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Opinioni
7 Ottobre 2021
13:49

Vent’anni fa gli USA invadevano l’Afghanistan: ora ammettano che la guerra al terrorismo è fallita

Oggi sono passati vent’anni dall’invasione dell’Afghanistan e dall’inizio delle war on terror, la guerra al terrorismo, degli Stati Uniti. Vent’anni in cui le società occidentali sono cambiate. Perché il terrore contro cui Bush ha imbracciato le armi è una strategia sì, ma è anche un’emozione. E alla fine, una guerra al terrorismo, non fa che nutrirlo. Diventando a sua volta paura, rabbia, intolleranza. Odio.
A cura di Annalisa Girardi
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Oggi è il 7 ottobre. Dice nulla? Probabilmente no, eppure è una data strettamente collegata all’11 settembre. Che quest’anno, nel ventesimo anniversario dall’attentato alle Torri Gemelle, tutti abbiamo ricordato come uno dei più gravi attacchi terroristici del ventunesimo secolo. Oggi ripercorriamo un’altra data che ha segnato in modo indelebile il corso della storia contemporanea: oggi sono passati 20 anni dall’invasione dell’Afghanistan e dall’inizio delle war on terror, la guerra al terrorismo, degli Stati Uniti.

Ma qual è il collegamento tra l’attentato al World Trade Center e l’invasione dell’Afghanistan? Per capirlo bisogna fare un primo passo indietro e tornare al giorno più buio della storia recente statunitense. La mattina dell’11 settembre quattro aerei di linea, due dell’American Airlines e due della United Airlines, vengono dirottati. Ci sono in totale 19 terroristi che ne prendono il controllo. Il volo 11 si schianta poco prima delle 9 del mattino contro la torre Nord del World Trade Center: poco più di un quarto d’ora più tardi il volo 175 colpirà invece la torre Sud. Il volo 77 precipita sul Pentagono mentre un quarto volo, il 93, prende la direzione di Washington: ma i passeggeri, a cui era arrivata notizia di quanto stava accadendo, riescono a prendere il comando della cabina e l’aereo cade in un campo della Pennsylvania prima che possa colpire qualsiasi obiettivo. In totale, moriranno 2,996 persone.

La reazione dell’allora presidente statunitense, George W. Bush, è immediata. Si rivolge subito al Congresso e chiede l’Autorizzazione all’uso della forza militare per colpire Al Qaida, un gruppo terrorista islamista che solo alcuni anni più tardi ammetterà di essere dietro gli attentati, ma che è subito individuato da Washington come il responsabile dell’11 settembre. È l’inizio della guerra al terrorismo. Con l’Autorizzazione all’utilizzo della forza militare gli Stati Uniti assumono la prerogativa di passare all’azione non solo contro qualsiasi gruppo o individuo che abbia in qualche modo partecipato agli attacchi, ma anche contro chiunque abbia dato protezione o nascosto i terroristi di Al Qaida.

Questo è un passaggio fondamentale per capire come si sia passati dalla guerra al terrorismo all’invasione dell’Afghanistan. Perché dei 19 terroristi che hanno dirottato gli aerei, nessuno era afghano: 15 venivano dall’Arabia Saudita, 2 dagli Emirati Arabi Uniti, 1 dall’Egitto e 1 dal Libano. E anche le due menti dietro gli attacchi, Osama Bin Laden e Khalid Sheik Mohammed, erano rispettivamente saudita e pakistano. Coma mai allora gli Stati Uniti hanno invaso proprio l’Afghanistan?

Dobbiamo fare un secondo passo indietro. Nel 2001 il Paese era governato dai Talebani, al potere dal 1996. Un gruppo di cui, paradossalmente, proprio gli Stati Uniti avevano favorito l’ascesa. I Talebani erano infatti uno dei gruppo di Mujaheddin, i guerriglieri islamisti, che la Cia aveva armato e finanziato per contrastare l’invasione sovietica del Paese. Dopo la ritirata di Mosca, però, gli Stati Uniti non si erano minimamente curati della situazione caotica in cui versava l’Afghanistan e avevano lasciato il Paese. Gruppi di combattenti islamici si erano allora scontrati tra loro in una guerra per il potere. Conflitto che a metà degli anni Novanta aveva visto trionfare proprio i Talebani.

L’accusa che nel 2001 Washington muove a Kabul è quella di ospitare le cellule terroristiche di Al Qaida, un’organizzazione formatasi in Arabia Saudita, ma che aveva presto trovato protezione tra Afghanistan e Pakistan. Parte dell’ideologia che promuoveva Al Qaida, la lotta all’imperialismo occidentale e l’ideale di uno Stato basato sulla sharia, era infatti condivisa dai Talebani. E come abbiamo detto prima, l’Autorizzazione all’uso della forza militare, non era una dichiarazione di guerra contro un singolo Stato, ma un via libera all’azione militare contro qualsiasi attore che potesse essere connesso ad Al Qaida.

Nel momento in cui Bush si è rivolto al Congresso per chiedere l’Autorizzazione ha ricevuto solo un voto contrario, quello la democratica Barbara Lee. Che, parlando agli altri membri ha detto: “Il nostro Paese è in lutto, ma qualcuno ha il dovere di dire queste parole. Facciamo un passo indietro per un momento, fermiamoci solo per un minuto e pensiamo alle implicazioni delle nostre azioni oggi, per evitare che vadano fuori controllo. Mentre agiamo, non lasciamoci trasformare dal male che stiamo deplorando”.

In un articolo per spiegare il perché del suo voto, inoltre, Lee ha definito l’Autorizzazione che Bush stava chiedendo un “assegno in bianco per il presidente per attaccare potenzialmente chiunque” senza riguardo per gli equilibri globali a lungo termine. Parole che vent’anni più tardi appaiono tristemente profetiche. Tuttavia, allora la risposta dei cittadini al suo discorso è stata durissima, tra minacce di morte e accuse di tradire il Paese.

Reazioni che avrebbero già dovuto far suonare un campanello d’allarme sulle conseguenze interne della guerra al terrorismo. Che non ha solamente portato distruzione in moltissimi Stati del Medio Oriente destabilizzando la Regione e in realtà favorendo il proliferare del terrorismo, ma che in realtà ha anche profondamente mutato la faccia della società statunitense.

La guerra al terrorismo non è una guerra nel tradizionale senso del termine. Il nemico non è un altro Stato, non ci si scontra con un esercito in divisa, non si combatte dentro la cornice della normativa internazionale sui conflitti. Non mancano solo i confini geografici, scompaiono anche tutti i meccanismi della guerra classica. Le decine di migliaia di vittime civili afghane diventano un danno collaterale accettato in nome della sicurezza interna degli Stati Uniti. A Guantanamo i detenuti non sono prigionieri, e non vengono quindi protetti dalla convenzione di Ginevra: potrà sembrare un tecnicismo, ma di fatto è ciò che ha aperto a una sorta di legalizzazione della tortura, passata sotto il nome di “tecniche di interrogatorio avanzate”. Gli sfollati sono milioni, l’economia a pezzi si regge in piedi solo grazie ad aiuti esterni, un’intera società viene spezzata.

Tutto questo giustificato in nome della sicurezza interna. In nome della paura. Paura che l’amministrazione Bush ha strumentalizzato per legittimare con il consenso una campagna militare contro un altro Stato sovrano. Ma non solo: anche per limitare le stesse libertà civili dei cittadini statunitensi. Tramite il Patriot Act, infatti, sono aumentati i poteri dei corpi di polizia e spionaggio, a cui è stato concesso di raccogliere un’enormità di dati, invadendo la sfera personale delle persone, alla ricerca di potenziali nuovi attacchi terroristici e brecce nel sistema di difesa.

Mai cose di questo tipo avrebbero potuto essere accettate prima dell’11 settembre. Ma quel giorno è cambiato tutto. E nell’opinione pubblica statunitense ci sono voluti anni perché si formasse una reazione critica. Perché le cosiddette good wars, le guerre giuste, fossero viste per quello che erano: guerre. Per moltissimo tempo la società statunitense è rimasta polarizzata da una rabbia cieca, senza riuscire a vedere quello che fin da subito era in realtà alla luce del Sole.

Cioè che dagli albori del conflitto gli Stati Uniti hanno risposto alle atrocità di Al Qaida torturando i miliziani che catturavano. Che hanno speso molto di più nel fabbricare bombe il più distruttive possibile, che ricostruire quanto queste avevano distrutto. E che aiutare il popolo afghano non è mai stata la priorità. Perché gli afghani non sono mai stati visti come pari.

Il rapporto tra forze statunitensi e afghani, tanto i soldati quanto i civili, è stato fin da subito intriso di razzismo. Il nemico, che non era più un esercito straniero facilmente riconoscibile, potenzialmente era rappresentato da ogni uomo con la barba, un turbante e una carnagione olivastra. Tutti potevano essere terroristi. E questo è accaduto anche oltreoceano, nello stesso territorio statunitense. I terroristi che hanno dirottato i quattro voli interni nella mattina dell’11 settembre si trovavano dentro i confini USA da diverso tempo, alcuni da oltre un anno prima. I piloti che hanno preso il comando degli aerei, avevano frequentato corsi di volo in Florida. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle qualsiasi individuo musulmano o dai connotati arabi è diventato un potenziale terrorista negli Stati Uniti.

Questo ha innescato un’ondata di odio e discriminazione verso la comunità islamica negli Stati Uniti e verso il blocco di Paesi del Medio Oriente, aprendo alla retorica del “noi” contro di “loro”, anche oggi più reale che mai.

Negli anni la rabbia, la paura, l’intolleranza verso “loro” non ha fatto che aumentare. Negli Stati Uniti, ma anche di riflesso in Europa. Le società occidentali sono cambiate. Perché il terrore contro cui Bush ha imbracciato le armi è una strategia sì, ma è anche un’emozione. E alla fine, una guerra al terrore, non fa che nutrirlo. Diventando a sua volta terrore. L’obiettivo dell’invasione dell’Afghanistan, il 7 ottobre di vent’anni fa, per Bush era quello di scovare ed eliminare ogni terrorista sulla faccia della terra. Dal 2001, però, il terrorismo è proliferato. E noi siamo cambiati, forse irrimediabilmente.

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