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Conflitto Israele-Palestina e in Medio Oriente

“Viviamo una vita sospesa ma non torneremo più a casa”: le voci dei gazawi ancora bloccati in Egitto

Nonostante il cessate il fuoco e la riapertura del valico di Rafah, per i circa 100 mila palestinesi fuggiti in Egitto il ritorno a Gaza resta impossibile. Da Il Cairo le storie di Youmna, Nariman e Jumana.
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La nuova casa di Youmna El Sayed, nella foto la Palestina dipinta dalla figlia Cheline
La nuova casa di Youmna El Sayed, nella foto la Palestina dipinta dalla figlia Cheline
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Apparecchiano con cura la lunga tavola al centro del soggiorno, le tre figlie di Youmna, mentre l'unico maschietto dorme ancora nella sua stanza. Sono piccoli i gesti, piccoli i dettagli, semplici le azioni che rendono casa uno spazio.

Per Youmna El Sayed è l’arredamento a rendere suo questo appartamento  nel governatorato di Giza, a una trentina di chilometri dal centro de Il Cairo

Ex corrispondente di Al Jazeera a Gaza, Youmna vive ormai in Egitto da più di due anni. “Sono costretta all’esilio”, racconta, “non c’è alcun modo adesso per me di tornare a Gaza”.

Youmna è una delle oltre 100 mila persone gazawe sfollate a Il Cairo. Due anni fa eravamo stati qui per raccontare le storie di chi era appena evacuato da Gaza, da allora tanto è cambiato: è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Israele ed Hamas ed è stato finalmente riaperto il valico di Rafah. Siamo tornati nella capitale egiziana e abbiamo voluto incontrare di nuovo gli sfollati che, ancora, non sono tornati a Gaza.

Nonostante il cessate il fuoco, Gaza resta sigillata per chi, durante il 2023 e il 2024, era riuscito ad evacuare prima che l’esercito israeliano prendesse Rafah e chiudesse il valico. Ad oggi, dopo la riapertura del valico (che era stato richiuso in seguito allo scoppio della guerra in Iran), solo chi era arrivato grazie all'evacuazione medica negli ospedali egiziani può tornare a Gaza.

Chi era evacuato "semplicemente" per salvarsi la vita, pagando centinaia di migliaia di dollari alle autorità egiziane, non può comunque rientrare, e rimane bloccato nel limbo de Il Cairo.

“Viviamo una vita sospesa ma sappiamo che non potremmo rientrare, io forse non potrò mai più tornare perché sono stata più e più volte presa di mira da Israele. Mi hanno costretta a sfollare 11 volte e hanno bombardato la mia casa proprio perché io per loro ero un target”, continua Youmna, “qui viviamo nell’incertezza, io ho il passaporto egiziano ma non vale per i miei figli e per mio marito che ha solo quello palestinese; abbiamo deciso di trasferirci e prendere una casa dove potevamo scegliere l’arredamento per sentirla più nostra. Dentro di me so che questa è una soluzione temporanea, il futuro è incerto ma dove potremmo andare e come?”

Il passaporto palestinese del marito e dei figli di Youmna non è, infatti, riconosciuto dal governo egiziano che considera a tutti gli effetti invisibili i palestinesi evacuati a Il Cairo. Il passaporto egiziano di Youmna non è esteso  ai figli, il che rende impossibile per loro frequentare le scuole pubbliche nonché chiedere un visto per qualsiasi altro paese europeo.

Così la famiglia di Youmna resta a Il Cairo, cercando di rendere casa un luogo che non lo è, provando a ricostruire un presente e a immaginare un futuro. Youmna oggi non ha più un lavoro, fuori da Gaza non "serve più" come corrispondente e in Egitto non può lavorare come giornalista. Il suo futuro ha contorni sbiaditi e incerti, ma lei deve poterlo immaginare, non c'è altra salvezza.

Questa è forse la più grande differenza tra quello che avevamo visto due anni fa e quello che, invece, vediamo oggi a Il Cairo: allora per gli sfollati non era immaginabile un futuro che non fosse di nuovo dentro Gaza, oggi per le stesse persone questo ritorno non è più contemplato come possibilità.

Anche Nariman ha cambiato casa, adesso vive a Nasr City, uno dei più popolosi quartieri de Il Cairo, in un appartamento che ha voluto arredare  lei.

“Non potevo continuare a pensare a Gaza, la vita va avanti e non mi aspetta, dovevo salvarmi”, racconta in un colorato caffè del quartiere, “se avessi continuato a pensare al ritorno sarei rimasta incastrata in questa illusione, senza andare avanti”.

Nariman ha una situazione diversa da Youmna, grazie al doppio passaporto del marito (palestinese e egiziano), i figli possono frequentare le scuole del Cairo. Anche lei, però, ha da poco perso il lavoro, era impiegata presso una Ong che le ha chiesto di scegliere: o torni a Gaza o perdi il lavoro.

“No”, risponde decisa quando le chiedo se pensa di tornare a Gaza. Una convinzione che non aveva mai avuto prima. “La Gaza che conosco io non esiste più, tornare vorrebbe dire solo vivere nel trauma e con l’ansia che da un momento all’altro il genocidio possa ricominciare. Non tornerei nella mia Gaza ma in un luogo che hanno reso irriconoscibile e che non sento più sicuro”, conclude.

Jumana Shahin e suo marito Shabaan non hanno nessun altro passaporto se non quello palestinese. Eppure, anche loro, invisibili al paese che li ospita, non hanno più altra scelta se non fare dell’invisibilità la loro nuova casa.

“Abbiamo preso questo appartamento vuoto, volevo arredarlo io”, mi racconta Jumana nella sua nuova casa al quartiere cristiano di Korba, “abbiamo comprato solo l’arredamento necessario, perché non sappiamo quale sarà il nostro futuro. Qui non abbiamo alcun diritto di scegliere o decidere, quindi non possiamo fare altro che provare, giorno dopo giorno, a costruirci un presente”.

Mentre parla pettina i capelli alla figlia Sophia, lei non vuole andare all’asilo domani ma Jumana prova a convincerla: “La scuola è importante habibty, ti rende intelligente”, le sussurra mentre le allaccia i capelli con tenerezza.

Per quell’asilo Jumana e Shabaan hanno investito tutto quello che potevano, è un asilo privato – l’unico che accettava Sophia. Ma ora, a soli 4 anni, Sophia, deve essere pronta a passare l’esame di ammissione alla scuola elementare. Da profuga palestinese, infatti, non ha accesso alle scuole pubbliche ma solo a quelle private e internazionali che costano dai 4.000 dollari ai 30.000 all’anno.

Se non dovesse passare l’esame Sophia perderà il diritto allo studio ma, se anche lo passasse e studiasse fino al diploma, quest’ultimo non le verrebbe comunque riconosciuto. Perché Sophia, come tutti gli altri profughi palestinesi a Il Cairo, non esiste.

“Quando penso a Gaza, io vorrei ancora poter tornare ma non vorrei mai trascinare con me Shabaan e Sophia. Vorrei poter entrare per brevi periodi e poi uscire, con la certezza che la mia famiglia sia al sicuro. Ma so che, finché Israele controlla chi entra e chi esce da Rafah, questa cosa è quasi impossibile da realizzare”, conclude Jumana.

La vita dei palestinesi a Il Cairo va avanti tra la necessità di costruire nuove certezze e quella di lasciar andare la possibilità del ritorno. Proprio come per i milioni di rifugiati palestinesi in tutto il mondo anche per gli sfollati del genocidio di Gaza il ritorno si trasforma  col  tempo da diritto in sogno. La Nakba continua.

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