Per la prima volta una cometa ha rallentato e invertito la rotazione, Avi Loeb: “È una firma tecnologica?”

Nei giorni scorsi è stato pubblicato un articolo su The Astronomical Journal dedicato al comportamento insolito della cometa 41P/Tuttle–Giacobini–Kresak (41P/TGK) che, in base alle osservazioni condotte con il Telescopio Spaziale Hubble, ha rallentato la sua rotazione sino a invertirla nel senso opposto. Come spiegato dalla NASA, è la prima volta in assoluto che si osserva un simile evento per un astro chiomato. Il fenomeno si è verificato tra giugno e dicembre 2017, in prossimità del passaggio al perielio, tuttavia è stato notato solo di recente grazie all'analisi di dati d’archivio effettuata dall’autore dello studio, l’astronomo David Jewitt del Dipartimento di Scienze della Terra, Planetarie e Spaziali dell’Università della California di Los Angeles (UCLA). Lo scienziato ha sottolineato che il degassamento indotto dalla sublimazione del ghiaccio, innescata dall’avvicinamento delle comete al Sole, genera getti che possono avere un effetto propulsivo; se la loro forza “vince” quella del senso di rotazione, una cometa può teoricamente rallentare a tal punto da iniziare a ruotare nel senso opposto, sotto la spinta di queste emissioni. Questo è lo scenario che si sarebbe verificato per la cometa 41P/TGK, un oggetto appartenente alla famiglia gioviana che torna a farci visita una volta ogni 5,4 anni.
Secondo il professor Avi Loeb del Dipartimento di Astronomia dell’Università di Harvard, tuttavia, questo comportamento inedito della cometa potrebbe nascondere una firma tecnologica. In altri termini, potremmo trovarci innanzi a un oggetto artificiale “mimetizzato” da cometa, un ragionamento non dissimile da quello fatto per l’oggetto interstellare 3I/ATLAS. Nel suo ultimo articolo pubblicato su Medium, l’astrofisico ha spiegato che le variazioni di luminosità della cometa 41P/TGK, che ha un diametro stimato di circa 1 chilometro (con un margine di errore di 200 metri), “indicano un rapporto tra gli assi proiettati di circa 1,4 a 1, mentre la frazione attiva del nucleo è diminuita di un fattore 17.” “Il tempo necessario affinché questo piccolo nucleo raggiunga la velocità di rotazione – prosegue Avi Loeb – è breve rispetto al tempo dinamico trascorso nell’orbita attuale, stimato in circa 1.500 anni. Il tasso di perdita di massa dedotto dal degassamento implica che l’oggetto avrebbe dovuto evaporare o disintegrarsi per rapida rotazione molto tempo fa. La sua attività osservata avrebbe dovuto distruggerlo.”
In sostanza, secondo l’esperto, l’astro chiomato sulla base di questi dati avrebbe già dovuto non esistere più, eppure continua a proseguire il suo lungo viaggio nel cuore del Sistema solare. Il professor Loeb evidenzia che il collega dell’Università di Los Angeles ha fornito due possibili spiegazioni per tale sopravvivenza: “Il nucleo potrebbe essere stato osservato dal telescopio Hubble durante una fase di attività insolitamente intensa, il che avrebbe portato a una sovrastima del tasso medio di perdita di massa e della coppia di degassamento, con conseguente sottostima della sua durata di vita fisica. In alternativa, il nucleo potrebbe essere il residuo sopravvissuto di un corpo più grande per il quale le coppie di degassamento erano meno efficaci.”
Entrambe le spiegazioni naturali sono compatibili con ciò che è stato osservato per la cometa 41P/TGK, ma sul tavolo, evidenzia Loeb, c’è un’altra ipotesi: quella tecnologica. In pratica, la cometa potrebbe essere in realtà una sonda o un qualche veicolo spaziale “mascherato” da astro chiomato, che per qualche ragione ha rallentato e invertito il senso della sua rotazione. È chiaro che si tratta di una speculazione non suffragata da alcuna evidenza scientifica, considerando che il comportamento dell’oggetto, nell'arco di tutte le osservazioni, è sempre stato compatibile con quello di una cometa gioviana periodica.
Tuttavia, secondo la dottrina di Loeb, quando si osservano simili anomalie – come quella della "sopravvivenza" inattesa – bisognerebbe sempre mantenere la mentalità aperta e non escludere a priori l’ipotesi tecnologica. Proprio in questi giorni, uno studio condotto dall’ex ricercatore della NASA Ivan Busko avrebbe rilevato strani segnali luminosi in immagini astronomiche degli anni ’50, precedenti al lancio dei primi satelliti. Lo studioso evidenzia che tali segnali transienti sono compatibili con i riflessi di oggetti piatti e rotanti in orbita attorno alla Terra. Nel suo articolo su Medium, il professor Avi Loeb sottolinea che se il dottor Jewitt avesse menzionato la spiegazione tecnologica alternativa, il suo studio non sarebbe stato accettato per la pubblicazione. “Lo so per esperienza personale”, ha chiosato l’astrofisico, con un chiaro riferimento alle sue recenti indagini su 3I/ATLAS.