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Un nuovo muro dividerà la Cisgiordania: con la scusa della guerra in Iran Israele caccia altri palestinesi

Un nuovo muro isolerà l’intera Valle del Giordano, in Palestina. Le comunità locali, soggette a sfollamenti di massa, hanno tentato di resistere, ma ora il governo ha giustificato la necessità dell’opera con “motivi di sicurezza legati alla guerra in Iran”.
A cura di Fabio Schembri
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Gli scavi per la costruzione di un muro nella valle del Giordano
Gli scavi per la costruzione di un muro nella valle del Giordano

La costruzione di un nuovo muro è iniziata in Palestina, per la precisione nell’area del Monte Tammun, qui stanno venendo innalzati i primi 22 km di un progetto che ne prevede più di 100.  L’intenzione è di isolare l’intera Valle del Giordano, creando una barriera lungo l'intero confine con la Giordania. Le comunità locali sono soggette a sfollamenti di massa e ordini di demolizione; chi cerca di resistere incappa nella violenza dei coloni, che è ormai lo strumento coercitivo più efficace nelle mani del Governo Netanyahu.

Un nuovo muro in Palestina

Israele pianifica questo progetto da decenni. Inizialmente il Piano Allon, del 1967, prevedeva una presenza strategica militare permanente lungo tutta la valle del Giordano, da implementare attraverso avamposti dell’esercito ma anche agricoli. A partire dagli anni Novanta, sotto il governo di Yitzhak Rabin, l’idea di separare le due popolazioni tramite muri e barriere sedusse la politica israeliana. Con Ariel Sharon, nel 2002, durante la Seconda Intifada questa filosofia divenne una realtà tangibile, anche se lungo il confine est non sorsero muri. Fu sotto il secondo Governo Netanyahu, in carica dal 2009 al 2013 che questa antica ambizione tornò in auge. Oggi, grazie soprattutto alla guerra contro l’Iran fortemente voluta da Israele e spalleggiata dagli Stati Uniti d’America, sta diventando realtà.

Il progetto dei primi 22 chilometri di muro
Il progetto dei primi 22 chilometri di muro

La valle del Giordano è una florida vallata che si estende dal lago di Tiberiade, nei territori assegnati allo Stato di Israele dai britannici dopo il 1948, fino alle coste del Mar Morto, dove sfocia l’omonimo fiume. Il percorso del fiume segna il confine geografico con il Regno di Giordania. L’area è di notevole rilevanza per tutte le tre principali religioni monoteiste, Islam, Cristianesimo e Ebraismo. Le acque del fiume sono deviate al 98 per cento da interventi dell’uomo, e dal 1967 Israele si è assicurato il controllo e l’accesso al corso d’acqua e alle falde sotterranee. Questa disparità è stata ratificata e continua a essere perpetrata a seguito degli Accordi di Oslo 2 del 1995.

Nonostante le scarse risorse idriche a disposizione, l’area è definita “il paniere della Palestina” per via della straordinaria fertilità di un territorio che rappresenta circa il 30 per cento della Cisgiordania. A nord si trovano le alte colline definite Monte Tammun, dal nome della città di Tammun a nord-est di Nablus. È qui che Israele, per mano di anonime compagnie private protette notte e giorno dalle IDF, ha iniziato la costruzione del muro che isolerà completamente queste terre dalle popolazioni palestinesi che le abitano e le coltivano da secoli. Per preparare il terreno, negli ultimi mesi gli ordini di sfratto per le comunità nel nord della Valle sono stati accompagnati da un sospetto aumento della violenza dei coloni.

I palestinesi cacciati dalla zona

Raid sempre più violenti e costanti si registrano anche in aree che non erano mai state attaccate prima di qualche settimana fa. Come nel caso della comunità agricola e pastorale di Al Hadidiya, che ha iniziato a subire incursioni armate a partire dall’ottobre 2025, come testimoniano gli abitanti del villaggio. "Qui non abbiamo mai avuto grossi problemi con i coloni che vivono nelle vicinanze, almeno fino a qualche mese fa. Poi qualcosa è cambiato: il loro atteggiamento si è fatto sempre più ostile, e dopo pochi giorni sono cominciati gli attacchi", racconta Muhammad Bani Awda, che vive con la sua famiglia nel villaggio di Al-Hadidiya.

Nuovi insediamenti israeliani nella valle del Giordano
Nuovi insediamenti israeliani nella valle del Giordano

Presso questa comunità, gli insediamenti israeliani illegali sono sorti da pochi mesi. Tutta l’area circostante, che comprende il Monte Tammun, era conosciuta come un luogo in cui i pastori palestinesi potevano ancora pascolare le proprie greggi con relativa tranquillità. La famiglia Bsharat, nel villaggio rurale di Al Hadidiyah, ha recentemente subito una massiccia incursione da parte di coloni armati provenienti da diversi avamposti nella Valle del Giordano, uno dei quali si trova a meno di duecento metri dalla loro abitazione.

Aref, figlio di Omar Aref Muhammad Bsharat, anziano del villaggio, ricorda quel giorno: "Il primo marzo 2026 un gruppo di circa quaranta coloni ha fatto irruzione nelle case, devastando tutto ciò che potevano. Hanno squarciato le gomme di auto e trattori, preso a sassate i pannelli solari e distrutto le cisterne d’acqua". Lui e suo cugino Ali Bani Odeh hanno cercato di opporsi fisicamente al gruppo armato, che portava con sé fucili e armi, rischiando la vita per difendere la loro terra e i propri familiari.

"Sono entrati nelle case, in una delle quali c'era una donna che teneva in braccio Shams, nata appena due settimane prima, e l’hanno minacciata, avvicinandosi in modo violento". Dopo questo episodio, lo spirito nel villaggio è profondamente segnato. "Ci sentiamo abbandonati da tutti: dallo Stato, dalla legge e dalle persone. In Palestina non c’è giustizia", afferma Aref Bsharat. Gli abitanti di Tammun, invece, sono da tempo abituati alla violenza dell’occupazione israeliana. Il 15 marzo 2026, in questa cittadina, quattro membri della famiglia Bani Odeh sono stati uccisi durante un raid dell’esercito israeliano.

Il regime di relativa calma su queste colline si è definitivamente infranto lo scorso ottobre. Prima furono spediti gli ordini di sgombero per alcune comunità del villaggio di Ein Shibli, che si colloca pochi chilometri a ovest di Al Hadidiya. Qui vennero concessi sette giorni per lasciare le proprie terre, in poco tempo gli stessi provvedimenti raggiunsero altre 38 famiglie. Ci si aspetta che presto altrettanti ricevano lo stesso diktat. Il piano del governo prevede di fare spazio per il nuovo muro di contenimento destinato a sorgere parallelamente a quella che sarà una strada militare. Il progetto prevede la creazione di una zona cuscinetto larga cinquanta metri, venticinque per ogni lato della barricata.

L’obiettivo dichiarato di questa barriera di sicurezza è "contrastare il terrorismo e il traffico di armi in Giudea e Samaria", come ha affermato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, promotore della cosiddetta "dottrina della barriera orientale" sin dal suo insediamento nel novembre 2024. L’idea di isolare completamente il confine giordano è un'ossessione israeliana da prima che quest'ultimo governo si insediasse.

Con il ritorno al potere di Trump, il genocidio a Gaza ancora in atto, e ora anche il conflitto con l’Iran, Israele sta approfittando delle straordinarie necessità di sicurezza sul fronte interno per rafforzare a un ritmo senza precedenti le operazioni militari in Cisgiordania. Le azioni dell'esercito sono spesso precedute dalla violenza dei coloni. Si registra un forte aumento di attacchi anche mortali da parte di coloni e militari; dall’inizio del 2026 sono stati uccisi almeno 25 palestinesi nei Territori Palestinesi Occupati secondo dati delle Nazioni Unite e ONG che operano sul posto. Molti erano bambini.

La resistenza dei palestinesi

L’avvocato Taufiq Jabarin rappresenta legalmente i residenti affetti da sgomberi e demolizioni nel governatorato di Tammun. Il 25 gennaio 2026 ha presentato un ricorso alla Corte Suprema israeliana contro gli ordini militari relativi alla costruzione del muro. Nello stesso giorno la Corte aveva accolto l'obiezione, impedendo l’avvio dei lavori nelle aree di Tammun e Tubas. Tuttavia, quando l’esercito ha presentato una seconda richiesta il 2 marzo, invocando motivi di sicurezza legati all’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Iran e Israele, la Corte ha revocato la sospensione precedente, accogliendo le nuove argomentazioni di sicurezza presentate dall’esercito. I lavori sono iniziati il 5 marzo nei pressi del villaggio di Atuf.

Uliveti distrutti per costruire il ponte
Uliveti distrutti per costruire il ponte

In gennaio gli avvocati e le comunità di residenti si erano avvalsi della consulenza di Shaul Ariel, in qualità di esperto di questioni territoriali e di sicurezza legata al conflitto. Cittadino israeliano di origine iraniana, ex ufficiale delle IDF arrivato al grado di colonnello. Ha servito in Libano nella guerra del 1982 come paracadutista, tra l’87 e il 93 ha operato nei Territori Palestinesi Occupati durante la Prima Intifada e ha poi sviluppato le sue competenze tecniche legate a questi territori coordinandoli a livello militare e civile durante il processo degli Accordi di Oslo del 1993. Il suo contributo è stato cruciale nello smentire le istanze del governo e dei militari che affermavano la necessità della costruzione del muro per via di non meglio precisate e imminenti "questioni di sicurezza interna".

Questo pronunciamento a favore delle richieste di ricorso palestinesi all’inizio dei lavori per il muro è stato di fatto superato per via delle condizioni di emergenza legate al conflitto con l’Iran favorendo la volontà dell’esercito di proseguire l’opera. La sentenza autorizza la prima sezione di 22 chilometri del muro, che si estenderà da Ein Shibli fino al villaggio di Al-Aqaba, villaggi nel nord della Valle del Giordano. Il progetto complessivo prevede però di coprire l’intero confine con la Giordania, per circa cento chilometri, dalle alture del Golan occupate fino al Mar Rosso. Il costo stimato è di circa 1,8 miliardi di dollari.

Una delle conseguenze dirette della nuova barriera, già evidente per i palestinesi, riguarda il checkpoint di Al-Hamara. Questo posto di blocco, situato nei pressi dell’insediamento di Hamra lungo la strada 57, è noto per essere uno dei più severi della Cisgiordania. Controlla l’accesso ai governatorati di Nablus, Tubas e Gerico, regolando ogni giorno gli spostamenti di migliaia di palestinesi. Alla fine del 2025 è stato spostato a nord di diversi chilometri, nei pressi del villaggio di Ein al-Shibli, dove presto sorgerà il muro.

Secondo un altro avvocato coinvolto, Mohammed Wadi, più di trenta famiglie sono già state sfollate da diverse comunità nell’area di Tammun. Tra queste, la comunità di Samra e quella di Kirbeth Yarza. Egli spiega che questo primo tratto isolerà oltre 190.000 dunam (190 km²), impedendo ai proprietari terrieri palestinesi di accedere ai propri campi e privandoli della loro principale fonte di sostentamento. Finora l’esercito ha emesso 38 ordini di demolizione per strutture residenziali e agricole nell’area, e si prevede che il numero supererà presto i 60, e questo dato fa riferimento solo ai primi 22km di barriera sugli oltre 100km totali.

Il caso di Kirbeth Yarza è particolare, era l’unica comunità in cui il governo israeliano non avrebbe potuto procedere legalmente alla demolizione delle case e delle infrastrutture perché edificate prima dell’occupazione del 1967, preceduta dalla Guerra dei Sei Giorni. I terreni su cui sorgeva questa comunità si estendevano per 40 ettari ma tutte le famiglie possedevano appezzamenti di terra nell’area circostante.

"Tanti degli abitanti possiedono ancora i documenti di proprietà risalenti al dominio britannico della Palestina. Ci vivevano dodici famiglie fino a poco fa, quasi settanta persone. Non è rimasto nessuno", ci spiegano. A parlare è Muhammad Ibrahim Musaid, 46 anni, che vive a Yarza, a pochi chilometri da Kirbeth Yarza, con sua moglie e i suoi otto figli.

Anche per loro in novembre è arrivato l’ordine di sfratto, la prossima udienza in tribunale è fissata per questa settimana. Vogliono provare a resistere nonostante le intimidazioni da parte dei coloni siano quotidiane. "Hanno rubato il mio bulldozer, con il quale lavoravo, tagliato decine di cavi elettrici e condutture idriche, minacciato mia moglie e i miei figli, ma non posso andarmene. È la terra della mia famiglia da generazioni, là sopra ci sono i resti della casa di mio nonno demolita dall’esercito negli anni’80, questa è la vita di tutti noi, questa è la realtà dell’occupazione".

Nei giorni in cui ci ospita attende con la sua famiglia il verdetto della corte riguardo il suo caso specifico. "Sentenza rimandata", ci informa una sera. Il giorno dopo, Muayad Shaban, Presidente della Commissione per la Resistenza al Muro e gli Insediamenti, incarico interno all’Autorità Palestinese è in visita a Yarza. I residenti sono arrabbiati, Muhammad Ibrahim e la sua famiglia lamentano l’incapacità del governo e delle istituzioni di opporsi alla violenza dei coloni e alle decisioni arbitrarie israeliane.

Muayad Shaban
Muayad Shaban

Gli chiediamo un'intervista, ma le risposte non convincono i residenti: "Quello che sta avvenendo qui è uno schema che si ripete da Ramallah East, Hebron, Masafer Yatta, Nablus. Ovunque in Cisgiordania. Il nostro piano è fare affidamento e rafforzare la risolutezza della popolazione, continuare i massicci sforzi legali che stiamo intraprendendo nonostante la carenza sistemica di risorse economiche. Stiamo compiendo ogni sforzo per assicurarci che i nostri cittadini non abbandonino le terre alle frange più estremiste del colonialismo sionista. Siamo consapevoli del sacrificio che richiediamo, la popolazione palestinese è vittima di un vero assedio, le Nazioni Unite e i Paesi del mondo non possono limitarsi a condannare e denunciare le violazioni dei nostri diritti o al massimo sanzionare individualmente alcuni dei coloni più estremisti. Servono vere sanzioni contro il governo che guida l’occupazione, quello di Smotrich, Netanyahu e Ben-Gvir che è il principale responsabile dell’aggravarsi dell’occupazione in Cisgiordania".

Nel nord della Valle del Giordano, i coloni hanno avviato una campagna sistematica di violenza organizzata contro le comunità locali. Sono stati segnalati anche attacchi con molestie sessuali, come quello avvenuto a Khirbet Humsa, ai danni di  Suhaib Abualkebash, zona sempre nei pressi del Monte Tammun, segno di una possibile evoluzione nelle strategie di intimidazione. La costruzione del muro, insieme agli ordini di sgombero già emessi, sembra alimentare un crescente senso di impunità.

Mukhles Masaeed è il capo del Consiglio Cittadino di Yarza e Khirbet Yarza, attivista di lunga data, ci tiene ad aggiungere la sua testimonianza dopo aver ascoltato quella di Muayad Shaban: "La nostra lotta è iniziata dopo il 67 in queste terre, non è nuova. L’occupazione ha iniziato a stringerci nella sua morsa, segregavano le famiglie col pretesto che questa zona fosse un poligono di tiro e quindi area militare. Abbiamo avuto anche noi i nostri martiri e moltissimi feriti. Inseguivano i pastori sulle colline con gli elicotteri. La linea di condotta israeliana si sviluppa per fasi, viene pianificata decenni in anticipo. Qui stanno svuotando gradualmente la terra dei suoi abitanti per preparare il terreno all’arrivo dei coloni. In passato abbiamo condotto una lotta impari contro tutto l’apparato militare, oggi a questo si è aggiunto l’intervento diretto dei coloni, la cui violenza è peggiorata dopo l’inizio di questa ennesima guerra. (Iran-Us-Israele) Ora sono riusciti a ottenere il via libera per il muro. I 22 km che passeranno di qui sono lo strumento definitivo per sfollarci tutti".

Mukhles Masaeed
Mukhles Masaeed

La tragedia economica e umana si sviluppa all’ombra di questo muro in costruzione. La sola realizzazione del primo tratto di 22 chilometri porrà sotto un regime di totale segregazione più di 19 comunità beduine. La scelta per gli abitanti prevede lo sfollamento o la permanenza in condizioni di accesso limitato, se non impossibile, a servizi essenziali come sanità, istruzione e alle terre che per generazioni hanno garantito loro il sostentamento.

Le attività agricole nell’area del Monte Tammun comprendono coltivazioni irrigue, uliveti, vigneti e serre, elementi caratteristici del paesaggio locale. L’allevamento rappresenta la seconda principale fonte di reddito. I danni economici a questi settori, insieme alla distruzione delle infrastrutture agricole, alla perdita di turismo e d'investimenti e al deprezzamento dei terreni, potrebbero generare perdite cumulative fino a 400 milioni di dollari in cinque anni, considerando anche le altre aree della Cisgiordania interessate dal futuro tracciato del muro.

Questa è la stima dei danni economici, un dato ritenuto affidabile, emerso da documenti elaborati congiuntamente da diverse istituzioni locali e avvocati civili, che conoscono direttamente le comunità coinvolte, così come le loro storie. Da Allon Road, che corre nei pressi dell’insediamento illegale di Beka’ot, vicino al villaggio palestinese di Atuf, sono visibili veicoli militari, bulldozer e scavatori; dense colonne di fumo nero si alzano dai tubi di scappamento e si dissolvono nel cielo limpido.

Questo è solo l’inizio.

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