Enorme buco coronale apparso sul Sole: “Presto punterà la Terra, possibile tempesta geomagnetica il 19-20 aprile”

Un enorme buco coronale si è appena formato sul Sole. La struttura, come mostrano le immagini catturate dal telescopio spaziale Solar Dynamic Observatory (SDO) della NASA, occupa una porzione significativa dell'atmosfera della stella, nella parte alta e a sinistra sul disco solare. Il buco coronale si estende per centinaia di migliaia di chilometri ed è talmente grande che, potenzialmente, può “inglobare” decine di pianeti Terra messi uno accanto all'altro. Nonostante le dimensioni pantagrueliche, è poco più della metà del gigante che si aprì sul Sole il 20 maggio del 2025 (oltre 1 milione di chilometri di estensione). Come spiegato dall'astrofisico Tony Phillips sul portale specializzato in meteo spaziale Spaceweather.com, il nuovo buco coronale presto si orienterà verso la Terra, facendo fluire il vento solare nella nostra direzione. “Il vento solare che emerge da questo buco coronale dovrebbe raggiungere il nostro pianeta tra il 19 e il 20 aprile, potenzialmente innescando tempeste geomagnetiche di classe G1”, ha evidenziato l'esperto. Fortunatamente, non ci attendono tempeste solari significative, anche se, come indicato dalla NOAA, anche le minori (classe G1) possono avere effetti su infrastrutture elettriche, operazioni satellitari, comunicazioni radio e persino migrazione degli animali che sfruttano il campo magnetico terrestre per orientarsi, tramite un senso chiamato magnetoricezione.

Cosa sono i buchi coronali
Ma cosa sono esattamente i buchi coronali? Come aveva spiegato a Fanpage.it la dottoressa Valentina Penza, ricercatrice del Gruppo Solare presso l'Università di Tor Vergata di Roma, innanzitutto non sono veri e propri buchi. “Sono delle strutture che sembrano scure se si osserva il Sole ad alte energie, quindi raggi X e ultravioletto estremo. Sono stati scoperti solo da quando è stato possibile mandare i satelliti a osservare fuori atmosfera, perché ultravioletto e raggi X sono onde elettromagnetiche assorbite dall'atmosfera”, aveva affermato l'esperta. La ragione per cui li vediamo più scuri nelle immagini catturate dagli strumenti scientifici, risiede nel fatto che il plasma – composto da particelle cariche elettricamente – qui è meno denso e un po' più freddo. Il principio è in parte simile a quello delle macchie solari sulla fotosfera, la superficie visibile della stella, che sono più fredde delle aree circostanti (4.000 °C contro circa 6.000 °C). Tuttavia le macchie solari sono strutture osservabili nello spettro della luce ottica, visibile, mentre i buchi coronali solo “nelle immagini a raggi ultravioletti estremi (EUV) e a raggi X”, come spiegato dalla NASA.

Una differenza sostanziale risiede nel fatto che le macchie solari, caratterizzate da turbolenti campi magnetici, sono appunto sulla fotosfera, mentre i buchi coronali, come suggerisce il nome, si trovano sulla corona solare, che è lo strato più esterno – e caldissimo – dell'atmosfera solare. “Questi buchi sono creati da vaste regioni del campo magnetico solare a polarità singola (unipolare) che si estendono a grande distanza nel sistema solare. Talvolta vengono chiamate linee di campo magnetico "aperte" poiché non sono collegate al Sole”, evidenzia la NASA. Proprio il fatto che il campo magnetico in questi punti sia aperto, lascia fluire il vento solare verso lo spazio circostante.
Nonostante questo flusso dia vita alla componente veloce del vento solare, che può raggiungere velocità di 700 chilometri al secondo, in genere quando esso colpisce la magnetosfera (il campo magnetico terrestre) non innesca tempeste geomagnetiche forti (G3) o di classe superiore, ma limitate a eventi moderati (G2) o minori (G1) come quello atteso per il 19-20 aprile 2026. In sostanza, i buchi coronali sono più “mansueti” dei brillamenti solari, dai quali possono scaturire espulsioni di massa coronale (CME) significative in grado di innescare tempeste solari acute (G4) o persino estreme (G5). “Anche dai buchi coronali possono generarsi CME, però, per quanto veloce, il vento solare non ha quell'effetto esplosivo e violento che hanno invece i flare solari. Che sono appunto emissioni di particelle e radiazione”, aveva affermato la dottoressa Penza.
I buchi coronali sono normalmente presenti ai poli del Sole (quindi dalla Terra non li vediamo) e possono formarsi “in qualsiasi momento durante il ciclo solare di 11 anni”, evidenzia l'agenzia aerospaziale statunitense, “ma sono più evidenti in prossimità del minimo solare”. I buchi coronali possono inoltre accrescersi e spostarsi a latitudini inferiori, manifestandosi come le enormi strutture scure visibili nelle immagini catturate dal telescopio spaziale SDO e da altri strumenti.