Il "Miracolo della dote" di San Nicola dipinto da Gentile da Fabriano (1425), Polittico Quaratesi, Galleria degli Uffizi, Firenze.
in foto: Il "Miracolo della dote" di San Nicola dipinto da Gentile da Fabriano (1425), Polittico Quaratesi, Galleria degli Uffizi, Firenze.

Il 6 gennaio è arrivato e con esso, durante la notte, la tanto attesa calza della Befana. Una figura ormai entrata nell'immaginario comune come personificazione della celebrazione che chiude le festività natalizie, legata da un lato alla tradizione cristiana dell’arrivo dei re Magi alla capanna di Gesù e dall'altra, con una lunghissima storia fatta di leggende e mitologie pagane. La festa, assorbita gradualmente dal cristianesimo attraverso la figura di San Nicola, ha origini e significati riconducibili alle antiche divinità naturali dei popoli italici. Ecco perché in passato al posto di dolciumi e caramelle i bambini trovavano frutta e cenere nelle loro calze, e non ne erano affatto scontenti.

L’origine italica della “befana”

La “Befana” altri non è che la personificazione dei rituali connessi con l’Epifania: “bifana” o “pifana” è il modo in cui la protagonista indiscussa di questa festa inizia ad essere riconosciuta nelle regioni di Lazio e Toscana a partire almeno dal XVI secolo, con un processo di corruzione lessicale proprio dei dialetti di queste zone.

L’origine tutta italica della tradizione sarebbe legata, inoltre, agli antichi rituali che nel calendario romano celebravano il solstizio d’inverno e il Sol Invictus: un periodo di rigenerazione, in cui le tenebre lasciavano gradualmente il posto alla luce, e durante il quale la natura ricominciava a fiorire. E proprio a Madre Natura era dedicata la festa celebrata il dodicesimo giorno dopo il solstizio: i miti legati a questa festa assegnavano a Diana e nelle sue ancelle il compito di “volare” sui campi e annunciare il nuovo ciclo naturale.

La calza della Befana e San Nicola

Frutta secca, arance e, per i più cattivi, carbone: la tradizionale calza della Befana oggi per lo più piena di cioccolata, caramelle e altre leccornie sofisticate, in passato rappresentava, attraverso la semplicità dei suoi doni, un simbolo di prosperità e di abbondanza. Perfino il carbone, anticamente, era considerato un richiamo al rinnovamento stagionale della natura. Così come la figura della Befana, anche la tradizione della calza deve molto agli antichi rituali di fertilità, ma gran parte della sua importanza nel folclore popolare è dovuto all'assimilazione, operata dalla tradizione cristiana, alle leggende su San Nicola.

Le arance e il “miracolo della dote”

Il Miracolo della dote in una versione dipinta da Ambrogio Lorenzetti nel 1332, Galleria degli Uffizi, Firenze.
in foto: Il Miracolo della dote in una versione dipinta da Ambrogio Lorenzetti nel 1332, Galleria degli Uffizi, Firenze.

In molti Paesi d’Europa, anche dove non è la vecchina in sella alla scopa a consegnare i doni ai bambini ma lo stesso Babbo Natale, la notte del 6 gennaio protagoniste indiscusse delle aspettative golose dei più piccoli erano (e in alcuni casi, sono ancora) le arance. Un’usanza che nasce nel XIX secolo ma che, a ben vedere, riprende l’antico racconto del “miracolo della dote” di San Nicola.

Fu infatti con le prime novelle e poesie dedicate a Santa Claus, come la famosa “Notte prima di Natale” di Clement C. Moore, che la figura del vescovo di Myra entrò a tutti gli effetti a far parte dell’immaginario comune come il barbuto e rubicondo portatore di doni ai più piccoli: fra le altre sorprese che Babbo Natale poteva riservare ai bambini, immancabili erano le arance. Il frutto succoso e prelibato richiama, infatti, la forma e il colore dei tre lingotti d’oro che San Nicola avrebbe segretamente regalato a tre fanciulle poverissime salvandole da un destino di schiavitù e permettendo loro, con la ricca dote ricavata dal dono, di sposarsi.

La similitudine fra la leggenda di San Nicola e le arance fu favorita anche dal fatto che, almeno per buona metà del XIX secolo, il frutto era molto raro e costoso: riceverlo in dono, soprattutto nelle famiglie più povere, rappresentava un vero e proprio evento salutato con gioia dai bambini di tutta Europa. Anche in Italia questa tradizione si è conservata per lungo tempo e, che fossero arance o mandarini (altro frutto pregiato), nella calza della Befana non dovevano mai mancare.