Su Telegram ora si vendono i token che ti rubano l’account IA anche senza password

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Oggi i cybercriminali puntano ai token di sessione per rubare gli account IA. Come rivela un report di Okta, i “pass digitali” degli utenti vengono venduti al mercato nero per accedere gratis a ChatGPT e Claude, causando danni economici e grossi rischi per la sicurezza di aziende e privati cittadini.

Non sono più solo le password trafugate a fare gola. Il nuovo bersaglio della criminalità informatica sono i token di sessione, stringhe digitali che permettono a un servizio di riconoscere un utente già autenticato. La scoperta è stata presentata nell'ultimo report di Okta, una delle principali piattaforme cloud mondiali specializzate in gestione delle identità e degli accessi. Dalla ricerca è emerso un fenomeno in rapida crescita. I criminali informatici hanno infatti cominciato a clonare questi token e li rivendono sul mercato nero a chi vuole sfruttare i modelli di intelligenza artificiale più avanzati, come ChatGPT e Claude, a spese degli utenti paganti.

"Il prezzo dei token e degli abbonamenti per l'IA sta aumentando, poiché i fornitori di modelli di IA cercano di recuperare i costi di investimento", si legge nel documento. "Di conseguenza, questi account stanno diventando obiettivi sempre più appetibili per il furto di account". Sfruttare questo sistema porta però a far lievitare i costi dell'IA, almeno per chi paga, e le continue intrusioni negli abbonamenti altrui comportano seri problemi di privacy e sicurezza.

Cosa sono i token di sessione che garantiscono l'accesso anche senza password

Per comprendere la questione occorre immaginare il token come una sorta di pass digitale temporaneo. Quando l'utente inserisce correttamente la password e il secondo codice richiesto dall'autenticazione a più fattori, il servizio crea una sessione autenticata e rilascia un token – la cui sigla è JWT – che reca una firma digitale certificata. Da quel momento il browser lo utilizza per dimostrare che l'utente ha già effettuato il login, così da non dover reinserire ogni volta la password. Il problema però è che chi riesce a copiare questo tipo di token può, in determinate condizioni, riutilizzarlo anche senza conoscere la password e senza dover superare nuovamente le procedure di autenticazione. Un po' come mettere le mani su un lasciapassare e usarlo per entrare in un palazzo dall'ingresso secondario.

Il team di threat intelligence di Okta ha analizzato un file di 7 GB pubblicato su Telegram il 2 agosto 2026 e al suo interno ha  trovato dati provenienti da 5.871 computer infetti in 162 Paesi e 44.791 JWT univoci. Di questi, 555 erano probabilmente legati all'autenticazione di servizi IA come Google, Microsoft, Anthropic, Amazon, Cursor e Notion.

Come funziona il mercato nero dei token

I token vengono raccolti soprattutto attraverso gli infostealer, malware progettati per sottrarre informazioni dai computer infetti. Famiglie come Lumma Stealer e Vidar possono cercare nel browser credenziali, cookie e token. I dati finiscono poi nei cosiddetti stealer logs, pacchetti di informazioni rubate che poi vengono rivenduti nel sottobosco criminale.

La novità individuata da Okta è che tra questi dati stanno acquisendo valore anche gli accessi ai servizi di IA, i quali vengono trattati un po' come accade con i vari servizi del "pezzotto" per guardare le partite in streaming senza un abbonamento ufficiale. Su Telegram sono infatti comparsi venditori che pubblicizzano accessi scontati a Claude, Cursor, ChatGPT e Gemini, offrendo persino assistenza 24 ore su 24 e garanzie di rimborso. I ricercatori riportano l'esempio di Poison Claude, che propone accessi a diversi modelli Anthropic.

Quali sono i rischi per gli utenti normali

Questo sistema parassitario che sfrutta credenziali già esistenti comporta delle conseguenze anche per gli utenti che hanno sottoscritto un regolare abbonamento per usare l'IA. Il primo problema è ovviamente di tipo economico. Al di là della beffa di pagare il servizio che viene usato da qualcun altro, l'intruso che si inserisce nel sistema può consumare la quota mensile disponibile (ogni modello ha un tetto massimo di token utilizzabili al mese) o usare il modello per attività che possono portare alla sospensione dell'account.

La criticità più seria riguarda però i dati contenuti nell'account. Se il token permette di accedere alla sessione, l'attaccante potrebbe arrivare anche alla cronologia delle conversazioni e ai file caricati. Per chi usa l'IA per organizzare la propria agenda può essere un'importante violazione della propria privacy, ma per chi la utilizza per lavoro, ciò può significare anche l'esposizione di codici, documenti e informazioni aziendali che potrebbero essere utilizzate per nuove truffe e campagne di phishing.

Perché password e autenticazione a due fattori non bastano più

Il dato più importante sottolineato dal rapporto riguarda proprio il grosso tema della sicurezza. Anche rendendo le password più sicure, tutto diventa inutile se gli hacker riescono a rubare direttamente i "pass digitali" dell'accesso già effettuato. L'archivio di dati trafugati analizzato nello studio conteneva oltre 1.800 di questi pass – i token JWT e JWE – tutti ancora perfettamente validi. Non solo. In quasi il 18% dei casi, questi file racchiudevano anche dati personali visibili in chiaro, come nomi ed email degli utenti.

Okta ricorda però come esistano comunque delle difese da adottare per ridurre i rischi. Per esmpio i possono legare gli accessi esclusivamente al computer dell'utente o bloccare gli utilizzi da connessioni sospette.  Il rapporto suggerisce di usare chiavi d'accesso a scadenza rapida e tutele più severe. Inevitabilmente, però, finché rubare un accesso sarà più economico che pagare un abbonamento, il mercato nero degli account IA continuerà a crescere.

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