Arrestato per omicidio perché il suo DNA era sulle unghie della vittima. Ma lui quella notte era in ospedale
Non si conoscevano né si erano mai neppure incontrati. Ma il suo DNA era stato trovato sulle unghie di un uomo, morto durante una rapina in casa. La vittima era Raveesh Kumra, 66 anni, un investitore della Silicon Valley residente a Monte Sereno, in California. La traccia genetica era invece di Lukis Anderson, 26 anni, un senzatetto che viveva a San Jose, a circa 20 chilometri dalla scena del crimine.
Gli investigatori ritenevano che i due avessero avuto una colluttazione prima che Kumra venisse immobilizzato e gli fosse tappata la bocca con il nastro adesivo che lo aveva soffocato. Poche settimane dopo, Anderson fu arrestato e accusato di omicidio: il suo DNA, già nel database della polizia, dava corrispondenza. Ma c’era un dettaglio che sembrava impossibile da conciliare con quell’accusa.
Quella notte, Anderson si trovava in ospedale, dove era stato trasportato d’urgenza per un collasso alcolemico. Era stato ricoverato alle 22:45, poco prima che i rapinatori entrassero in azione.
Un omicidio che non poteva commettere
Anderson era rimasto in ospedale per tutta la notte, fino alle 9:50 del mattino successivo, sotto stretto controllo medico per un tasso alcolemico cinque volte superiore al limite consentito in California.
Non avrebbe potuto essere nel letto d'ospedale e nella casa di Kumra contemporaneamente. Ma prima che qualcuno capisse come il suo DNA fosse finito sotto le unghie della vittima sarebbero passati diversi mesi. E quel qualcuno sarebbe stato proprio il detective che lo aveva fatto arrestare, Eric Lunsford.
Una sera, rileggendo la cartella clinica di Anderson, Lunsford si soffermò sui nomi dei due paramedici che lo avevano soccorso, caricato su una barella e portato in ospedale con l’ambulanza. Gli sembrò di aver già visto quei due nomi. Così riaprì i fascicoli del caso Kumra e trovò che i nomi dei due paramedici erano gli stessi del rapporto sui soccorsi.
Tre ore dopo aver trasportato Anderson in ospedale, i due paramedici erano intervenuti a Monte Sereno, dove avevano controllato i parametri vitali di Kumra, dichiarandolo morto. Il DNA di Anderson poteva quindi essere arrivato sulle unghie della vittima attraverso di loro.
In che modo, non si saprà mai con certezza. Il procuratore pensò al saturimetro, il sensore che si infila sul dito dei pazienti, usato prima su Anderson e poi su Kumra. L’avvocata di Anderson ipotizzò invece che potessero essere stati gli indumenti o un altro strumento.
Quanto emerso fu però sufficiente per il ritiro dell’accusa e Anderson tornò ad essere un uomo libero dopo quasi sei mesi di carcere. Non ebbe alcun risarcimento e riprese a vivere per strada, chiedendo un sussidio di invalidità che avrebbe potuto permettergli di avere finalmente una casa.
I veri rapinatori erano tre uomini di Oakland: DeAngelo Austin, 22 anni, il cui DNA fu trovato sul nastro che soffocò Kumra; Javier Garcia, 21 anni, che aveva lasciato le sue tracce genetiche sui guanti trovati nella casa della vittima; e Marcellous Drummer, a cui gli investigatori arrivarono mesi dopo, quando il suo DNA comparve su altre prove raccolte nell’abitazione. Furono tutti condannati: Garcia all’ergastolo, on possibilità di libertà condizionale dopo 37 anni; Austin e Drummer all’ergastolo senza libertà condizionale.
Anche per loro il DNA aveva parlato, insieme ad altre prove. Per Anderson, il DNA aveva invece detto una cosa vera nel posto sbagliato: era davvero sulle unghie di Kumra. Ma lui, quella notte, non c’era.