9 Novembre 2022
17:20

Perché le Big Tech stanno (ancora) bene ma continuano a licenziare dipendenti

Le ondate di licenziamenti di Meta e Twitter sono le frane che hanno fatto più rumore. Il mercato della tecnologia sta cambiando ma forse è ancora presto per parlare di una crisi.
A cura di Valerio Berra

Alla fine degli anni ’90 internet era un posto molto diverso da come lo conosciamo adesso. Era piccolo, lento e scarsamente popolato. Eppure era già pieno di potenziale. Appena Wall Street si è accorta delle possibilità offerte da questo strumento ha cominciato una gonfiarsi una bolla speculativa con rare eccezioni nella storia finanziaria, la bolla delle dot com. Piccole società dagli utili scarsi ma dalle potenzialità colossali venivano quotate in fretta in borsa e ugualmente di fretta raggiungeva altissimi livelli di capitalizzazione.

Tutto ha continuato a funzionare fino al 2000, quando gli investitori hanno cominciato a capire che la capitalizzazione di mercato di queste aziende era molto più alta del loro valore. La bolla è scoppiata come scoppiano tutte le bolle, con azioni che crollano a picco, miliardi di dollari bruciati e aziende che falliscono. Ecco. Nonostante in questi giorni si sia tornato a parlare della bolla delle dot com quello che sta succedendo adesso nelle Big Tech non c’entra quasi nulla.

L’ottimismo e la pandemia

Partiamo da un dato. Meta dopo l’annuncio del taglio di 11.000 dipendenti, circa il 13% della forza lavoro complessiva, le azioni di Meta sono tornate sopra i 100 dollari, segnando il loro punto massimo dal 26 ottobre. È solo un segnale, certo. Ed è solo un segnale dopo un anno di crollo verticale, all’inizio delle scorso novembre le azioni di Meta erano sopra i 340 dollari. Eppure questo chiarisce un aspetto: la crisi che stanno affrontando ora le Big Tech non nasce dal mercato finanziario.

La ragione, piuttosto, si trova nelle parole pubblicate in questi giorni da Jack Dorsey, il fondatore di Twitter. Davanti all’ondata di licenziamenti che ha investito l’azienda, Dorsey ha detto: “Ho la responsabilità del motivo per cui tutti si trovano in questa situazione: ho aumentato le dimensioni dell'azienda troppo in fretta. Mi scuso per questo”. Troppo in fretta. È questa la chiave con cui leggere quello che sta succedendo alle Big Tech.

I mercati aperti da queste piattaforme esistono e sono anche abbastanza redditizi. Il problema è che le aspettative sono state troppo alte dopo la  spinta alla digitalizzazione resa necessaria dalla pandemia. Le aziende delle Big Tech hanno assunto, spesso con stipendi imparagonabili ad altri mercati. A inizio 2022 lo stipendio annuale medio di Meta era attorno ai 292.000 dollari. E hanno assunto perché pensavano di aver davanti anni di crescita esponenziale come nei primi mesi della pandemia.

Non è stato così, anzi. L’arrivo di un periodo di recessione che potrebbe durare altri due anni ha portato le aziende Tech a correre ai ripari e ridimensionare i team per far crescere solo due tipi di business: quelli che funzionano di già e quelli su cui i board sono disposti davvero ad investire. La mossa che è piaciuta agli investitori, come possiamo vedere dalle azioni di Meta. A questa tendenza si sono aggiunte le storie e i guai delle singole aziende. Meta con il suo Metaverso che ancora non convince il pubblico e la concorrenza di TikTok e Twitter con il cambio di proprietà e la nuova guida di Elon Musk.

I flussi delle Big Tech

Ora i lockdown serrati sono stati solo la fase emergenziale di questa nuova dimensione sanitaria e ora il temine virale è tornato ad essere riferito solo a fenomeni del web. Il mercato Tech resta comunque un terreno ricco di profitti, anche se per starci non è necessario avere tutti quei dipendenti su cui le aziende tech avevano investito. Proviamo a chiarire meglio. Qui sotto potete leggere il grafico pubblicato dalla newsletter di EconomyApp che sintetizza con un diagramma a flusso il business di Meta nell’ultimo trimestre.

ECONOMYAPP | Il grafico sui flussi di denaro di Meta
ECONOMYAPP | Il grafico sui flussi di denaro di Meta

Da qui si possono capire due cose. La prima è che il volume di affari è enorme. Le entrate sono attorno ai 27 miliardi di dollari e il profitto netto è di 4,4 miliardi di dollari. Contante che una manovra finanziaria in Italia (al netto di guerre o pandemie) si aggira sui 35 miliardi di euro. Certo. A fronte di questo le tasse pagate sono irrisorie: 1,2 miliardi di dollari. Un business di questa portata non si può paragonare alla bolla dei dot com dove invece aziende dal budget quasi amatoriale venivano prezzate in Borsa come fossero potenze mondiali.

Il motivo dei licenziamenti è un altro. Anche se quelli che hanno fatto più rumore sono Meta e Twitter sono tante le aziende di tecnologia che hanno lasciato intere unità a casa. Lyft, Booking.com e Openfloor hanno ridotto i dipendenti mentre altre come Microsoft o Google hanno rivisto i loro piani di assunzione. Non è ancora il momento di parlare di bolla o di crisi del mercato della tecnologia. L’oro nella miniera c’è ancora, solo che c’è bisogno di meno persone per trovarlo.

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