L'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1993 ha proclamato il 3 maggio Giornata mondiale della libertà di stampa per evidenziare l'importanza della libertà di stampa e ricordare ai governi il loro dovere di sostenere e far rispettare la libertà di parola sancita dall'Articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Un provvedimento nato non a caso all'indomani della caduta dei grandi regimi nazifascisti.

E sebbene ancora oggi l'Italia non se la passi benissimo (risale lentamente ma ancora sta  in coda ai primi 50 paesi al mondo su 180 monitorati), e possa capitare il paradosso che un Ministro come Salvini da un lato pubblichi un libro con una casa editrice neofascista legata a CasaPound, ma all'altra, come accaduto a Torino, faccia identificare e denunciare dalla Digos due contestatrici per avergli dato del "Fascista!", può essere utile raccontare alcune piccole grandi storie per ricordare cosa accadeva quando il fascismo aveva soppiantato interamente lo Stato, abolendo tutte le libertà, e arrivando a mettere sotto il controllo della censura telefonate, missive postali e persino luoghi pubblici come postriboli, bettole e case private di "potenziali" sovversivi, sguinzagliando delatori e spie ovunque, e mettendo in piedi la temutissima rete di polizia segreta dell'OVRA.

Sconfinata la bibliografia sul tema da cui si può attingere: centinaia di libri di storici ma soprattutto l'archivio di tutte le relazioni prefettizie che ci consegnano un quadro inequivocabile sulla vera essenza della libertà di stampa: per quanto si possa mettere la mordacchia con la violenza e con la repressione a radio, giornali e opposizione politica, la voce del popolo non si può mettere a tacere. Ecco dunque alcune memorie per riflettere – e magari poter oggi per fortuna sorridere… – su un tema per cui molti pagarono con il confino, le botte e la galera. Fino ai casi più eclatanti come quello di Matteotti, che quando era sul punto di svelare in parlamento i ladrocini e gli imbrogli nel bilancio fatti dal Partito Fascista venne ucciso e il cui cadavere fu occultato per mesi. Il podio della storia meno nota e più eclatante spetta certamente all'antifascista Luigi Polano, detto "lo spettro" che intercettando dalla Russia le trasmissioni del Regime tolse il sonno a Mussolini e si guadagna a buon diritto la definizione di primo Hacker della storia, molto prima dei Julian Assange e dei collettivi stile Anonimous.

Una storia ben raccontata in un libro di Vindice Lecis "La voce della Verità" che racconta l’avventurosa storia del comunista sardo originario di Sassari. All'epoca Mario Appelius era il corrispettivo di una star televisiva di oggi: giornalista di grande fama e la cui retorica era considerata infallibile aveva girato mezzo mondo come inviato del mussoliniano del Popolo d’Italia e tanta era la sua popolarità che il Duce in persona decise di affidargli  il commento serale alla radio – potente strumento di propaganda del regime – dei fatti politici e militari della giornata. Sulle onde dell’emittente di Stato, l’Eiar, Appelius invocava gli strali divini contro la “perfida Albione” coniando la celebre frase con cui concludeva ogni giorno le sue dirette, in cui spesso inventava di sana pianta grandi vittorie italiane: “Dio stramaledica gli inglesi

Ma la sera del 6 ottobre 1941 accadde qualcosa di impensabile: mentre Appelius snocciolava le ultime dal fronte russo dalla radio uscì una voce che non era quella del commentatore, ma di un’altra persona: «Italiani, qui parla la voce della verità. La voce dell’Italia libera. La voce dell’Italia antifascista». Una voce che non andò più via sino al 5 giugno 1944. Possiamo solo immaginare cosa rappresentò per la macchina della propaganda fascista. Inizialmente il buon Appelius provò a ignorare "lo spettro".  Ma questi attendeva le sue pause per introdursi nei suoi monologhi e sbugiardarlo «Non è vero, sei un bugiardo, inganni il popolo italiano», tuonava la “voce della verità”. Mussolini fece di tutto per capire da dove arrivava quell’interferenza inopportuna e pericolosa, ma non ci riuscì mai. Così per tutta la durata della guerra, sino alla liberazione di Roma, la “voce della verità” (o “lo spettro”, come il misterioso guastatore fu chiamato dallo stesso Appelius) continuò a invitare gli italiani alla rivolta contro il fascismo. Il commentatore di regime dopo qualche giorno dovette capitolare: dopo aver provato a parlare tutto d'un fiato per non lasciare spazio e pause in cui "lo spettro" potesse inserirsi, fu costretto a dialogarci.

Arte retorica in cui non era molto ferrato, abituato da anni di monologhi incontrastati. Gli italiani assistevano allibiti ogni sera a un botta e risposta, come su un ring, senza esclusione di colpi:- Contro il fronte germanico l'Inghilterra si romperà il muso!, diceva Appelius. Ma subito "lo spettro" replicava: – Bugiardo! Venduto! Asino!  E di nuovo Mario Appelius provava a tenere botta: – almeno io sono un asino italiano, un venduto alla mia Patria! Non ai nemici come te! Ma "lo spettro" era ben informato, implacabile e per nulla intimorito: – No, tu sei venduto ai nazisti! Criminale sei tu che inganni il popolo italiano! L'Asse non può vincere, e Mussolini è un assassino che manda a morire milioni di italiani, e ha ucciso Matteotti, Gramsci, Amendola, Piero Gobetti, i fratelli Rosselli… Si può solo immaginare quale smacco potesse rappresentare per il fascismo un guastatore come Luigi Polano. Classe 1897, comunista di ferro che conobbe Lenin, agente impiegato dal Komintern in delicati incarichi in giro per l’Europa, uomo di fiducia, negli anni difficili a Mosca, del leader dei comunisti italiani Palmiro Togliatti. Nel 1918 si schierò contro l’intervento dell’Italia in guerra e si fece diversi mesi di prigione. Nel 1921, al Congresso di Livorno,  divenne uno dei militanti più fedeli del neonato PCI, e fu impegnato durante il ventennio fascista in missioni in Francia e nella Spagna della guerra civile, e infine in Unione sovietica dove giungerà a Mosca nel 1934. Qui grazie alla rete di fuoriusciti italiani si trovò a disposizione le potenti apparecchiature di trasmissione radio con le quali si imbarcò su un aereo da guerra diretto in Serbia. Là, da una piccola stanza in un edificio di un'anonima cittadina Polano cominciò a far partire i segnali radio destinati a mandare su tutte le furie il Duce.

Ma non mancavano già da molti anni barzellette, minacce, offese che pervenivano sulla scrivania personale del Duce, e che precedono anche l'entrata in guerra, dove il clima si fece comprensibilmente più pesante, dandoci uno spaccato più realistico di quanto fosse inviso il Duce e tutto il Regime anche in quegli anni chiamati del "grande consenso".  In questo è validissimo il libro "Duce truce" di Alberto Vacca, che si è preso la briga di scartabellare nell'Archivio di Stato i rapporti dei Prefetti in merito alle accuse di offesa al capo dello Stato dal 1930 al 1945.
Nel periodo 1926-1943 i denunciati per offese al capo del Governo su semplice delazione furono circa cinquemila. Di questi oltre 300 scontarono pene carcerarie e quasi la metà il confino. Ma cosa bisognava dire per meritarsi questo? Bastava veramente poco. Alcune barzellette giravano sulla fame, e sul pane, e sulle ruberie del fascismo, come questa: «Un inventore riesce a ottenere un incontro con il Duce, sostenendo che sta per scoprire un modo per arricchire il Paese: trasformare la cacca in burro. Mussolini lo riceve, chiede dei suoi studi, dà ordine di finanziarlo molto generosamente e lo congeda. Dopo molti mesi, non avendo ricevuto notizie, riconvoca l’inventore; irritato, chiede conto degli studi e dei soldi. “Duce”, risponde quello: “Non sono riuscito ancora a cambiare l’odore, il colore e il sapore, ma si spalma già benissimo sul pane”». O ancora sul pane, che si era fatto nero e duro per il popolo, una battuta più amara e realistica che chiosava la retorica di Mussolini sulla battaglia del grano, in cui proclamava fiero: «Abbiamo tanto di quel grano che non sappiamo che farcene!». E una voce, dal fondo gridò: «Provate a metterne un po’ nel pane!».

Nell'epoca in cui tutti giravano con la sputacchiera da tabacco era piuttosto frequente sentirsi chiedere: «Hai la foto del Duce in tasca? Certo che no! E allora dove sputi?» né venivano risparmiati i parenti: molti rapporti prefettizi denunciano da tutta Italia il rammarico di quanti il 21 dicembre 1931 alla morte del fratello minore del Duce, Arnaldo, si lagnavano che fosse morto il Mussolini sbagliato. Stessa truce mal sopportazione del popolo colpì l'altro lutto di Mussolini alla perdita del figlio Bruno, nel 1941. Ma persino la madre Rosa era oggetto di ingiurie spesso irripetibili: "Sai perché sulla tomba della madre del Duce hanno messo quattro soldati di guardia? Per evitare che risorga e faccia un altro Duce" è una delle meno volgari. Ma la verità è che molte di quelle offese e barzellette nate per il duce sono state poi riciclate negli anni per altri politici. Non veniva risparmiato nemmeno il Re o l'alleato Hitler: "In nome di Hitler: il Duce mangia, il Re ubbidisce, il popolo patisce, e quando finisce?". Si storpiavano le canzoni più famose "Giovinezza, giovinezza, la vita è una merdezza, Mussolini una schifezza!" ma certamente la diffusione più capillare la ottenevano le barzellette: «una notte nel mare scuro una persona stava per annegare, e due passanti gridarono "Chi sei?", "Sono il Duce" rispose l'interpellato. "Allora salvalo" disse l'altro "perché se beve come mangia siamo rovinati"».

Spesso complice il vino, che faceva perdere quel po' di prudenza e inibizione, molti avevano un brutto risveglio dalla sbronza, con a loro carico denunce, multe e ammonizioni. Ma la tentazione di prendere per i fondelli la postura, il gesticolare e l'eccessiva retorica di Mussolini era troppo forte, per il popolo che assisteva inerme a ruberie dei gerarchi, mentre pativa la fame dei razionamenti. "Sai che è stata denunciata donna Rachele? E perché mai? Perché non ha denunziato all'annona il porco che tiene in casa" o ancora al centro degli sfottò c'era il dubbio valore militare del grande condottiero: "Sai al Duce è stata donata la medaglia d'oro al valore, con la seguente motivazione: solo e inerme ha messo fuori combattimento l'intero esercito italiano!".
Le relazioni dei Prefetti dimostrano che questo genere di "vendetta" popolare si verificò per tutto il ventennio e a qualunque latitudine del Paese. Ed è noto che il Duce in persona ci teneva a essere informato, e con lui molti gerarchi a lui vicini. Che consideravano questo genere di informazioni una ottima cartina tornasole dello stato di "popolarità" del Regime, nell'epoca in cui non esistevano ancora i sondaggi. In questo contesto appare tragicamente profetica una annotazione che Giuseppe Bottai, il più colto e sensibile fra i gerarchi fascisti, lasciò nei suoi diari, dove trascriveva puntualmente offese e barzellette sul fascismo come «segni e testimonianze del tempo. Un modo, talvolta, di castigare i costumi, al quale s’avrebbe da porgere orecchio». La data riportata è il 21 gennaio 1943: «Mussolini, nell’atto di scavalcare, nudo, la vasca da bagno, si guarda i genitali. “Che guardi, Benito?” gli chiede la signorina Petacci. E quello: “Gli ultimi due coglioni che mi sono rimasti appresso”»