Ma ve li ricordate i referendum per l'autonomia in Lombardia e Veneto? Era il 22 ottobre scorso, anche se sembra passata un'era, e cinque milioni di persone si sono prodigate per andare al seggio, molte di loro assolutamente convinte che fosse giunto finalmente il momento di quel Prima il nord! che campeggiava sui manifesti appesi dappertutto. La "battaglia del secolo" l'aveva chiamato il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni nel giorno successivo, il 23 ottobre. Ancora più chiaro il presidente del Veneto Luca Zaia che, con ammirabile sprezzo del ridicolo, aveva annunciato che il risultato del referendum avrebbe restituito alla regione ben 23 materie (rapporti internazionali e con l'Ue delle Regioni; commercio estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione; professioni; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali; casse di risparmio, casse rurali e aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario regionali; organizzazione della giustizia di pace; norme generali sull'istruzione; tutela dell'ambiente) oltre ai "9/10 delle tasse che rimarranno in Veneto". "Diventerà il nostro contratto che proporremo al Governo", dichiarò Zaia a urne ancora calde, ammonendo: "Io credo che a Roma si rendano conto di quello che sta avvenendo. Stiamo scrivendo una pagina di storia. Da domani il Veneto non sarà più quello di prima". Anche il segretario della Lega Matteo Salvini non lesinò le parole roboanti: "Meglio di così non poteva andare. Abbiamo vinto sui poteri forti cinque a zero. Ora mi aspetto che il governo dica quando intende accogliere questa richiesta che sale dal popolo", disse.

Ve li ricordate i referendum? Vi ricordate la rivoluzione promessa? Ora osservate cosa è cambiato: nulla, niente, zero, nisba. Eppure l'onda emozionale ha funzionato: se provate a scavare nella memoria degli elettori (sempre più breve, sempre più labile e sempre più veloce) molti di loro vi racconteranno dei governatori leghisti che hanno fatto tutto il possibile per ottenere l'autonomia e sono stati bloccati dal governo centrale. E non fa niente che ora (ancora, per l'ennesima volta) il governo siano loro, non conta che il Prima il nord! sia stato sostituito dal Prima la Calabria! in Calabria, Prima la Sardegna! in SardegnaPrima le Marche! nelle Marche e così via, declinato per ogni regione d'Italia, senza nemmeno un cenno di vergogna per un propaganda che si contraddice senza nemmeno bisogno di un contraddittorio. E non importa nemmeno che l'autonomia della Padania sia praticamente scomparsa dalle priorità del partito di Salvini, mica per niente eletto in Calabria giusto per sottolineare (se ce ne fosse bisogno) la truffa elettorale.

Eppure il referendum per l'autonomia della Lombardia e del Veneto è lo specchio perfetto di ciò che è diventato il leghismo: un approdo aleatorio per chi sente che non possa andare peggio di così ed è disposto a votare il meno peggio, quello che promette meglio anche se le promesse non sono ragionevolmente realizzabili, ben disposto a sognare e abituato a disilludersi. Il leghismo (ancor più sotto la guida di Matteo Salvini) è la continua riproposizione di problemi piuttosto che di soluzioni: tutti bravissimi a sparare rivoluzioni a salve, aspettare che la gente dimentichi e poi riproporle di nuovo riuscendo a sfruttare sempre le stesse speranze.

"Sarà anche solo un referendum consultivo ma è sempre meglio di niente", dicevano. Così come "è meglio di niente" il crocifisso nelle scuole, sognare la sparizione della microcriminalità colpendo una razza, vagheggiare di risolvere il problema dell'immigrazione a colpi di tweet e di qualche barca respinta, farsi sedurre da un'idea di sicurezza basata sulla microcriminalità (anche questa divisa per razze). L’elettore di Salvini è così: anche se non serve a niente, meglio di niente, dice. E non serve a niente. E non è mai meglio di niente. È niente.