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Perché per Milei la crisi argentina è colpa del femminismo: l’allarme dell’attivista Josefina Kelly

Secondo l’avvocata e politica argentina Josefina Kelly Neila, il governo Milei in Argentina rivendica con orgoglio il proprio essere “dichiaratamente antifemminista”. “Il governo apre tanti fronti importanti contemporaneamente per frammentare la risposta del popolo argentino che storicamente è sceso in pizza per i propri diritti”
Intervista a Josefina Kelly Neila
Avvocata e politica argentina di ideologia peronista kirchnerista. E’ stata segretaria delle Politiche contro la Violenza di Genere del ministero delle Donne, Generi e Diversità nel precedente governo di Alberto Fernández.
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Josefina Kelly Neila, è un’avvocata e politica argentina di ideologia peronista kirchnerista. E’ stata segretaria delle Politiche contro la Violenza di Genere del ministero delle Donne, Generi e Diversità nel precedente governo di Alberto Fernández. A Fanpage.it, Kelly Neila ha parlato della situazione di disagio della popolazione argentina colpita dalle misure socioeconomiche del governo Milei, dell’attacco ai diritti delle donne e della mobilitazione per il prossimo 8 marzo. 

Nel 2020 la Marea verde vinse la battaglia per depenalizzare l’aborto, il partito di Milei ha appena presentato una proposta di legge che prevede il carcere per le donne che interrompano la gravidanza.

Nel Congresso abbiamo trattato l’aborto legale e gratuito come un tema di salute pubblica, a partire dalle morti che generava l’aborto clandestino. Milei vuole tornare al sistema anteriore. Lo annunciava già in campagna elettorale assieme alla vicepresidente Villarruel, che arrivò a sostenere che ci sono donne che abortiscono bambini sul punto di nascere. I diversi femminismi argentini si battono per i diritti umani, Villarruel pensa che questo diritto non dovrebbe esistere e la deputata di Santa Fe che ha presentato la proposta di legge risponde alla vicepresidente.

Perché questa proposta non è del governo?

Il governo parla della proibizione del linguaggio inclusivo nell’amministrazione pubblica nazionale, avanza temi che implicano un retrocesso dei diritti nei confronti dei quali sa che il femminismo reagirà per difenderli. Ma lo fa per nascondere le misure economiche antipopolari che si stanno implementando. La proposta di legge sull’aborto è stata presentata subito dopo la caduta della Legge Omnibus nel Congresso. Quello che ci preoccupa come femministe, anche in vista dell’8 marzo, è l’insieme di misure che promuove il governo con il Decreto di Necessità e Urgenza (DNU) e la Legge Omnibus. Perché sette poveri su dieci sono donne, il debito ricade sulle donne, la deregolamentazione del prezzo degli affitti, l’altezza delle tariffe domestiche, l’aumento dei prezzi dei beni alimentari per ciò che significa nel sostentamento quotidiano della famiglia ricade sulle donne ed è questo che i femminismi vogliono contrastare, perché il femminismo viene a mettere in discussione tutto.

Dobbiamo opporci alla proibizione del linguaggio inclusivo, ma non bisogna perdere di vista il nucleo centrale dell’attuale fase, perché in Argentina ci troviamo in una situazione istituzionale molto critica. Lo vediamo quando, da militanti politici e sociali, ci troviamo a parlare per la strada con la gente che non può comprare le medicine perché sono aumentate di prezzo. Certamente vanno corrette le inefficienze del pubblico, ma con l’idea che sia lo Stato a regolare le diseguaglianze e non il mercato come propone il presidente argentino. E il retrocesso nei diritti deve avere un freno nella giustizia.

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Dal fazzoletto verde, simbolo di quella lotta femminista, alla motosega: che è successo in Argentina?

Sono successe molte cose. C’è stato un problema nella gestione del governo peronista, con i salari che sono rimasti al di sotto della crescita dei prezzi, ad esempio. E poi si è voluto agitare un clima di demonizzazione degli avanzamenti dei diritti conquistati, incolpando direttamente il femminismo.

Milei a Davos ha infatti detto che la situazione di crisi è tutta colpa delle femministe.

È  un’accusa al femminismo che si dà a livello mondiale, non solo in Argentina. Avere identificato la misura della povertà femminile col precedente governo, discusso del costo della cura dei figli, della breccia salariale, della violenza economica sulle donne oltre a quella fisica e psicologica, tutto ciò effettivamente ha cominciato a fare pressione su determinati settori di potere. Ma si è avuta anche la crescita della violenza verso determinati settori politici, culminata con il tentato magni-femminicidio di Cristina Fernández de Kirchner, certamente dovuto anche al fatto che fosse una donna, ma soprattutto per le politiche adottate nel corso del suo governo che si scontravano con determinati settori socioeconomici. Oggi per esempio i governatori delle province di tutti i settori politici stanno verificando come questo governo si appropri delle risorse che corrispondono a ciascuna provincia e perciò si mobilitano. Allora la questione è decidere dove stare e cosa difendere. E noi femministe non vogliamo lasciarci deviare dal se fu il linguaggio inclusivo, se fu l’aborto, se fu il ministero delle Donne a determinare questa situazione, che oltre tutto sono argomenti facili da controbattere con i numeri. Non si può dire che con un femminicidio ogni 24-30 ore in Argentina lo Stato non debba avere politiche per affrontare il problema. O che il programma “Accompagnare” per sostenere economicamente le vittime di violenza – ne accompagnammo 300.000 – non debba più esistere. Perché questo non è il progetto di società che vogliamo. Ed è ovvio che per tutto ciò c’è bisogno di risorse perché si tratta del progetto di paese. E qui interviene il ruolo della giustizia, che ultimamente in Argentina è stato uno strumento del potere reale.

Il femminismo non deve fare nessuna autocritica? Non ha dato per scontati i diritti acquisiti?

Non credo che il problema sia fare autocritica come femminismo, se non come parte della società. Il tema per il femminismo, anzi per i femminismi, è quali sono state le agende che ci siamo date e quali sono quelle che vogliamo continuare ad approfondire. Per il prossimo 8 marzo parliamo della breccia salariale, della violenza economica, del debito con il FMI e di come questo condizioni paesi come l’Argentina, incidendo sul futuro di due generazioni. In Argentina dobbiamo difendere i diritti sempre, perché non per il fatto di essere contenuti in una legge o essere diritti acquisiti non sia possibile un loro retrocesso. Abbiamo dimostrato in piazza che possiamo difenderli e li difenderemo. La vicepresidente lo diceva già in campagna elettorale che non erano d’accordo sull’aborto, diffondendo dati falsi e che se ne sarebbe dovuto ridiscutere, parlava della vendita di organi… Perciò non posso sorprendermi che oggi vogliano ridiscutere l’aborto legale e gratuito. Ora dicono che la proposta sull’aborto è un tema non urgente, importante per il governo ma attualmente non in agenda. Oggi il governo propone altri temi molto rilevanti, che rientrano nell’agenda dei femminismi.

Il programma di Milei è dichiaratamente antifemminista: perché le estreme destre hanno per obiettivo colpire i diritti delle donne? 

Credo si tratti di una questione identitaria, di come vogliamo vivere. Definirsi liberale come fa Milei e proibire il linguaggio inclusivo, proporre il femminismo o l’ambientalismo come l’ostacolo allo sviluppo, sostenere che non esiste la breccia salariale, o che è ridicolo parlare di diseguaglianza tra donne e uomini: sono elementi che aiutano a capire che idea si abbia del mondo e della società. Il tradizionale ruolo delle donne nell’ambito della cura, il fatto che prima un femminicidio venisse giustificato come un’emozione violenta, tutto questo è intrinsecamente parte di una visione del mondo che i femminismi vengono a contrastare, volendo costruire un altro spazio. I femminismi in generale mettono in discussione il modello estrattivista.

Non perché non sappiano di vivere in un mondo capitalista, ma perché partono dalle diseguaglianze, dal preservare le comunità, dal mettere in relazione l’ambiente con la cura delle prossime generazioni. Queste questioni non sono presenti nell’estrema destra e c’è ancora molto da fare da un punto di vista del cambiamento culturale in relazione con il machismo e il patriarcato. Qualunque morte violenta è irreparabile, ma pensare che nel mondo, e in particolare in Argentina, si continui ad ammazzare per la sua condizione di genere una donna quasi ogni giorno, ci dà la misura di quanto lavoro sia ancora necessario.

Lo scorso anno ci son stati 322 femminicidi in Argentina, Milei vuole smantellare la legge sulla violenza di genere.

Milei sostiene che la violenza non ha genere. A partire da questa premessa tutto il resto per lui non è rilevante. La vicepresidente ha parlato in più di un’occasione di ideologia di genere, ha asserito che la donna viene trattata come una povera vittima quando in realtà non lo è. Oggi non c’è più il ministero delle Donne, ma continua a esistere come sotto segreteria, ci sono alcuni programmi che continuano a funzionare, vedremo che succede con le risorse del ministero e con le politiche che si stavano applicando.

Il prossimo 8 marzo farete una mobilitazione delle donne, quali sono gli obiettivi? 

In Argentina non c’è mai stata un’unica forma di mobilitazione per l’8 marzo, l’iniziativa concreta è definita da ciascuna comunità, da ciascuna provincia. Ora stiamo lavorando all’agenda di quella giornata, alle parole d’ordine. Tutti i martedì da un paio di mesi, si ritrovano insieme diversi collettivi di donne, con i sindacati, con Non una di meno, con piccole organizzazioni politiche comunitarie e lavorano su documenti per individuare i temi portanti dell’iniziativa.

Nell’agenda di quella giornata ovviamente ci saranno i temi della violenza di genere, della breccia della diseguaglianza, tutti temi che faranno sempre parte della nostra lotta e rivendicazione. Ma ci saranno anche, come ho segnalato al principio, quelli relativi all’indebitamento, al FMI e al DNU.

A Milei non sembra stia andando tutto come sperava: c’è opposizione popolare, in parlamento, dei sindacati, delle donne, delle province: che vuol dire?

Viviamo in un paese presidenzialista, in cui il DNU è in vigore e conculca i diritti delle persone. Politicamente c’è una manifestazione da parte di diversi settori. Possiamo ripensare la pratica politica, le alleanze da realizzare nel Congresso. Ma la realtà è che il popolo argentino tutti i giorni patisce l’offesa dei propri diritti, l’aumento delle tariffe dei trasporti, la deregolamentazione dei prezzi dell’energia.

Ossia, sul piano politico è visibile il deterioramento della figura di Milei, c’è effettivamente una caduta della sua immagine. Ma nella quotidianità della gente, le misure socioeconomiche che vengono prese colpiscono tutte e tutti e abbiamo perciò bisogno che si ponga un freno al DNU.

Come può reggere la popolazione in queste condizioni? Non c’è un problema di unificazione delle lotte?

Credo sia una strategia del governo quella di aprire tanti fronti contemporaneamente per frammentare la risposta. Non mi azzardo a ipotizzare cadute di Milei, ma storicamente il popolo argentino è sceso in piazza per difendere i propri diritti, le caceroladas sono cominciate a dicembre con il DNU e sono continuate con la Legge Omnibus. Questo governo presenta un doppio versante: da un lato quello dei tagli e delle misure antipopolari, dall’altro quello della generazione della paura con l’apparato repressivo dello Stato contro le manifestazioni popolari. Ma noi abbiamo la nostra storia di lotta e non ho dubbi che ci organizzeremo per difendere creativamente i nostri diritti. Per generare accordi politici come stanno facendo i governatori nei distinti ambiti e così arrivare a una sintesi politica. In questo senso, il Congresso può avere un ruolo di protagonista importante.

La mobilitazione dei governatori è un chiaro esempio di ciò che si può ottenere, così come il freno imposto alla legge Omnibus in parlamento. Ci sono temi che sappiamo di dovere discutere e difendere tutti insieme. Con determinati settori politici si può arrivare a produrre una sintesi su temi relativi ai diritti umani, la situazione economica, la dollarizzazione. Accordi tra settori, partendo dal ruolo dei governatori e da quello dei municipi che sono più prossimi alle comunità di cittadini. Con un presidente che attacca, che non ascolta, che si burla dei suoi interlocutori, dobbiamo decidere fino a che punto permetteremo questi comportamenti del governo e quali sono le questioni su cui non transigeremo, in piazza e nel Congresso.

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