“Una sostanza usata nella plastica associata alla morte di oltre 70.000 neonati”: lo studio su The Lancet

Soltanto in un anno, nel 2018, l'esposizione a una particolare sostanza chimica utilizzata come additivo nella produzione di molti prodotti in plastica potrebbe aver contribuito a quasi 2 milioni di nascite premature e potrebbe essere collegata alla morte di 74.000 neonati in tutto il mondo.
La sostanza in questione è il di-2-etilhexilftalato (DEHP), un additivo appartenente alla famiglia degli ftalati, un gruppo di sostanze utilizzate come plastificanti, per rendere morbida e flessibile la plastica, nello specifico il PVC, un materiale di uso molto comune. Quando gli oggetti in plastica si degradano possono rilasciare minuscole particelle che possono finire ovunque. In generale tracce di microplastiche e nanoplastiche sono state trovate nel mare, nelle nuvole, nel suolo, ma anche nell'essere umano, perfino nello sperma e nella placenta. Anche le microplastiche sono state collegate in precedenti studi a un rischio maggiore a un rischio maggiore di parto pretermine.
Lo studio sul rischio di parto pretermine
Nello specifico, in questo nuovo studio, pubblicato a fine marzo su eClinical Medicine, rivista parte del gruppo The Lancet, i ricercatori del NYU Langone Health, negli Stati Uniti, si sono concentrati sul possibile impatto dell'esposizione del DEHP e di altri ftalati sul rischio di parto pretermine, un collegamento già emerso in precedenti studi. Il parto pretermine è infatti una delle principali cause di mortalità infantile, ma anche un fattore di rischio per il corretto sviluppo del bambino sul lungo periodo.
Il DEHP è da tempo sotto l'attenzione delle autorità sanitarie e regolatrici di tutto il mondo per i suoi possibili effetti sulla salute. Rientra nella categoria degli interferenti endocrini, ovvero quelle sostanze "capaci di “mimare” – spiega la Società Italiana di Pediatria – l’attività ormonale e quindi di interferire nella normale funzionalità del sistema endocrino". Oltre al rischio di parto prematuro, l'esposizione al DEHP è stata collegata anche a molti altri problemi di salute – spiegano i ricercatori – compreso il rischio di cancro, malattie cardiache e infertilità. Per questi motivi all'interno dell'Unione Europea la vendita di oggetti contenenti questa sostanza è fortemente limitata o perfino vietata.
Sebbene in alcune aree del mondo, come appunto l'Ue, le normative stiano cercando di limitare la presenza di questa sostanza per ridurre quindi anche il rischio di esposizione per le persone, gli ftalati sono una famiglia di sostanze plastiche ancora molto presenti in tantissimi prodotti in plastica, dai cosmetici ai detersivi per la casa fino ai repellenti per insetti.
I risultati dello studio
I ricercatori hanno voluto fare una stima dell'impatto globale di questa sostanza sulle nascite premature, cercando di evidenziare quali sono le parti del mondo più colpite da questo problema.
Sebbene i ricercatori sottolineino che i loro calcoli forniscono soltanto una stima, non una misura esatta del fenomeno, dal loro studio è emerso che l'esposizione al DEHP potrebbe aver contribuito a circa 1,97 milioni di nascite premature solo nel 2018, ovvero oltre l'8% delle nascite totali registrate nell'anno, e potrebbe essere collegata alla morte di 74.000 neonati. Alcune regioni del mondo, come il Medio Oriente e l'Asia meridionale, sembrano registrare i tassi maggiori di malattie derivate dalle nascite premature, mentre l'Africa è la regione del mondo con il numero più elevato di decessi neonatali rispetto al numero di parti pretermine.
Un problema sistemico
Gli scienziati hanno misurato anche il collegamento tenendo in considerazione un altro ftalato, il diisononil ftalato (DiNP), un sostituto comune del DEHP. Ma ne è emerso che anche questa sostanza potrebbe avere un rischio simile a quello del DEHP. Il DiNP potrebbe infatti aver contribuito a circa 1,88 milioni di nascite premature in tutto il mondo.
Secondo gli autori questo dato è importante perché suggerisce come "regolamentare i ftalati uno alla volta e sostituirli con alternative poco conosciute difficilmente risolverà il problema più ampio", ha spiegato Leonardo Trasande, autore senior e professore di pediatria della NYU Grossman School of Medicine. Sebbene questo studio non stabilisca un rapporto di causa effetto tra le sostanze studiate e i parti pretermine mostra l'urgenza di approfondire con ulteriori studi questo possibile collegamento, anche per prevenire il rischio di parti prematuri e le conseguenze che questi potrebbero avere sulla vita e la salute dei bambini.