requisiti definiti dal Ministero.
La certificazione italiana ottiene solo 2,55 punti su 10 per il benessere animale
Nel Benchmark "Acquacoltura Sostenibile" ha ottenuto un punteggio complessivo di appena 2,55 su 10, classificandosi all'11° posto su 14 tra schemi di certificazione e agenzie di rating considerati e al penultimo posto considerando soltanto le certificazioni.
Il punteggio deriva dalla valutazione di diversi aspetti legati al benessere animale: qualità dell'acqua, densità degli animali, mangimi, arricchimento ambientale, trasporto e movimentazione, stordimento e macellazione. Il sistema italiano ha ottenuto 0,75 punti su 1 per qualità dell'acqua e densità, 0,25 per la composizione dei mangimi e zero per trasporto e movimentazione, arricchimenti ambientali e stordimento e macellazione.
È importante però precisare che il report non valuta la sostenibilità ambientale complessiva degli allevamenti (che in alcuni casi può avere un impatto anche molto grande), la sicurezza alimentare, le condizioni sociali dei lavoratori o il rispetto effettivo degli standard nelle singole aziende. Il confronto riguarda esclusivamente la presenza e la chiarezza dei requisiti relativi al benessere animale all'interno dei sistemi di certificazione.
Sofferenza e dolore prima della macellazione

Uno dei divari più evidenti riguarda soprattutto quello che accade ai pesci al momento dell'uccisione. Lo stordimento, come per esempio quello elettrico, serve a provocare rapidamente la perdita di coscienza dell'animale, evitando così che possa percepire dolore e stress durante le fasi successive. Secondo l'analisi di ALI, però, lo standard italiano non soddisfa nessuno dei quattro requisiti considerati per stordimento e macellazione.
Non indica in maniera esplicita metodi capaci di provocare una perdita di coscienza immediata e completa fino alla morte e non vieta esplicitamente pratiche dolorose come l'immersione dei pesci in acqua e ghiaccio, nei bagni di ammoniaca o di sale. Mancano inoltre indicazioni precise sul controllo effettuato da personale adeguatamente formato per verificare che l'animale sia realmente incosciente dopo lo stordimento e sulla necessità di ridurre al minimo l'intervallo di tempo tra lo stordimento e l'uccisione.
Negli standard analizzati da ALI, invece, questi aspetti sono già contemplati in modo più dettagliato ed esaustivo da diversi altri sistemi internazionali che hanno ottenuto anche il punteggio massimo per i requisiti relativi a stordimento e macellazione.
Criticità anche nell'ambiente dall'allevamento e nel trasporto
Il benessere di un animale allevato non dipende però soltanto dal modo in cui viene ucciso. Per i pesci contano anche le condizioni in cui trascorrono la loro vita. Tra gli elementi analizzati dal Benchmark ci sono la qualità dell'acqua, il numero di animali presenti negli impianti, la possibilità di interagire con un ambiente sufficientemente complesso e le modalità con cui vengono catturati, spostati e trasportati.
Gli arricchimenti ambientali, per esempio, sono interventi che rendono l'ambiente di allevamento più vario e permettono agli animali di esprimere alcuni dei loro comportamenti naturali. Anche su questo aspetto la certificazione italiana non ha ottenuto punti, così come per trasporto e movimentazione.
Essere Animali: "Senza benessere animale non c'è sostenibilità"

Gli scarsi risultati ottenuti dalla certificazione italiana sono stati commentati anche da Essere Animali, l'organizzazione impegnata da anni nel riconoscere maggiori diritti agli animali d'allevamento e che ha documentano più volte gravi irregolarità, condizioni igieniche critiche e maltrattamenti in allevamenti ittici intensivi, come nel caso delle trote nel Trevigiano.
"Come Essere Animali denuncia da anni, nonostante il disciplinare di certificazione nomini più volte il miglioramento del benessere animale, in tutto il documento non è però presente una definizione chiara di benessere animale e mancano quei requisiti di base che servirebbero per eliminare nella pratica le principali cause di sofferenza per i pesci negli allevamenti, tra cui l'obbligo di uno stordimento efficace prima dell'abbattimento. Una certificazione che non considera almeno gli elementi prioritari di benessere animale non può essere considerata una garanzia valida di ‘sostenibilità'. Chiediamo quindi che il disciplinare venga modificato per includere indicazioni trasparenti e chiare su come tutelare il benessere dei pesci negli allevamenti", ha detto Chiara Caprio, Direttrice Relazioni Istituzionali per Essere Animali.
Il rapporto segnala quindi diversi ambiti nei quali gli standard italiani potrebbero essere rafforzati, a partire proprio dalle procedure di stordimento e macellazione. L'obiettivo del Benchmark non è però stabilire quali siano i singoli allevamenti migliori o peggiori, ma mostrare quanto i diversi sistemi di certificazione siano precisi nel tradurre le conoscenze sul benessere animale in regole concrete. E nel caso italiano, secondo ALI, esiste ancora un divario molto forte rispetto agli standard internazionali più avanzati.