“Se sopravviverò al genocidio diventerò giornalista per raccontare la verità di Gaza al mondo”

"Se sopravviverò al genocidio, tra dieci anni spero di lavorare come giornalista per uno dei principali media internazionali a Gaza. Se sopravviverò". A parlare a Fanpage.it da Khan Younis è Sara Serria, 22 anni. Serria vive nell'area di Al-Mawasi, nella parte meridionale della Striscia di Gaza, una zona in origine particolarmente fertile e ricca di risorse, oggi però è rimasta solo una piccola enclave palestinese nei territori occupati da Israele. Anche la vita di Sara si è ridotta sempre di più: ha lasciato l'università dove si era laureata in giornalismo e traduzione, è stata costretta ad abbandonare la sua casa per una tenda, ha perso gran parte della sua famiglia.
Quello che non riesce a lasciare andare è un sogno che unisce aspirazione personale e servizio pubblico: diventare giornalista, e farlo in un luogo dove questa professione è più pericolosa di qualsiasi altro posto del mondo.
Secondo la ong Reporters sans frontières, l'esercito israeliano è responsabile di quasi la metà di tutti i giornalisti uccisi quest'anno nel mondo. Perché vuoi farlo?
Ho capito di dover diventare giornalista per la prima volta quando mio fratello è stato arrestato, era l'11 marzo 2024 e non è stata fornita alcuna spiegazione, non è stato avviato alcun procedimento legale. In quel momento, ho sentito che doveva esserci una voce che dicesse la verità, una voce che raccontasse la storia completa senza distorsioni. Ho capito che questa era una responsabilità che dovevo assumermi, non solo per mio fratello, ma per tutti i prigionieri le cui storie vengono messe a tacere.
Cosa è successo a tuo fratello?
È tornato a casa il 15 febbraio 2025, ma non era più lo stesso. Riusciva a malapena a stare in piedi. Aveva la barba lunga e incolta, il corpo visibilmente indebolito e aveva perso quasi 20 chili. Vederlo scomparire da un giorno all'altro senza accuse, e poi vederlo tornare fisicamente ed emotivamente distrutto mi ha fatto capire quanto della nostra realtà rimanga invisibile o distorta. Non voglio più vedere storie parziali o titoli distanti dalla realtà, voglio portare al mondo la verità completa, con volti, nomi e conseguenze umane dietro ogni storia.
Pensi che i media stranieri non stiano raccontando quello che avviene a Gaza nel modo giusto?
Purtroppo, la maggior parte delle testate giornalistiche internazionali adotta e promuove la narrazione israeliana. Distorcono i fatti, cancellano le voci palestinesi e travisano ciò che sta realmente accadendo a Gaza. Questa copertura parziale è profondamente frustrante e dolorosa, soprattutto quando noi viviamo la realtà che loro scelgono di ignorare.
Essere un giornalista a Gaza, per di più palestinese, significa vivere sotto costante minaccia. Molti gazawi quando parlano con i media preferiscono mantenere l'anonimato. Sei davvero consapevole di cosa rischi esponendoti?
Si può essere assassinati, imprigionati o uccisi in qualsiasi momento. Nel momento in cui un abitante di Gaza decide di diventare giornalista, deve anche accettare la possibilità della morte e accettarla. Israele considera i giornalisti una minaccia perché denunciamo la verità. Dal 2023, centinaia di giornalisti sono stati uccisi durante il genocidio, tra cui Anas Al-Sharif, Ismail Al-Ghoul, Mohammad Salama e Doaa Sharaf, e molti altri. Il loro unico "crimine" è stato quello di dire la verità.
Sei all’inizio del tuo percorso in questa professione, cosa ti aspetti?
Non mi aspetto conforto o sicurezza dal giornalismo. Tuttavia, mi aspetto di raggiungere il maggior numero possibile di persone e di avvicinarle il più possibile alla realtà sul campo attraverso le mie parole. Mi aspetto che il mio lavoro aiuti più persone a comprendere che la Palestina appartiene solo ai palestinesi. Voglio che la verità viaggi oltre i confini e metta in discussione le narrazioni che cercano di cancellarci.
Perché pensi che la tua narrazione come giornalista sarà diversa?
Perché sto vivendo un genocidio. E non c'è niente, assolutamente niente, che possa essere paragonato a un genocidio. Dal 7 ottobre, ogni giorno è stato dedicato alla sopravvivenza, al dolore e all'imparare a esistere pur portando con sé una perdita insopportabile. La mia vita è stata completamente distrutta. Ho perso 23 membri della mia famiglia. La mia casa, che era il mio unico luogo sicuro, è stata distrutta. Mio padre è rimasto ferito e il mio unico fratello è stato imprigionato per un anno intero. Sono stata costretta a lasciare il mio paese circa 17 volte, al punto che l'idea di stabilità non esiste più per me.
Tra dieci anni, se sopravviverò, lavorerò come giornalista per una dei principali giornali internazionali a Gaza. Mi vedo continuare a raccontare la verità a un mondo che è rimasto a lungo in silenzio su ciò che sta accadendo al mio popolo. Niente mi fermerà dal proseguire su questa strada, tranne la morte. Questa è la promessa che ho fatto a me stessa.