22 Marzo 2022
16:19

Perché Elden Ring è il videogioco del momento

La produzione FromSotftware è nota nel settore per essere “difficile”, “punitiva”, “dai boss impossibili”. Ciononostante, l’ultimo titolo diretto da Hidetaka Miyazaki, che vede pure la partecipazione di George R. R. Martin, conquista tutti e tutte.
A cura di Lorena Rao

Piogge di 10 da parte della critica. 12 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Dominio totale delle vendite in Italia. È dal 25 febbraio scorso, giorno di lancio sulle principali piattaforme, che Elden Ring domina il dibattito videoludico. E pensare che i cosiddetti souslike erano una nicchia. Senza per forza risalire a Demon’s Souls del 2009 (il cui remake è uscito nel 2020 su PS5), la produzione FromSotftware è nota nel settore per essere “difficile”, “punitiva”, “dai boss impossibili”. Ciononostante, l’ultimo titolo diretto da Hidetaka Miyazaki, che vede pure la partecipazione di George R. R. Martin (autore de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco/Il Trono di Spade), sembra riuscire a conquistare tutti e tutte.

Il merito va all’Interregno, il suggestivo mondo aperto di stampo dark fantasy in cui prende vita l’epopea di noi Senzaluce. Non appena varchiamo le porte, veniamo rapiti dall’orizzonte frastagliato da punti di interesse, che si traducono in torri medievali avvolte dalla nebbia e giganteschi alberi dorati. Tutto ciò che la vista scorge – ma non solo – può essere raggiunto e celare dei segreti. A volte piacevoli, come un oggetto per l’equipaggiamento, a volte spiacevoli, come l’imboscata di un gigante.

Ma è proprio questo il fascino di Elden Ring. L’avanzamento, lento, ragionato, timoroso all’interno di un mondo crudelmente vivo e silenzioso. Il gioco richiede il nostro totale coinvolgimento. La nostra totale concentrazione e dedizione. Perché molte delle creature che popolano l’Interregno sanno essere brutali. Andare alla cieca contro qualsiasi nemico garantisce l’iconica schermata “Sei Morto”. Tuttavia, una volta adottato il set mentale richiesto da Miyazaki, Elden Ring garantisce il rilascio di endorfine. Non solo in termini di appagamento dopo la sconfitta di un boss: è la ricchezza del mondo stesso a spingere a dare il tutto per tutto, perché solo così ne comprendiamo il suo potere attrattivo.

Una volta accettato questo patto con il gioco, le numerose morti a cui andremo incontro non saranno motivo di frustrazione, ma monito per farci dare il meglio. Vale per lo stile di combattimento, da affinare con la pratica anche se all’inizio sembra impossibile; vale per la scelta dell’equipaggiamento; vale per la spesa della risorse; vale per il completamento delle quest.

Una complessità quasi straniante, ma che a poco a poco penetra e mostra quanto sia travolgente cavalcare tra le lande dell’Interregno. Già, in Elden Ring abbiamo un cavallo: Torrente. Una novità per la produzione FromSoftware, che va perfettamente a braccetto con la struttura open world prima menzionata. Può apparire una banalità, ma in realtà la cavalcatura ha effetti concreti nell’esplorazione e negli scontri, che sia raggiungere un punto nascosto tra i ruderi o dare inizio alla carica contro la possente Sentinella dell’Albero. A far da cornice al tutto un design dei mostri attento e dettagliato e una musica sinfonica pronta a esplodere all’inizio di ogni combattimento.

Il bello è che tutto questo può non essere vissuto da soli. Anzi, è consigliabile non farlo, perché in Elden Ring la componente multiplayer gioca un ruolo centrale nell’esperienza di gioco. Per capirci, una volta messo piede in un dungeon, è facile venire colpiti dalla miriade di messaggi lasciati da altri utenti. Il più delle volte sono utili suggerimenti, come l’avviso di un’imboscata più avanti, ma altre volte possono essere bugie. E quando il gioco diventa davvero duro è possibile evocare l’aiuto di un amico, così come può accadere di dare inizio a un’invasione nella partita di un altro giocatore o giocatrice, per aggiungere ulteriore brio alla sfida.

Per quanto riguarda George R. R. Martin, il suo zampino è presente nella sceneggiatura. Tolta l’intro con i meravigliosi artworks, che rende chiaro l’obiettivo dei Senzaluce, Elden Ring non ricorre a una narrazione classica fatta di cutscene, diari e registri, ma si affida ai dialoghi di enigmatici personaggi che è possibile incontrare lungo il cammino. Proprio come accade in ogni titolo FromSoftware. In Elden Ring, capita a volte di parlarci per caso, magari perché apparsi casualmente durante un nostro riposo nei Luoghi di Grazia.

Capire esattamente a cosa si riferiscono è difficile, tuttavia, man mano che continua l’avanscoperta, è possibile dare un senso a quelle storie appena accennate. Senza quasi rendercene conto, riusciamo quindi a trovare uno scopo a una fanciulla che si ritiene perduta, o finiamo tra le braccia di una donna misteriosa, ricevendo conforto dalla sconfitta. Poche frasi, pochi gesti, ma Elden Ring riesce comunque a farsi capire, a rendere palese che l’interazione con esso è la chiave per poterlo capire. Lo stile di Martin fa da ulteriore nota di qualità, donando maggiore caratterizzazione alla popolazione delll’Interregno.

Tutto questo è ciò che rende “difficile” Elden Ring secondo l’opinione comune. Forse però è più corretto dire “impegnativo”. Come detto prima, c’è un patto da siglare all’inizio, che implica, attenzione, tempo e dedizione. Se accettato, Elden Ring si svela e ci travolge, se rifiutato ci divora senza alcuna pietà.

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