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In Piemonte per la prima volta una tecnologia contro i PFAS nelle acque reflue: “Ridotti del 95% in laboratorio”

La tecnologia (SAFF40) promette di ridurre in modo significativo il problema dei PFAS a monte del ciclo idrico, direttamente nelle acque reflue. In Italia il primo ad averla adottata in via sperimentale è Acqua Novara VCO, gestore idrico del Piemonte: “Da sola non basta, fondamentale ridurre gli scarichi del processo industriale”.
Intervista a Daniele Barbone
Amministratore delegato di Acqua Novara VCO
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Le sostanze perfluoroalchiliche, anche note come PFAS, sono state ormai da tempo riconosciute a livello internazionale come un pericolo per l'ambiente e la salute. Note anche come "inquinanti eterni", sono sostanze chimiche ampiamente utilizzate per le loro proprietà – sono idrorepellenti e oleorepellenti – in moltissimi settori industriali. Oggi queste sostanze sono presenti in moltissimi oggetti, anche di uso comune: pentole antiaderenti, detergenti, imballaggi in carta, vernici e molti altri. Inoltre, essendo sostanze – spiega la Fondazione Umberto Veronesi – sostanze tossiche, mobili e persistenti, i PFAS, se non gestiti correttamente durante il processo industriale, possono finire nelle acque sotterranee e nel suolo. In Italia i dati più preoccupanti sono stati registrati in Veneto, Piemonte e Lombardia. Se non intercettati, dalle acque possono finire nella catena alimentare e accumularsi così all'interno del corpo umano.

Anche se gli effetti sulla salute di queste sostanze sono ancora oggetto di studi scientifici, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha indicato tra i possibili effetti un aumento dei livelli di colesterolo nell’uomo, mentre altri studi suggeriscono una correlazione con alterazioni del sistema immunitario, riproduttivo, della tiroide e perfino con alcuni tipi di neoplasie. Tanto che l'Efsa ha fissato una soglia massima di sicurezza dei valori dei principali PFASA all'interno del corpo.

Per questi motivi, anche l'Unione Europea si è mossa per limitare l'esposizione ai PFAS attraverso una direttiva che impone ai Paesi membri di rispettare alcuni limiti inviolabili per quanto riguarda la loro presenza nell'acqua potabile. Con l0 stesso obiettivo, in Piemonte, l'Acqua Novara VCO (Piemonte), uno dei principali  gestori idrici della regione, a marzo ha adottato in via sperimentale e per la prima volta in Italia una tecnologia (SAFF40) –  che potrebbe ridurre in modo significativo i PFAS presenti nelle acque reflue. A Fanpage.it Daniele Barbone, amministratore delegato di Acqua Novara VCO, ha spiegato come funziona questa nuova tecnologia e gli obiettivi della sperimentazione in corso.

Le leggi sui PFAS in Italia

Il tema della regolamentazione della presenza dei PFAS nelle acque è piuttosto complesso. È vero che il governo Meloni con due decreti ha introdotto delle soglie ancora più stringenti rispetto alla direttiva UE per quanto riguarda i PFAS presenti nell'acqua potabile, ma è altrettanto vero che la legge di Bilancio 2026 ha introdotto una deroga di sei mesi per l'applicazione del limite di 20 nanogrammi per litro per i quattro PFAS ritenuti prioritari dall'Efsa (uno dei limiti aggiuntivi previsti dal governo Meloni). Inoltre "in Italia – spiega Barbone – non esiste una normativa nazionale per quanto riguarda la presenza di PFAS negli scarichi. Le uniche due esperienze esistenti sono regionali: il Veneto e il Piemonte.

Nello specifico il Piemonte ha anche approvato una legge regionale ad hoc (la Legge Regionale 25 del 2021), nata dopo il caso storico dello stabilimento chimico di Spinetta Marengo, dove si trova l'unico stabilimento chimico in Italia a produrre PFAS. "Questa legge – spiega Barbone – stabilisce limiti massimi trasversali agli scarichi in acque superficiali validi per tutte le aziende sul territorio regionale. Inoltre consente ai gestori idrici di avviare, su scala territoriale, attività di mappatura e prevenzione". Nell'arco di questo approccio di prevenzione e monitoraggio Acqua Novara VCO ha avviato un importante piano di monitoraggio delle acque presenti sul territorio di competenza e avviato un lavoro di collaborazione con le aziende e associazioni di categoria "per ridurre progressivamente la presenza di queste sostanze alla fonte, prima ancora che arrivino ai depuratori".

Come funziona la tecnologia SAFF40

Rientra in questa strategia la nuova sperimentazione con la tecnologia SAFF che durerà sei mesi. Questa tecnologia, prodotta in Australia, "in laboratorio ha dimostrato un'efficacia di abbattimento delle sostanze PFAS – nello specifico quelli con catene da sei atomi di carbonio in su –superiore al 95%", spiega Barbone. "Ora la sperimentazione che stiamo facendo ci permette di lavorare in una scala pilota industriale, in quanto trattiamo circa 20 metri cubi all'ora di acque reflue. I risultati potremmo conoscerli soltanto tra sei mesi".

In sostanza, rispetto a quanto impongono le leggi attualmente esistenti, la tecnologia SAFF punta a intercettare ed eliminare i PFAS non alla fine del ciclo dell'acqua, ovvero nelle acque potabili, ma molto prima, a monte, direttamente nelle acque reflue. " Quando i PFAS entrano nella matrice ambientale, e in particolare nell'acqua, sono difficilissimi da rimuovere e ancora di più da abbattere. Questo vale a maggior ragione per le acque reflue (fognarie o industriali), dove la presenza di altri contaminanti rende il quadro ancora più complesso rispetto alle acque pulite". La nuova tecnologia SAFF – stando a quanto sostengono i suoi promotori – punta a raccogliere e intercettare i PFAS presenti nelle acque imitando un comportamento naturale di queste sostanze.

Che fine fanno i PFAS eliminati

"Si è visto che i PFAS hanno una predilezione per la schiuma, ovvero tendono a spostarsi dalla frazione limpida dell'acqua alla frazione schiumogena, concentrandosi nella schiuma – spiega Barbone – L'impianto che abbiamo realizzato consiste in stadi successivi che realizzano questo "schiumeggiamento". La frazione schiumogena viene poi progressivamente concentrata per ridurre il volume complessivo dell'acqua, fino a ottenere un iperconcentrato di PFAS in piccolissimi volumi ad altissima concentrazione che vengono poi inviati a termodistruzione". I PFAS – spiega Barbone – non possono essere degradati attraverso processi naturali in quanto quel legame carbonio-fluoro non esiste in natura.

Il nodo dei costi

In attesa che la sperimentazione giunga al termine e che vengano elaborati e resi noti i risultati, "è fondamentale però – specifica Barbone – lavorare sulla prevenzione a 360 gradi, che significa prima di tutto lavorare con le aziende per agire all'origine del problema, ovvero ridurre i PFAS immessi negli scarichi dai processi industriali, altrimenti non ce la faremo mai".

Per quanto riguarda le risorse economiche "siamo stati autorizzati dalle autorità di regolazione a utilizzare le risorse che arrivano dalla regolare tariffazione, ma ritengo giusto – aggiunge – che i sistemi di tariffazione degli scarichi tengano in considerazione la tematica PFAS. Questo significa che le industrie che scaricano queste sostanze dovrebbero pagare di più in quanto il loro mancato intervento obbliga qualcun altro a intervenire per rimuovere queste sostanze dalle acque, un lavoro che ha un costo".

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