L’Iran minaccia di spegnere Internet nel Golfo: i cavi sottomarini sono il nuovo bersaglio di Teheran

Dopo i problemi d'approvvigionamento energetico che da mesi tengono il mondo con il fiato sospeso, lo Stretto di Hormuz continua ad essere il centro di tensioni e pressioni che scandiscono la continua partita a scacchi tra il regime di Teheran e gli Stati Uniti di Donald Trump. Questa volta, però, al centro delle minacce dell'Iran non c'è solo il duplice blocco navale che sta impedendo la normale circolazione di gas, petrolio e materie prime, ma il traffico di Internet. Il 22 aprile l'agenzia di stampa Tasnim, vicina al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), ha diffuso su Telegram un report accompagnato da una mappa dettagliata dei cavi sottomarini in fibra ottica che attraversano lo Stretto, sottolineando come, qualora tale rete venisse tagliata o danneggiata, "una catastrofe digitale" potrebbe abbattersi sugli Stati arabi del Golfo Persico. Una minaccia, nemmeno troppo velata, che ha subito messo in allarme l'intero Medio Oriente.
Quali sono i cavi che passano dallo Stretto
La maggior parte del traffico globale di Internet passa sotto il mare. Più del 95% dei dati globali viaggia attraverso cavi sottomarini collegati tra i vari continenti. I satelliti di Starlink sono una risicata minoranza. Quasi tutti i flussi di dati necessari per i servizi cloud, le transazioni finanziarie, l'e-commerce e, ovviamente, l'utilizzo privato del web da parte dei cittadini passano da queste reti. Inutile dirlo, lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali checkpoint di questa architettura.
Nel suo report, l'agenzia Tasnim ha evidenziato almeno sette grandi sistemi, ma gli analisti individuano tra 17 e 20 cavi " vitali" che convergono nell'area del Golfo Persico e del Mar Rosso. Tra i principali ci sono AAE-1 (Asia-Africa-Europe 1), fondamentale collegamento tra Asia orientale ed Europa; Falcon, dorsale regionale cruciale per molti Stati del Golfo; Gulf Bridge International (GBI), che connette i grandi hub regionali ai data center globali; Tata TGN-Gulf, arteria strategica per imprese e amministrazioni; e i sistemi SEA-ME-WE, che collegano Sud-est asiatico, Medio Oriente ed Europa. Attaccare una simile infrastruttura significherebbe pertanto impedire a Paesi come Iraq, Arabia Saudita e Qatar di poter contare su una connessione Internet veloce e affidabile.

Perché i cavi nel Golfo sono un bersaglio vulnerabile
Nel suo punto più stretto, il "collo di bottiglia" di Hormuz misura appena poche decine di chilometri e, come ricorda il New York Times, la profondità dell'acqua arriva a circa 60 metri: un fondale relativamente basso che rende i cavi più esposti a danni accidentali e sabotaggi. Non solo. Questi cavi hanno spesso uno spessore ridotto, simile a quello di un tubo da giardino, e nonostante le protezioni restano obiettivi relativamente facili da colpire. Secondo CBS News, inoltre, nonostante i danni causati dagli attacchi americani la marina iraniana può ancora contare su gran parte delle motovedette veloci che rappresentano il mezzo ideale per portare a termine simili operazioni di sabotaggio.
Il vero punto debole risiede però nella struttura stessa dell'economia del Golfo. La ricercatrice Aimen Jamil, analista indipendente specializzata negli affari geopolitici del Medio Oriente, ha sottolineato su X come Paesi come Emirati Arabi Uniti, Bahrein, o la stessa Arabia Saudita abbiano costruito negli ultimi anni economie fortemente digitalizzate, dipendenti da cloud computing, servizi finanziari globali, intelligenza artificiale e grandi data center. Questa situazione, ha spiegato Jamil, crea una vera e propria "asimmetria digitale", dove i Paesi della sponda meridionale del Golfo dipendono quasi totalmente dalle rotte marittime per la trasmissione dei dati, mentre l'Iran vanta una minore esposizione a questi specifici corridoi.
Le possibili conseguenze di un attacco
L'interruzione simultanea di più cavi nello Stretto di Hormuz non significherebbe soltanto un Internet più lento. Vorrebbe dire ritardi nelle transazioni finanziarie, problemi nei servizi cloud, rallentamenti nelle infrastrutture bancarie, nelle piattaforme logistiche e nei sistemi di intelligenza artificiale su cui i Paesi del Golfo stanno investendo miliardi. Le riparazioni, inoltre, non sarebbero rapide. Possono richiedere settimane o mesi, soprattutto in acque contese o in aree di conflitto, dove l'invio di navi specializzate diventa complesso. Il rischio è che, oltre a rimanere tagliati fuori dalle grandi operazioni commerciali e finanziarie, i Paesi coinvolti potrebbero accumulare un ritardo di sviluppo che, soprattutto nel settore dell'IA, potrebbe non essere più colmato.
È dunque su tutti questi timori su cui fa leva la minaccia dell'Iran. Dopo aver paralizzato il traffico energetico, una serie di attacchi mirati potrebbe sferrare un colpo letale alle infrastrutture digitali dell'intera regione. La speranza di Teheran è che l'ennesima intimidazione possa spingere i governi interessati a fare pressione sugli USA per accelerare i dialoghi diplomatici e porre fine a un conflitto da cui l'Iran ha ancora la possibilità di uscirne rafforzato.
Le ripercussioni sul traffico mondiale
Le ripercussioni potrebbero anche riguardare Stati vicini come l'India (che infatti guarda con preoccupazione all'evolversi della situazione) tuttavia la rete globale di Internet è progettata per reindirizzare i flussi di dati su rotte alternative. Le cable landing station, le stazioni costiere dove i cavi emergono e si collegano alle reti terrestri, funzionano infatti proprio come dei centri di smistamento e se una tratta si interrompe, i dati possono passare da altri cavi o da percorsi terrestri. I disservizi per il resto del mondo sarebbero quindi soprattutto rallentamenti, congestioni e, probabilmente, costi più alti, ma il collasso appare un'ipotesi molto remota.