Cosa vuol dire che il mondo è in “bancarotta idrica”: perché l’acqua non basta più

Negli ultimi decenni, in molte parti del mondo l’acqua ha continuato a scorrere dai rubinetti, a irrigare i campi e ad alimentare le città. Ma sotto questa apparente continuità, qualcosa si è progressivamente incrinato. Falde acquifere che si abbassano anno dopo anno, laghi che non riescono più a recuperare i livelli storici, zone umide che scompaiono senza possibilità di rigenerarsi: segnali diversi di uno stesso squilibrio di fondo. È per descrivere questa nuova realtà che le Nazioni Unite introducono il concetto di bancarotta idrica globale, una condizione in cui l’uso dell’acqua ha superato stabilmente la capacità dei sistemi naturali di rinnovarla. In altre parole, in molte regioni il “capitale idrico” è stato consumato oltre il punto in cui può essere ricostituito in tempi compatibili con le esigenze umane, ambientali ed economiche.
Il concetto è al centro del rapporto Global Water Bankruptcy: Living Beyond Our Hydrological Means in the Post-Crisis Era, pubblicato dall’United Nations University – Institute for Water, Environment and Health (UNU-INWEH), il think tank delle Nazioni Unite dedicato alle risorse idriche. “Questo rapporto racconta una scomoda verità: molte regioni stanno vivendo al di sopra delle loro possibilità idrologiche e molti sistemi idrici critici sono già in bancarotta” afferma l’autore principale, il professor Kaveh Madani, direttore dell’Istituto.
L’analogia finanziaria è centrale: molte società non solo hanno esaurito il loro “reddito” annuale di acqua rinnovabile – fiumi, piogge, manto nevoso – ma hanno anche intaccato i “risparmi” accumulati in falde acquifere, ghiacciai, zone umide e laghi. Il risultato è una perdita strutturale: compattazione irreversibile delle falde, abbassamento del suolo in città e delta, scomparsa di ecosistemi chiave, riduzione permanente della biodiversità.
Dal punto di vista scientifico, il rapporto si basa su un articolo sottoposto a revisione paritaria che sarà pubblicato sulla rivista Water Resources Management, e viene diffuso in vista della Conferenza ONU sull’Acqua 2026, che sarà preceduta da un incontro preparatori a Dakar, in Senegal (26-27 gennaio). Il concetto si inserisce in un filone di ricerca più ampio sulla sicurezza idrica globale, richiamato anche da recenti report accademici internazionali e ripreso dal dibattito scientifico e mediatico.
Il messaggio chiave è che il ciclo globale dell’acqua ha superato il suo spazio operativo sicuro, insieme a clima e biodiversità. Non ovunque, non allo stesso modo, ma in un numero sufficiente di sistemi critici da alterare il profilo di rischio dell’intero pianeta. Come spiega Madani, questi sistemi sono interconnessi da commercio, migrazioni, feedback climatici e dipendenze geopolitiche: per questo la bancarotta idrica non è la somma di crisi locali isolate, ma una condizione globale condivisa.
I numeri che spiegano perché si parla di bancarotta
Il rapporto ONU accompagna la nuova definizione con una fotografia quantitativa che rende evidente il salto di scala. Alcuni dati sono particolarmente indicativi:
- Circa 4 miliardi di persone sperimentano una grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno.
- Il 75% della popolazione mondiale vive in Paesi classificati come insicuri o gravemente insicuri dal punto di vista idrico.
- Oltre il 70% delle principali falde acquifere mostra un declino a lungo termine.
- Negli ultimi cinquant’anni sono stati persi circa 410 milioni di ettari di zone umide naturali, un’area quasi pari all’intera Unione Europea.
- Più della metà dei grandi laghi del mondo ha perso acqua dall’inizio degli anni Novanta, con effetti diretti su circa un quarto dell’umanità che da essi dipende.
A questi numeri si aggiungono conseguenze economiche e ambientali difficili da compensare: servizi ecosistemici persi per migliaia di miliardi di dollari l’anno, terreni agricoli danneggiati da salinizzazione e subsidenza, città che sprofondano di diversi centimetri all’anno.
È in questo contesto che il rapporto invita a una transizione concettuale e politica: “Dobbiamo passare dalla gestione delle crisi alla gestione della bancarotta” sottolinea Madani, perché l’obiettivo non può più essere “tornare alla normalità”, ma evitare ulteriori perdite irreversibili e adattarsi a nuovi limiti idrologici.
Perché l’acqua non basta più
La scarsità descritta dall’ONU non dipende solo da una diminuzione delle piogge o dalla crescente frequenza di eventi estremi. È il risultato cumulativo di sovrasfruttamento cronico, inquinamento, degrado del suolo, deforestazione e riscaldamento globale. In molte regioni, anche dove l’acqua “sembra” presente, la quota realmente utilizzabile si riduce a causa della qualità sempre peggiore delle risorse disponibili.
L’agricoltura è al centro di questa dinamica: assorbe circa il 70% dei prelievi globali di acqua dolce, mentre le falde acquifere forniscono oggi circa la metà dell’acqua domestica e oltre il 40% di quella per irrigazione. “Milioni di agricoltori stanno cercando di coltivare più cibo sfruttando fonti d’acqua in diminuzione, inquinate o in via di esaurimento” avverte Madani. Senza una rapida transizione verso sistemi agricoli più efficienti e resilienti, la bancarotta idrica è destinata ad ampliarsi.
Il rapporto insiste su un punto cruciale: una regione può essere allagata e trovarsi comunque in bancarotta idrica, se i prelievi a lungo termine superano la capacità di ricarica. La questione non è quanto un luogo appaia umido o secco, ma l’equilibrio tra entrate e uscite nel tempo.
Da qui le conclusioni: riconoscere formalmente la bancarotta idrica, proteggere il capitale naturale che rende possibile l’acqua, riequilibrare diritti e aspettative, sostenere transizioni giuste per le comunità più colpite e usare l’acqua come leva di cooperazione, non di conflitto “Dichiarare bancarotta non significa arrendersi, ma ricominciare da capo” afferma Madani. “Più a lungo rimandiamo, più profondo diventa il deficit”.
In questa prospettiva, le prossime scadenze internazionali – dalla Conferenza ONU sull’Acqua del 2026 agli Obiettivi di sviluppo sostenibile del 2030 – diventano punti di svolta. Il messaggio finale del rapporto è netto: l’acqua non è solo una vittima delle crisi ambientali, ma un fattore strutturale da cui dipendono sicurezza alimentare, stabilità economica e coesione sociale. Riconoscerne i limiti è il primo passo per non superarli definitivamente.