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Mangiare un pesce d’acqua dolce equivale a bere per un mese acqua fortemente contaminata da PFAS

Uno studio americano ha rilevato che i pesci d’acqua dolce in natura sono talmente contaminati dalle PFAS, le famigerate “sostanze chimiche per sempre”, che consumarli rischia di far accumulare livelli altissimi degli inquinanti nel nostro corpo.
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A cura di Andrea Centini
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I pesci d'acqua dolce sono talmente contaminati dalle PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) che mangiarne uno è come bere per un mese acqua con concentrazioni elevate di questi pericolosi inquinanti. Va tenuto presente che i pesci coinvolti nel nuovo studio sono quelli che vivono in natura, nei fiumi e nei laghi degli Stati Uniti; dunque non si tratta degli esemplari venduti nelle pescherie, dove solitamente finiscono animali da allevamento. Ciò nonostante si tratta di un risultato molto significativo che evidenzia quanto le cosiddette “sostanze chimiche per sempre” (a causa dell'incredibile persistenza ambientale) sono capillarmente diffuse e dannose, per l'ambiente ma non solo. Molte comunità di pescatori, infatti, dipendono dalla pesca d'acqua dolce in natura, esponendosi così a livelli altissimi di PFAS, associate a molteplici problemi di salute.

A determinare che il consumo di un singolo pesce d'acqua dolce corrisponde a bere acqua fortemente contaminata da PFAS per un mese è stato un team di ricerca statunitense guidato da scienziati dell'Environmental Working Group (EWG) di Washington, che hanno collaborato con i colleghi della Nicholas School of the Environment dell'Università Duke. I ricercatori, coordinati dal dottor David Q. Andrews, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato i dati di oltre 500 campioni di filetti di pesce d'acqua dolce raccolti tra il 2013 e il 2015, nell'ambito di vari programmi di monitoraggio condotti da diversi enti degli USA. Fra essi l'Agenzia statunitense per la protezione dell'ambiente (EPA), il Great Lakes Human Health Fish Fillet Tissue Study e il National Rivers and Streams Assessment.

Dall'analisi dei campioni è emerso che le concentrazioni medie di PFAS nei filetti di pesce catturati nei fiumi e nei torrenti era pari a 9.500 nanogrammi per chilogrammo (ng/kg), mentre nei pesci dei Grandi Laghi si arrivava a 11.800 ng/kg. La principale PFAS rilevata era l'acido perfluoroottansulfonico (PFOS), le cui concentrazioni negli animali rappresentavano circa il 75 percento del totale. I livelli medi rilevati sono risultati oltre 280 volte superiori a quelli dei pesci venduti nelle pescherie e nei locali commerciali, sulla base delle analisi condotte dalla Food And Drug Administration (FDA). Ciò indica che ad essere particolarmente esposte al rischio sono proprio quelle comunità che dipendono e prelevano il pesce direttamente in natura, e non chi va a comprarlo al negozio.

Queste sostanze si trovano nell'elenco degli interferenti / perturbatori endocrini e sono associate a molteplici condizioni cliniche, dall'infertilità all'ipertensione gestazionale, passando per nascita di bimbi sottopeso, diabete, tumori, colesterolo alto, soppressione immunitaria, riduzione dell'efficacia dei vaccini e molto altro ancora. Le PFAS si trovano in una moltitudine di prodotti di uso comune (rivestimenti, vernici, materiali tecnici, tessuti, schiume antincendio etc etc etc) e quando si riversano nell'ambiente ci restano, contaminando il territorio e la biosfera. Ecco perché sono conosciute come sostanze chimiche per sempre.

“Le persone che consumano pesce d'acqua dolce, in particolare quelle che catturano e mangiano pesce regolarmente, sono a rischio di livelli allarmanti di PFAS nei loro corpi”, ha dichiarato il dottor Andrews in un comunicato stampa. “Andavo a pescare ogni settimana e mangiavo quei pesci. Ma ora, quando vedo il pesce, tutto quello a cui penso è la contaminazione da PFAS”, ha aggiunto l'autore principale dello studio. “I risultati di questi test sono incredibili. Mangiare un pesce equivale a bere acqua contaminata da PFOS per un mese”, gli ha fatto eco il dottor Scott Faber, dirigente di EWG.

A causa di questa contaminazione diffusa, che riguarda anche l'acqua potabile, gli scienziati sottolineano l'importanza di informare la comunità pubblica dei rischi e di approntare metodi sempre più efficaci per eliminare le PFAS dall'ambiente e dai prodotti. Recentemente uno studio guidato da scienziati dell'Università della California di Riverside ha dimostrato che la luce ultravioletta e l'idrogeno gassoso possono eliminare il 95 percento delle PFAS dall'acqua in 45 minuti. I dettagli della ricerca “Locally caught freshwater fish across the United States are likely a significant source of exposure to PFOS and other perfluorinated compounds” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Environmental Research.

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