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Proteste in Iran

“Trump attaccherà l’Iran, il regime è a un vicolo cieco”: il punto dell’analista a Fanpage.it

L’intervista di Fanpage.it ad Ali Vaez, capo del Progetto Iran di Crisis Group: “La repressione senza precedenti segna una vittoria temporanea della Repubblica Islamica, ma il Paese resta in un vicolo cieco tra paure interne, minaccia USA e possibili trasformazioni del regime. Trump? Attaccherà”.
Intervista a Ali Vaez
capo del Progetto Iran di Crisis Group
A cura di Riccardo Amati
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L'"ordine di uccidere" dato dal regime iraniano alle sue milizie e alla polizia consente alla Repubblica islamica di "vincere" un primo round contro i manifestanti, al costo di migliaia di vittime. Una strage mai vista, dovuta alla paura di perdere il potere: "Proteste interne e un possibile intervento americano hanno messo l’ayatollah Khamenei di fonte a una sfida inedita", dice a Fanpage.it Ali Vaez, direttore dello Iran Project per l’International Crisis Group. "Trump attaccherà, l’Iran è un vicolo cieco: o una guerra continua o una trasformazione del regime. Improbabile un suo vero e proprio collasso". Quella che segue è l’intervista con Vaez, adattata per sintesi e chiarezza.

Ali Vaez
Ali Vaez

Le Guardie Rivoluzionarie, le milizie Basij e le forze dellordine hanno ricevuto lordine di uccidere?

Di fatto sì: licenza di uccidere. La brutalità dispiegata e il numero dei morti indicano che il regime ha scelto il pugno di ferro, senza considerare il costo umano.

Quanti sono i morti? Le stime degli oppositori monarchici di Iran International sono di dodicimila. Il New York Times riferisce di almeno tremila vittime, citando fonti governative di Teheran.

Ho parlato con le mie fonti a Teheran e con le ambasciate. Nessuno lo sa con certezza. Probabilmente il numero è intermedio. In ogni caso è senza precedenti: una strage contro manifestanti disarmati, cosa mai vista nella storia della Repubblica Islamica.

Il regime ha superato un punto di non ritorno nella repressione? E con tutto questo sangue dimostra la sua forza? O è solo paura? 

Paura. Il regime affrontava una sfida inedita: la convergenza tra protesta interna e minacce esterne. Ha cercato di chiudere tutto in pochi giorni, prima che gli Stati Uniti potessero dispiegare in Medio Oriente il suo dispositivo militare, finora concentrato nei Caraibi, di fronte ala Venezuela. Da qui la scelta di colpire senza limiti.

Quanto è forte la protesta? Tanta gente in piazza: milioni di persone?

No. Si è partiti da migliaia nelle città minori, poi decine di migliaia e infine centinaia di migliaia. Non si sono mai raggiunti i numeri critici del 2009, quando si parlò di tre milioni di manifestanti nelle strade di Teheran. Fino a pochi giorni fa le proteste stavano crescendo, ma la repressione ha avuto un forte effetto deterrente. Le ambasciate occidentali parlano ora di un netto calo.

Il regime ha vinto, in questa fase?

Sì, ha schiacciato questo ciclo di proteste. Ma non ha risolto le cause profonde. Sta solo comprando tempo. E resta l’incognita dell’intervento esterno: la crisi potrebbe trasformarsi da rivolta interna a guerra.

Come interpreta il messaggio di Trump ai manifestanti iraniani? "Resistete, stiamo per venire ad aiutarvi", ha detto. Retorica o impegno reale?

Trump si è messo in un vicolo cieco. Dopo aver promesso sostegno, ha due opzioni: non fare nulla, perdendo credibilità, oppure agire, accettando rischi elevati. Direi che scelto l’azione. Finora il suo stile è stato "limitato ma spettacolare", come per gli ultimi attacchi mirati. C’è un problema, però: oggi Teheran potrebbe reagire in modo sproporzionato.

LIran potrebbe diventare più aggressivo nella regione?

Sì. Un regime assediato internamente ed esternamente tende a essere più imprudente. Il calcolo iraniano è cambiato: questa volta la reazione potrebbe essere più ampia.

Trump ha anche detto di non volere un’altra guerra in Medio Oriente. Forse è più prudente di quanto sembri a prima vista?

Non necessariamente. Secondo indiscrezioni, si valutano anche cyber-operazioni e guerra informatica. Un’operazione a 360 gradi, con un impegno massiccio.

Israele verrebbe coinvolto?

Israele preferisce che sia Washington ad agire. Non credo a un coinvolgimento diretto iniziale. Ma le ritorsioni iraniane colpirebbero asset e alleati statunitensi nella regione, aumentando il rischio per Israele e i Paesi del Golfo.

Cosa significa tutto questo per il Medio Oriente?

I teatri fragili – Libano, Gaza, Golfo – diventano più instabili. I Paesi del Golfo temono l’escalation e cercano mediazioni. In particolare l’Oman.

La Repubblica Islamica dell’Iran è a un vicolo cieco?

Sì. Senza cambiamenti radicali, il futuro è una guerra permanente: Stato contro società, Iran contro USA e Israele. Se sopravvive, sarà un regime indebolito, sotto pressione costante, finché non si trasformerà o imploderà.

Lei ha detto che Khamenei è sempre più debole e isolato. Anche fisicamente: vive spesso in un rifugio. Ma l’ayatollah resta il collante del sistema. Questo rende il regime più stabile o più fragile?

Più fragile. C’è già una lotta interna per il "dopo Khamenei". Le élite si stanno posizionando: Rouhani, Ghalibaf e altri cercano visibilità. Ma l’intervento statunitense può stravolgere tutto. Non sappiamo chi resterà in piedi.

È possibile un crollo del regime?

Non lo escludo, ma nel breve il regime può sopravvivere grazie alla repressione. Più probabile una trasformazione del regime, specie se l’intervento esterno indebolirà l’attuale leadership.

Figure come Rouhani o Ghalibaf potrebbero guidare una transizione? "Trasformare" il regime?

È possibile. Sistemi autoritari possono sopravvivere anche senza il vertice, aggregandosi attorno a figure di seconda linea. Sarebbe, appunto, una trasformazione. Non un vero collasso.

Il principe Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià – cacciato dalla Rivoluzione khomeinista – è una reale alternativa?

Rappresenta l’antitesi simbolica alla Repubblica Islamica e ha appeal tra alcuni manifestanti. Ma gli manca una rete organizzata interna. Khomeini, nel 1979, l’aveva. Lui no.

Che ruolo giocano Russia e Cina?

Mosca non vuole il collasso del regime e ha fornito aiuti limitati, anche tecnologici.

Ha conferme che i russi stanno aiutando il regime contro i satelliti Starlink, unica possibilità di connettersi a internet per gli iraniani dopo il black-out deciso per toglier fiato alle dimostrazioni? 

Sì, c’è questo intervento, per quel che ho potuto sapere.

Quindi, un aiuto immediato…

Ma il Cremlino non ha fatto abbastanza per cambiare le sorti dell’Iran. Russia e Cina tengono il regime a galla, senza investire fino in fondo. Se percepiranno un pericolo esistenziale, potrebbero rivedere il loro approccio.

La cattura di Maduro in Venezuela, la protesta in Iran, Putin che ha perso la Siria ed è più o meno impantanato in Ucraina, e mettiamoci pure Trump, che è sempre meno popolare e più criticato, anche all’interno del suo partito: l’"asse delle autocrazie" sta perdendo colpi? È in crisi?

Non proprio. È in difficoltà l’asse degli avversari degli USA, non l’autocrazia in generale. Molti leader autoritari stanno benissimo. Basti pensare a Orbán, nel mezzo dell’Europa. Inoltre, gli Stati Uniti stessi stanno erodendo le proprie norme democratiche. Le linee tra democrazia e autoritarismo oggi si incrociano, in modo parecchio caotico.

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