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Perché non abbiamo ancora scoperto gli alieni: scienziato italiano lo spiega con le spugne

Grazie a un modello matematico progettato per i materiali porosi (come le spugne) lo scienziato italiano Claudio Grimaldi dell’EPFL ha teorizzato le possibili ragioni per cui non siamo ancora stati in grado di intercettare segnali alieni nello spazio.
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A cura di Andrea Centini
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Secondo un nuovo studio condotto da uno scienziato italiano la possibile ragione per cui non abbiamo ancora individuato segnali alieni risiede nel fatto che li stiamo cercando da soli 60 anni, inoltre la Terra potrebbe trovarsi in una “bolla priva di onde radio emesse dalla vita extraterrestre”. Insomma, al momento saremmo solo stati sfortunati in questa straordinaria caccia alle civiltà intelligenti, probabilmente la più entusiasmante e coinvolgente della ricerca scientifica. Del resto, qualora dovessimo avere la conferma che non siamo soli nell'Universo, potrebbero essere letteralmente stravolti diversi pilastri della società umana, compresi quelli religiosi, ma non saremmo pronti a un simile contatto.

A ipotizzare che stiamo cercando gli alieni da troppo poco tempo e che potremmo trovarci in una regione di spazio non raggiunta dai loro segnali è stato il dottor Claudio Grimaldi, scienziato romano classe 1965 che da anni lavora presso il Laboratorio di biofisica statistica della Scuola Politecnica Federale di Losanna (EPFL). Il ricercatore, per mettere a punto la propria teoria, ha utilizzato un peculiare modello statistico che viene normalmente impiegato nelle scienze dei materiali, nello specifico quelli porosi come le spugne. In parole molto semplici, potremmo immaginare la Via Lattea – che si estende per circa 100mila anni luce – come una gigantesca spugna, nella quale la parte solida rappresenta “i segnali elettromagnetici che si irradiano sfericamente da un pianeta che ospita vita extraterrestre nello spazio”, come spiegato dal dottor Grimaldi in un comunicato stampa, mentre i buchi sono le bolle che non ricevono questi segnali. In pratica la Terra potrebbe trovarsi proprio in una di queste bolle e non sarebbe raggiunta dai segnali alieni, cui il SETI (acronimo di Search for extraterrestrial intelligence) dà la caccia da decenni. Ammesso naturalmente che gli extraterrestri esistano.

Sono comunque diversi gli studi che indicano come probabile la presenza di più civiltà aliene nella nostra galassia. Una recente ricerca condotta da scienziati dell’Università di Nottingham (Regno Unito), ad esempio, ha stimato che nella Via Lattea ci sarebbero almeno 36 civiltà aliene, sfruttando una forma modificata della celebre equazione di Drake. La formula matematica messa a punto dal compianto scienziato statunitense Frank Drake fu progettata proprio per calcolare il numero di possibili civiltà di alieni intelligenti nel nostro angolo di un Universo, sulla base di molteplici parametri. Secondo i ricercatori inglesi non saremmo entrati in contatto con esse semplicemente perché la distanza media fra le singole civiltà sarebbe di ben 17mila anni luce, mentre il nostro segnale radio più antico avrebbe percorso al massimo 125 anni luce. Saremmo semplicemente troppo lontani, inoltre la nostra capacità di specie “spaziale” sarebbe limitata nel tempo e nelle tecnologie.

Partendo dal presupposto che gli alieni abbiano inviato almeno un segnale elettromagnetico e che la Terra sia effettivamente stata in questa bolla per 60 anni, cioè da quando il SETI è operativo, il modello matematico destinato ai materiali porosi “suggerisce che ci sono da una a cinque emissioni elettromagnetiche ogni secolo ovunque nella nostra galassia”, spiega Grimaldi, aggiungendo che sarebbero rari quanto le supernove. Si ipotizzano due scenari distinti: in quello più ottimistico dovremmo aspettare altri 60 anni prima che uno di questi segnali raggiunga la Terra; in quello pessimistico ci sarebbe da aspettare per ben 2000 anni. Ma anche se il nostro pianeta dovesse essere raggiunto da tale segnale eletromagnetico, noi dovremmo essere in grado di coglierlo, puntando i radiotelescopi in ascolto verso la direzione giusta. E non è affatto semplice, dato che anche i più grandi radiotelescopi sono in grado di scandagliare solo una piccola porzione di cielo. Inoltre dovrebbero essere calibrati per la giuste frequenze e lunghezze d'onda.

È una ricerca lunga, complessa, ricca di tonfi nell'acqua e anche piuttosto costosa, per la quale molto probabilmente dobbiamo solo portare pazienza. Gli scienziati stimano che vi siano dieci miliardi di pianeti nella “zona abitabile” della propria stella di riferimento, cioè alla distanza giusta che permette la presenza di acqua liquida sulla superficie e temperature gradevoli. Pensare che altre specie abbiano avuto il modo e il tempo di evolversi come e più della nostra, fino a diventare grandi civiltà spaziali, non è affatto utopia, ma un risultato statisticamente possibile. Ad oggi non abbiamo certezze, ma è più probabile – e sinceramente confortante – che non siamo completamente soli nell'Universo. Secondo un recente studio gli alieni intelligenti non solo esisterebbero, ma non verrebbero a farci visita sulla Terra perché riterrebbero il Sistema solare un posto poco vantaggioso da colonizzare. I dettagli della ricerca “Inferring the Rate of Technosignatures from 60 yr of Nondetection” firmata dal dottor Grimaldi sono stati pubblicati sulla rivista scientifica The Astronomical Journal.

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