video suggerito
video suggerito

In Giappone quasi una persona su due è allergica ai pollini: la causa risale al secondo dopoguerra

In Giappone negli ultimi decenni sempre più persone hanno sviluppato la rinite allergica. Oggi la percentuale di giapponesi colpiti dall’allergia ai poli è pari al 43% della popolazione, ma la causa di questo fenomeno affonda le radici direttamente nel secondo dopoguerra.
0 CONDIVISIONI
Immagine

Era il 1963 quando in Giappone veniva identificata per la prima volta la rinite allergica da cedro giapponese (anche detto sugi), oggi le allergie da pollini sono diventate un problema di salute nazionale. Ne soffre infatti circa il 43% della popolazione, una percentuale ben più alta – ricostruisce la Bbc – rispetto ai dati documentati in altri Paesi. Negli Stati Uniti ad esempio le persone che manifestano sintomi da rinite allergica non superano il 26% della popolazione, nel Regno Unito la percentuale è addirittura ferma tra il 12% e il 18%.

È vero che l'aumento delle persone che soffrono di rinite allergica è un fenomeno che negli ultimi anni si è registrato in diverse parti del mondo, complice l'arrivo in anticipo della fioritura primaverile per effetto del crisi climatica, ma ciò che è accaduto in Giappone negli ultimi decenni va ben oltre rispetto a quanto visto in altri Paesi e ha origini molto chiare.

Un fenomeno che inizia lontano

Tutto ebbe inizio negli anni '50, quando per rimediare alle enormi deforestazioni che il governo giapponese aveva autorizzato durante la seconda guerra mondiale per far fronte alla carenza di risorse come petrolio e gas – sostituite così dall'uso del legno come combustibile alternativo – le autorità locali si trovarono costrette a trovare un modo per ripopolare le foreste. Molto montagne erano infatti state completamente spogliate dalle loro foreste e questo aveva contribuito a eventi disastrosi in diverse regioni del Paese, come frane e alluvioni.

Per risolvere il più velocemente possibile il problema il governo giapponese avviò delle enormi campagne di riforestazione piantando soltanto due varietà di alberi: il cedro giapponese (sugi) e il cipresso giapponese (hinoki). Si tratta di due specie autoctone e sempre verdi che avevano il vantaggio di crescere rapidamente. Tuttavia quello che sembrava essere un'operazione vantaggiosa, decenni dopo si è rivelata un'arma a doppio taglio per la popolazione e quindi per il Paese.

Gli effetti sulla popolazione

Oggi infatti le foreste di hinoki e sugi rappresentano un quinto dell'intera superficie terrestre e un terzo di tutte le aree ricoperte da foreste del Giappone. Parliamo di circa 10 milioni di ettari, ovvero 100.000 chilometri quadrati. In realtà, le foreste rappresentano un'area molto estesa in Gippone, il che è un elemento assolutamente positivo da un punto di vista ambientale. Sappiamo infatti che le foreste svolgono un ruolo chiave nell‘immagazzinare il carbonio. Tuttavia aver piantato monocolture così estese di queste due specie di alberi ha creato un problema, la cui portata è emersa a pieno circa trenta anni dopo, quando gli alberi piantati nel dopoguerra hanno raggiunto la maturità. Gli alberi di sugi e hinoki immettono infatti nell'aria enormi quantità di polline leggero che – complice la vicinanza in Giappone tra città e foreste – raggiungono molto facilmente le città. Basta fare un giro su TikTok per intercettare centinaia di contenuti che spiegano come sopravvivere alla stagione dei pollini in Giappone o che mostrano veri e proprie nuvole di pollini sollevarsi dalle foreste.

La rinite allergica, quando causa sintomi importanti, può impattare sul normale svolgimento delle attività quotidiane. Secondo i dati citati dalla Bbc, la stagione dei pollini, tra giorni di malattia, calo della produttività e riduzione dei consumi da parte dei cittadini costretti a rimanere a casa, ha un grave impatto anche sulle casse del Paese. Ecco perché nel 2023 il Giappone ha dichiarato che le allergie rappresentano un problema sociale nazionale e ha annunciato un piano per contrastarne il responsabile numero uno: ridurre la concentrazione di polline del 50% in 30 anni, riducendo per prima cosa del 20% le aree forestali piantate con alberi di sugi.

In realtà, però realizzare questo processo potrebbe essere tutt'altro che semplice. Parliamo infatti di un'area molto estesa, che dovrebbe essere rimpiazzata da altre specie di alberi. Come abbiamo detto infatti se da una parte queste foreste hanno portato praticamente un giapponese su due a fare i conti con starnuti, sonnolenza, prurito costante a occhi, naso e gola, hanno anche contribuito a immagazzinare il carbonio – da sole le piantagioni di sugi raccolgano quasi la metà del carbonio catturato dalle foreste in Giappone in un anno. E per il Paese è fondamentale conservare questa risorsa per raggiungere l'obiettivo zero emissioni. Inoltre, da quando ha annunciato il suo piano, il Paese ha indicato circa 980.000 ettari di foreste di piantagioni di sugi più vicine alle città e quindi selezionate per essere disboscate. Ma – secondo quanto riporta la Bbc – non tutte verranno sostituite con foreste di latifoglie ma verranno anche usati sugi a basso contenuto di polline e a zero polline, ma molti temono che questa strategia potrebbe non bastare a risolvere il problema.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views