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Guerra Ucraina-Russia

Putin apre alla mediazione europea, Cremlino tra svolta diplomatica o bluff: “Aspettiamo una telefonata”

Guerra in stallo, crescita negativa e ridimensionamento delle ambizioni potrebbero spingere Mosca ad accettare una pace giusta in Ucraina e avvicinarsi all’Europa. Galeotti: “La Russia è una media potenza, farebbe bene a considerarsi tale”.
A cura di Riccardo Amati
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L’apertura di Vladimir Putin a una mediazione europea arriva mentre l’economia russa si contrae, l’umore collettivo nel Paese si fa più cupo e l’esercito è impantanato – anche letteralmente – sui fronti ucraini. È una novità nella politica estera del Cremlino. Può significare disponibilità a ridimensionare le condizioni massimaliste messe sul tavolo. A chiudere la guerra scatenata oltre quattro anni fa, che ha già provocato due milioni di vittime tra militari e civili di ambo le parti. A rivalutare il multilateralismo. Ad accettare di non essere la superpotenza inarrestabile e “senza confini”idealizzata finora dal regime.

Standard ridimensionati

“È stato un 9 maggio coerente con il rango di una potenza media”, osserva Mark Galeotti, tra i maggiori esperti mondiali delle politiche del Cremlino. Il riferimento è alla parata senza sfoggio di armamenti e al parterre dimesso del “Giorno della Vittoria”.

Niente missili né tank. Nessun grande leader mondiale presente. Facce tese, pochi sorrisi. Timore evidente di attacchi o attentati. I giganteschi agenti dell’FSO che sempre circondano il presidente, stavolta gli erano così addosso da “impallarlo” continuamente nelle inquadrature televisive.

L’81° anniversario della presa di Berlino da parte dell’Armata Rossa è stato “una delusione, per molti russi. Semplicemente perché non all’altezza degli standard irrealistici del passato recente”, dice Galeotti a Fanpage.it.

“Aspettiamo una telefonata dall’Europa”

Secondo lo storico britannico, è lecito considerare la Russia come una potenza di grande rilievo ma non egemonica. E il Paese sarebbe “parecchio più felice” se venisse a patti con questo scenario.

Passaggio obbligato: considerare l’Unione europea un partner desiderabile. Rinunciando alle invettive contro l’“Occidente satanico”. Rivalutando il multilateralismo e accantonando la politica di potenza.

Quel che ha detto Putin alla fine delle cerimonie sottotono di una ricorrenza così sentita dai russi è significativo. Resta lontano dal concretizzarsi. “Aspettiamo una telefonata dall’Europa”, è il messaggio affidato a Fanpage.it dall’influente commentatore televisivo e deputato della Duma Evgeny Popov. L’Europa farà bene a telefonare. E a scegliere bene chi digiterà il numero.

Il mediatore impossibile (e quello possibile)

Nel caso in cui l’interlocutore fosse quello indicato dallo zar, ogni speranza di pace e di normalizzazione dei rapporti tra la Russia e il resto dell’Europa si rivelerebbe mal posta: Gerard Schröder non è solo un amico del Cremlino. È proprio sul libro paga.

L’ex cancelliere socialdemocratico artefice del Nord Stream è consulente strapagato dei colossi energetici russi, alleato di Putin e percepito come distante dalla stessa Germania. Figuriamoci dall’UE. La sua credibilità è nulla. La credibilità è il requisito indispensabile di un mediatore.

C’è un altro ex-cancelliere tedesco che invece ci pare adatto. Anzi, adatta. Angela Merkel. L’unico leader europeo con cui Putin è riuscito a mantenere un dialogo stabile e strutturato per molti anni. Non che si stiano simpatici. Ma il rapporto è sempre stato pragmatico. La tedesca dell’Est e l’ex funzionario del KGB in Germania Orientale parlano l’una la lingua dell’altro. Conta.

“Merkel è rispettata sia a Kyiv che a Mosca, conosce la situazione, non è più al potere e quindi può prendere posizioni più flessibili”: così il consulente di politica estera del Cremlino Andrey Kortunov all’inizio della guerra spiegava a Fanpage.it perché “Mutti” Merkel è il mediatore ideale.

Dall’opportunismo costruttivo all’eccezionalismo nucleare

Putin da almeno 12 anni è impegnato a proiettare potenza. Contrapponendosi all’“eccezionalismo” statunitense, ha finito per cercare di imporre un’“eccezionalità” russa. Fondata sulla minaccia nucleare.

“L’arsenale strategico è considerato un assegno in bianco, la licenza per fare qualunque cosa”, ha detto a Fanpage.it il diplomatico russo Boris Bondarev, dimessosi perché contrario all’invasione dell’Ucraina.

Questa visione si è sovrapposta al tradizionale “opportunismo costruttivo” della politica estera putiniana, che ha sempre preferito rapporti bilaterali a quelli con i blocchi. Ci si approfittava dei punti deboli degli stessi per ottenere vantaggi. Più economici che politici.

In seguito, l’opportunismo russo è diventato dirompente. Volto a recuperare influenza nello spazio post-sovietico, e a rompere l’ordine internazionale.

La narrativa del Cremlino su multipolarismo e rivalsa del Sud Globale si è concretizzata soprattutto nell’uso della forza per il predominio in quella che Mosca considera la sua area di influenza. E nella minaccia nucleare nei confronti di chi si è opposto.

Potenza a metà

Non è andata bene. La guerra in Ucraina ha evidenziato problemi logistici e lentezze operative. L’avanzata russa è ferma. Gli ucraini in aprile hanno addirittura recuperato 116 chilometri quadrati di territorio, secondo l’Institute of War Studies (ISW). La capacità bellica convenzionale si è dimostrata lontana da quella di una superpotenza globale.

La presenza militare russa nel mondo si limita all’Artico e ad alcune aree dell’Africa. La Siria è persa. Gli alleati politici venezuelani e armeni, pure. A compensare, il rafforzamento delle relazioni in funzione anti-occidentale in Asia.

In patria, l’economia è all’anticamera della recessione. Resta relativamente piccola. Poco diversificata. Dipende dai prezzi energetici. L’innovazione tecnologica langue. L’influenza finanziaria è minima. La popolazione è in calo.

Il soft power culturale si ferma ad alcune aree ex sovietiche. Con eccezioni poco oltre. Non sono le caratteristiche di una grande potenza.

Disgelo?

La Russia di Putin contava sulla convergenza d’interessi con gli Stati Uniti, dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Politica di potenza, divisione del mondo in sfere d’influenza, “valori tradizionali”. L’imprevedibilità del presidente USA ha minato le speranze. L’attacco americano all’Iran le ha vanificate.

E così, nella stagione in cui la neve si scioglie e crea pantani che contribuiscono allo stallo del conflitto ucraino, Putin sembra finalmente ceduto alle pressioni di chi – secondo voci insistenti che circolano a Mosca – gli consiglia di porre fine al conflitto e guardare all’Europa.

“Ottepel”, è la parola russa che meglio definisce questa stagione. Significa “disgelo”. La rese famosa un romanzo di Ilya Ehrenburg. Diventò il termine per indicare la relativa liberalizzazione politica e culturale dell’URSS dopo la morte di Stalin.

Coscienza d’Europa

Il 9 maggio non è solo il “Giorno della vittoria” in Russia ma anche la “Giornata dell’Europa”. Commemora la “Dichiarazione Schuman” con cui nel 1950 il ministro degli Esteri francese propose la creazione della CECA, la comunità del carbone e dell’acciaio. Primo nucleo dell’Unione.

È solo suggestione. Siamo lontanissimi dalla “Casa comune europea” di cui – molto applaudito e poco ascoltato – parlava Mikhail Gorbachev. Il regime di Mosca è un semi-totalitarismo, e continua le sue guerre. Quella che in Ucraina uccide. Quella, ibrida, che destabilizza l’Europa. E quella ai dissidenti.

Ma se l’apertura di Putin si rivelasse reale e non solo una trovata propagandistica, l’Europa ha la responsabilità di scegliere il mediatore e cogliere ogni minima opportunità.

Si tratta di porre fine a un'immensa carneficina. Significherebbe anche affrancarsi dall’eccessiva dipendenza strategica dagli USA. E, forse, contribuire a una “normalizzazione” della Russia. Che non è solo un vicino geografico e politico, ma – come diceva lo storico Dieter Groh – uno dei fattori che hanno contribuito a plasmare l’identità europea.

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