Su la testa. E’ un appello all’orgoglio, una sorta di “chiamata alle armi” (metaforica, si intende) quella lanciata dai terremotati del Centro Italia a 2 anni e nove mesi dal 24 agosto del 2016, quando la prima di una lunga serie di forti scosse di terremoto ha stravolto l’esistenza di decine di migliaia di persone in 140 comuni di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. Ebbene, dopo due anni e nove mesi la ricostruzione è ancora un miraggio, mentre le persone che hanno retto all’urto del sisma devono fare i conti con l’abbandono: Sae (casette d’emergenza) consegnate in ritardo e spesso difettose, perdita di migliaia di posti di lavoro, macerie ancora da recuperare e una burocrazia asfissiante. Il governo Conte aveva promesso che avrebbe accelerato la ricostruzione ma ad oggi non si è ancora mosso nulla, mentre è sempre maggiore la sensazione che il dramma del sisma sia servito per raccattare voti, salvo poi abbandonare il “dossier terremoto” in fondo alle priorità. E’ per questo che domani,  sabato 18 maggio, centinaia di terremotati raggiungeranno Roma da ogni angolo del cratere e manifesteranno la loro rabbia.

A due anni e nove mesi dalla prima scossa di terremoto qual è la situazione nelle aree del centro Italia colpite dal sisma? A che punto è la ricostruzione?

Quale ricostruzione? Siamo “congelati”, nonostante le roboanti rassicurazioni in campagna elettorale da parte di tutti i leader che sono venuti nel cratere. Oggi noi consideriamo quelle promesse tradite e quei comizi non degli impegni assunti, ma delle passerelle elettorali. La ricostruzione infatti è in altissimo mare: migliaia di domande presentate dai proprietari di immobili distrutti o danneggiati giacciono ancora negli uffici in attesa di essere valutate. Basti pensare alla provincia di Ascoli Piceno: al 30 aprile scorso, cioè a più di due anni e mezzo dal sisma, sono state presentate 945 domande di ricostruzione per “danni lievi”  e 276 per “danni gravi”. Ebbene, a questa data in tutta la provincia è stato dato il via all’iter per i lavori a soli 435 progetti a danno lieve e a 36 progetti a danno grave. La situazione nel cratere maceratese, quello di gran lunga più colpito, è decisamente peggiore. Qui le pratiche presentate sono ben 3.370; poche decine di quelle con "danno grave" sono state approvate. Da questo governo ci aspettiamo una svolta, ma assistiamo a una continua rincorsa a slogan e propaganda. La ricostruzione dovrebbe essere in cima all'agenda politica.

Il 18 maggio avete deciso di indire una manifestazione di protesta a Piazza Montecitorio. Il vostro slogan è “stop passerelle e selfie, non abbiamo governi amici”. La contestazione cade una settimana prima delle elezioni europee e ha tutta l’aria di essere una critica al governo giallo-verde, come prima avete criticato le gestioni del PD. Cosa vi era stato promesso prima del 4 marzo 2018?

Prima delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 avevamo sottoposto a tutti i leader dieci domande su come intendessero affrontare la ricostruzione delle aree colpite dai terremoti. Tutti ci hanno assicurato che si sarebbe proceduto a una sburocratizzazione, ma al momento non è stato fatto niente. L’impianto normativo non è cambiato e continuano a prodursi norme che non semplificano la situazione. Il cosiddetto decreto Sblocca Cantieri in discussione non contiene nulla di risolutivo, anzi presenta elementi preoccupanti che possono incentivare lo spopolamento delle aree colpite dal sisma. Insomma, la fiducia è stata tradita e per questo manifestiamo a una settimana dalle elezioni europee: vogliamo che chi ci ha preso in giro paghi, anche in termini di consenso. E’ così che ci siamo comportati coi governi di centrosinistra; è quello che intendiamo fare anche con il governo giallo-verde. Non abbiamo governi amici.

In questi oltre due anni avete incontrato ministri, commissari straordinari, presidenti di regione, partecipato a tavoli istituzionali e più volte manifestato nel cratere. Quali sono state le proposte che avete elaborato per il rilancio delle aree colpite dalla sequenza sismica del 2016/2017?

E’ vero, abbiamo partecipato a decine di tavoli istituzionali con i tre governi e presentato decine di proposte, tutte di buon senso, sostenibili. In sintesi ci siamo mossi su tre elementi: la semplificazione burocratica e un quadro di regole certe, perché oggi assistiamo a norme straordinarie che sovente confliggono con quelle ordinarie; il sostegno al lavoro e al reddito; la partecipazione democratica.

Potete entrare nello specifico?

Gli uffici tecnici devono lavorare migliaia di domande di ricostruzione, necessitano di personale qualificato, motivato e stabile. Occorre poi differenziare il cratere per aree di danno. Proponiamo l’istituzione di un’area rossa, gialla e verde e la consequenziale redistribuzione delle risorse e degli strumenti assistenziali tenendo conto delle priorità. Oggi una città completamente rasa al suolo come ad esempio Arquata del Tronto e una solo lievemente danneggiata sono identiche per chi deve coordinare la ricostruzione.

Occorre poi sostenere reddito e lavoro, oppure si rischia di ricostruire case che rimarranno vuote. Per questo abbiamo chiesto che venga istituita una vera zona franca di medio-lungo periodo per chi lavora nel cratere, in particolare a  sostegno delle imprese agricole, degli artigiani e in generale di tutta la filiera agroalimentare. Abbiamo poi chiesto l’approvazione di un “reddito di cratere” che rappresenti un’evoluzione del reddito di cittadinanza e che venga erogato su base proporzionale in base all’Isee, giacché è evidente che un disoccupato non può percepire la stessa somma di un notaio come, invece, sta accadendo adesso con il CAS (Contributo di autonoma sistemazione). Infine è necessario potenziare i meccanismi di partecipazione democratica: per questo abbiamo chiesto che una delegazione di terremotati partecipi costantemente ai tavoli istituzionali. Quello della ricostruzione sarà il cantiere pubblico più grande d’Europa e la partecipazione può essere l'unico elemento a garantire controllo e trasparenza.

Avete condotto una battaglia sulla gestione dei fondi europei – e di quelli derivati dagli sms solidali – erogati per la ricostruzione. Cosa è accaduto? Come volete che vengano impiegati?

Quella degli sms solidali è stata una nostra battaglia vinta: la regione Marche in particolare, che rappresenta da sola oltre il 60 per cento del cratere, aveva deciso di dirottare quei soldi donati dagli italiani per scopi che evidentemente non avevano molto a che vedere con l’emergenza terremoto, pur essendo pienamente legali. La Regione aveva deciso di destinare quel denaro, ad esempio, alla realizzazione di piste ciclabili; niente di illegale, ma noi abbiamo chiesto che venissero invece dirottati per sostenere le vittime dei terremoti e le famiglie che avevano perso i loro cari sotto le macerie.

Per quanto invece riguarda i fondi europei per lo sviluppo economico regionale abbiamo condotto una battaglia affinché quei 240 milioni di euro (in aggiunta ai 300 milioni ordinari) venissero investiti nelle aree maggiormente colpite dal terremoto e non in zone marginali o addirittura, come accaduto in troppi casi, fuori dal cratere. Vogliamo inoltre che quel denaro venga investito in progetti concordati con le popolazioni e non in grandi opere calate dall’alto. Vogliamo infine che quei fondi contribuiscano a rilanciare progetti legati alla vocazione del territorio, quindi pienamente ecosostenibili.

Inchieste sindacali e giornalistiche hanno portato alla luce gravi irregolarità nella costruzione delle SAE, spesso difettose e affidate a lavoratori in nero. Nel frattempo è emerso lo spettro di ditte legate alla criminalità organizzata interessate agli appalti in quello che è stato definito il cantiere più grande d’Europa….

Il coordinamento dei Comitati Terremoto Centro Italia ha contribuito a denunciare le condizioni indecenti di molte soluzioni abitative emergenziali consegnate dalla Protezione Civile: quelle case avrebbero dovuto dare sollievo temporaneo a migliaia di terremotati, ma sovente sono state realizzate così male da essere marcite dopo pochi mesi. Abbiamo anche seguito le inchieste sul lavoro nero e quelle sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nella ricostruzione. In tal senso la risposta può essere una soltanto: far lavorare le aziende del territorio evitando i mega appalti e facilitare la partecipazione e quindi il controllo diretto dei terremotati.