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“La riforma della caccia è mostruosa e ingestibile”: l’allarme della Lipu a Fanpage.it

La bozza del disegno di legge per riformare l’attività venatoria promosso dal Ministro dell’agricoltura Lollobrigida sta sollevando aspre critiche e indignazione, a causa delle molteplici e anacronistiche concessioni ai cacciatori. Fanpage.it ha intervistato il Direttore generale della Lipu Danilo Selvaggi per comprendere motivazioni e impatto di una simile proposta. Ecco cosa ci ha raccontato.
Intervista a Danilo Selvaggi
Direttore generale della Lipu
A cura di Andrea Centini
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In questi giorni ha ricevuto una forte eco mediatica la bozza del disegno di legge volto a riformare le norme in materia di tutela della fauna selvatica e caccia, suscitando un oceano di indignazione per la concentrazione di modifiche spiazzanti che lo caratterizzano. La proposta, promossa dal Ministro dell'agricoltura Francesco Lollobrigida, prevede infatti un balzo indietro normativo di svariati decenni, fino a sfociare in libertà per i cacciatori anacronistiche e spaventose. Giusto per fare qualche esempio, nel testo compaiono il permesso di cacciare durante il periodo della migrazione prenuziale; il ritorno dell'uccellagione con i roccoli per trasformare gli uccelli catturati in richiami vivi (senza limiti); caccia in aree demaniali come spiagge e foreste; caccia dopo il tramonto con tutto ciò che ne consegue per la sicurezza pubblica; rimozione del parere (scientifico) dell'ISPRA; possibile riduzione delle aree protette; e legalizzazione delle gare di caccia in notturna.

Di fatto siamo innanzi a un completo dietrofront rispetto al buon senso e alla direzione intrapresa dalla stragrande maggioranza degli altri Paesi, nei quali la bussola è stata ben tarata sulla tutela dell'ambiente e della biodiversità. Non c'è da stupirsi che anche molti personaggi pubblici – come Giovanni Storti – hanno lanciato appelli e j'accuse contro una simile proposta. Per comprendere meglio le ragioni e le conseguenze del disegno di legge avanzato dal governo Meloni, Fanpage.it ha contattato il Direttore generale della Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli) Danilo Selvaggi. La sua storica associazione è in prima linea contro le scellerate intenzioni di questo testo. Ecco cosa ci ha raccontato.

Dottor Selvaggi, per prima cosa le chiediamo cos'è che rende così atroce e anacronistico il disegno di legge proposto dal ministro Lollobrigida

Lo rende negativo il fatto che tutte le peggiori istanze venatorie, tutti i desideri più tradizionalisti e retrogradi che il mondo venatorio nutre oggi e da molti anni, trovano in questa bozza di disegno di legge la loro collocazione piena e naturale. Perché la bozza del disegno di legge – scritta probabilmente a quattro mani con il mondo venatorio visto quanto sono recepite le loro istanze – prevede tutto ciò che il sistema normativo italiano aveva scartato da molto tempo. Cioè la caccia in periodo di migrazione prenuziale degli uccelli, quindi diciamo da fine gennaio in poi, senza parere vincolante dell'ISPRA; il ripristino della pratica terribile – ma soprattutto vietata dalla Commissione Europea con la Direttiva Uccelli – dei richiami vivi, con anche una possibile estensione delle specie utilizzabili per questo scopo; la riduzione potenziale delle aree protette; e l'estensione della caccia anche dopo il tramonto con problemi che possiamo immaginare essere anche di natura sociale, di pericolo pubblico. Questo e tutta una lunga serie di altre situazioni che tendono a concedere spazi, tempi e possibilità al mondo venatorio, all'esercizio della caccia, e a eliminare tutti quelli che loro chiamano vincoli, lacci e lacciuoli, che invece non sono altro che gli strumenti di garanzia per la sicurezza pubblica e per la conservazione della natura.

Tutto questo trova in quella bozza il luogo per potersi realizzare. Il tutto, aggiungo, condito da una sorta di cornice generale e culturale, in cui si dice che il cacciatore e la caccia sono strumenti che concorrono alla conservazione della biodiversità. Messi assieme, questi due elementi, la caccia sostanzialmente senza limiti e la pretesa di contribuire alla conservazione della biodiversità, danno anche l'idea di quanto sia sconnessa logicamente tutta l'operazione.

Permettere di cacciare anche sulle spiagge, nelle foreste e in altre aree demaniali, persino di notte, alimenta in modo significativo il rischio per l'incolumità pubblica. Accadono non di rado incidenti di caccia in cui le persone vengono scambiate per animali. Come fa una cosa del genere a essere minimamente accettabile?

Questa è la questione di fondo. Teniamo presente che noi partiamo da una base che è quella di un Paese come l'Italia che è fortemente antropizzato, molto stretto, fitto di case, persone, ferrovie eccetera. Già di per sé l'attività venatoria nel nostro Paese è molto pericolosa e complicata. Quindi il passo indietro non devono farlo le persone, non possono sparire le case, il passo indietro lo deve fare il mondo venatorio che già oggi, con la possibilità di entrare nei terreni privati, risulta molto impattante anche socialmente, non soltanto per l'impatto ecologico. Questo accade oggi ed è un dato di fatto. La situazione dovrebbe suggerire alla politica, all'amministrazione, di rivedere per difetto le norme, cioè di alleggerire la pressione. Ma loro intendono aumentarla con ulteriori concessioni, con la rimozione di alcuni limiti, di alcune garanzie di produzione generale, aumentando anche i rischi.

Questo è il punto centrale. La bozza è talmente sconsiderata nella sua concezione che il vero problema sarà proprio di tipo gestionale. Perché una legge non è soltanto l'esercizio di scrittura nero su bianco di quello che vorresti, anche se si tratta delle cose peggiori. Se quell'ipotesi diventa effettivamente legge, poi la applichi, entra nella realtà, nella società, nella vita delle persone. E la devi gestire, amministrare. E garantisco che così com'è concepita, in ogni caso per quello che vogliono i cacciatori italiani, siamo di fronte a situazioni letteralmente ingestibili. Per questo io dico che siamo davanti a un mostro giuridico, ma soprattutto a un mostro pratico. Questo dà il segno del livello di spregiudicatezza e di irresponsabilità di questa operazione.

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In un contesto in cui il numero di cacciatori diminuisce drasticamente e il sentimento generale verso un'operazione del genere è di ripudio e indignazione, chi è che va a guadagnarci? Sembra un'operazione creata ad arte per raggranellare consenso politico in quella fetta di pochi irriducibili.

Non c'è partita in questa vicenda dal punto di vista percentuale. Chi ha interesse diffuso a che una cosa del genere accada è una nettissima minoranza. Ormai stiamo parlando di 400.000 – 500.000 persone, di età molto avanzata, che fra pochissimi anni saranno la metà, se non addirittura meno. Quindi, perché questa operazione? Perché chi la sta progettando ritiene che comunque quello sia un bacino di voti assicurati, che a livello locale in certi contesti geografici possono ancora fare la differenza. E questo è il primo problema. Il secondo problema è che la materia venatoria italiana oggi è gestita territorialmente dagli assessorati all'agricoltura e quindi dagli uffici caccia. Non dagli assessorati all'ambiente. Dagli uffici caccia e fortemente anche dal Ministero dell'agricoltura. C'è cioè un illogico dovuto alla lunga tradizione italiana per cui chi gestisce sono gli sfruttatori, non coloro che devono tenere a bada lo sfruttamento, cioè proteggere. E questo ha un peso notevolissimo sia nei calendari venatori, che sono fatti dai cacciatori che hanno in mano gli uffici di caccia, i dipartimenti e gli assessorati all'agricoltura territoriali, sia centralmente da chi come il Ministero dell'agricoltura continua a esercitare una sua egemonia. Poi c'è il terzo problema.

Ovvero?

Gli armieri. Gli armieri continuano a vedere nella caccia italiana una possibilità di guadagno e per questo ci sono alcune cose particolarmente pericolose nel disegno di legge. Per esempio togliere il limite della caccia al 10 di febbraio è una cosa pericolosissima. Perché se tu la estendi a febbraio quando c'è il passaggio degli uccelli migratori, significa mattanze di uccelli nel periodo vietatissimo della migrazione prenuziale. Quindi tanti pallini, tanti spari, tanti cacciatori e tanti soldi. Queste sono le tre ragioni, a fronte di un Paese che oggettivamente, comunque la si pensi dal punto di vista politico, sta altrove. Ha sposato la natura e non vuole che tordi o peppole vengano abbattuti.

Poiché, come diceva, con questo testo si entra in aperto contrasto con la Direttiva Uccelli dell'Unione Europea, sfociando nell'illegalità, nel caso in cui dovesse approvato l'Italia ne pagherebbe le conseguenze

Certamente ne pagherebbe le conseguenze. E tuttavia il livello di irresponsabilità di questa operazione è dimostrato anche dal fatto che oggi l'Italia è in procedura di infrazione sul tema del bracconaggio. E siamo sotto inchiesta per la caccia in periodo vietato. Quindi produrre poi una proposta di questo tipo dà l'idea di quanto siano disposti a sfidare anche le regole comunitarie, pur di accondiscendere alle richieste venatorie. Il che ci porta in un altro ambito del discorso. Diciamo che ci fa salire di un grado di ragionamento, perché ci porta alla considerazione antieuropeista di buona parte di questo governo, e dell'idea che l'Europa rappresenta un problema per tanti versi, ma soprattutto un problema ambientale, sulla protezione delle aree, sull'attenzione all'attività venatoria e su Natura 2000 (la più importante rete ecologica europea che abbraccia numerose aree protette NDR). Quindi è anche il sintomo di una cultura antieuropeista, che in questo testo si manifesta fortemente.

Era ventilata la possibilità che questo testo potesse passare nel Consiglio dei Ministri del 19 maggio, ma poi se n'è persa traccia. Per quale motivo?

La data del 19 maggio era un po' trapelata, sul fatto che loro fossero addirittura disponibili a portare subito il disegno di legge. Perché non lo hanno fatto dipende probabilmente da vari fattori, tra cui uno è quello che il Ministero dell'Ambiente ha preteso un passaggio con la Commissione Europea, consapevole della presenza di molti profili di infrazione anche piuttosto netti. Questo è il primo punto. Non è possibile portare un disegno di legge in questo stato al Consiglio dei Ministri perché è pieno di infrazioni. Secondo, perché oggettivamente con quel tipo di impostazione e contenuti, infrazioni e conflitto comunitario o meno, è una mostruosità. È troppo anche per loro. Potrebbe esserci stato anche un freno da alcune parti. Non escludo anche da parte del Ministero dell'Ambiente, di fronte a una proposta che è francamente irricevibile.

Dopo di che noi abbiamo svelato questa cosa. Il fatto che abbiamo lanciato l'allarme, che abbiamo potuto leggere il testo e commentarlo pubblicamente ha certamente rappresentato un ostacolo. E quindi un problema ulteriore per affrettare i tempi. Il nostro allarme poi si è visto cosa ha generato, perché la questione è diventata di dibattito pubblico, di grande indignazione generale, ben oltre i confini dell'ambientalismo classico e quindi anche questo per loro sarà un bel problema. Ora vedremo. Nel caso in cui ci siano questi contatti con l'Europa – e a noi risulta di sì – molto dipenderà da cosa accadrà, da cosa si diranno e da quanto tempo impiegheranno questi contatti.

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C'è il rischio che la proposta possa entrare nel “Collegato Ambientale”; di cosa si tratta e perché ciò aumenterebbe il rischio di approvazione?

La questione del Collegato Ambientale riguarda il fatto che l'idea del Governo è di presentare un disegno di legge. Il disegno di legge governativo in un certo senso è una proposta di legge, equivale a una proposta di legge parlamentare. Deve più o meno fare lo stesso iter, però è chiaro che essendo l'iniziativa del Governo, è più forte e solida. Tuttavia i percorsi parlamentari in Italia, io dico per fortuna, per quanto riguarda le leggi ordinarie sono lunghi. Perché assegnano una commissione, si discutono emendamenti, si vota, poi si va in aula, si discute ancora, poi vai all'altra Camera, si cambia, si torna indietro e così via. Sono operazioni giustamente lunghe, perché quando si fanno le leggi ci vuole del tempo, figuriamoci quando si fa una riforma di questo tipo. È per questo che è saltata fuori l'idea di agganciarsi a un qualche treno normativo che possa veicolare più velocemente il provvedimento.

È impensabile un decreto legge, perché non è materia di urgenza e non si fanno le riforme complessive con i decreti legge. Quindi ci potrebbe essere questa ipotesi di agganciarsi a un provvedimento più vasto come il Collegato Ambientale, che è un grande contenitore di norme diverse, tutte attinenti in qualche modo all'aspetto ambientale. E quello per ragioni proprio regolamentari va avanti più spedito. Quindi questa è l'ipotesi che fa spiegare un pochino la promessa di Lollobrigida di approvare la riforma della caccia entro agosto.

Lei che ne pensa? Ci riusciranno?

Io penso che anche col Collegato Ambientale sia impensabile. Ma anche questo dimostra che livello di irresponsabilità è stato raggiunto. Una proposta del genere che impatta il Paese e le questioni comunitarie in questo modo la vuoi approvare nel giro di due mesi. Siamo di fronte a delle mostruosità giuridiche, istituzionali, politiche e culturali. Ma sono tempi singolari quelli che stiamo vivendo, tempi in cui accadono anche cose che ieri erano impensabili. Quindi dobbiamo metterci nella condizione di aspettarci l'inaspettato. E questa secondo me è una condizione di forza. Anche un atto, un'iniziativa così fuori dalla ragionevolezza potrebbe avere delle chance. Io credo che non andranno in Consiglio dei Ministri con quella bozza. Io credo che se ci andranno, lo faranno con un disegno di legge più soft. Il che, però, non significa che non si tratterebbe di una iniziativa pericolosa. Perché possono esserci anche due o tre cose, ma sono cose esplosive, che fanno saltare in aria un sistema che tutto sommato ha retto e che se va toccato, va toccato per migliorare la conservazione della natura, non per peggiorarla. Anche se arrivano con un disegno di legge “asciugato”, ma con due o tre punti critici, va assolutamente fermato.

Qualora questo testo riuscisse a passare servirebbe anche la firma del Presidente della Repubblica. E ancora, per "rispedirlo al mittente" si potrebbe sfruttare un referendum, alla luce del pensiero della stragrande maggioranza degli italiani.

Piuttosto che sperare nel referendum, che è uno strumento bellissimo ma che non funziona più con il quorum che lo ha ucciso, oggi noi dobbiamo ragionare in termini preventivi. Non ci dobbiamo arrivare al referendum. Dobbiamo fermare prima questa cosa. Non dobbiamo nemmeno arrivare alla firma di promulgazione del Presidente della Repubblica. Dobbiamo arrivare prima.

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